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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliIl 250mo anniversario della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti è l’occasione per il MAMC+, il Musée d’Art moderne et contemporain di Saint-Étienne, di proporre una vasta «stagione americana» che, in collaborazione con diversi musei francesi e internazionali, valorizza anche la collezione locale, una delle maggiori raccolte d’arte statunitense conservate in Francia, iniziata fin dagli anni Settanta sotto la direzione di Bernard Ceysson. In programma, tra il 27 giugno e il 3 gennaio 2027, figurano una monografica dedicata a Frank Stella, prima grande retrospettiva dalla morte del pittore precursore del Minimalismo nel 2024, e la collettiva «Flying Colors», un affresco storico della produzione artistica statunitense del secondo ’900. «Frank Stella. Minimal/Maximal», curata dallo storico dell’arte Alexandre Quoi, insieme alla giornalista Rachel Stella, figlia dell’artista, riunisce un centinaio di opere. Il percorso si apre sugli anni della formazione alla Phillips Academy di Andover prima, all’Università di Princeton poi, durante i quali il giovane artista, nato nel 1936 a Malden (Massachusetts), alle sue prime sperimentazioni, entra in contatto con l’eredità dell’Espressionismo astratto di Mark Rothko, Franz Kline e Hans Hofmann. Un importante nucleo di opere, tra cui lavori inediti, dipinti, documenti e fotografie, proviene dall’Addison Gallery of American Art di Andover, che conserva una significativa donazione dell’artista del 1991. Momento decisivo nel percorso di Frank Stella è la serie dei «Black Paintings» (1958-60). È in questi lavori che prende forma la celebre affermazione secondo cui «quello che vedi è quello che vedi», formula destinata a diventare una sorta di manifesto del Minimalismo. Il MAMC+ ricostruisce questa svolta anche attraverso le testimonianze di amici e compagni di strada come Carl Andre e Hollis Frampton, autore della serie fotografica «The Secret World of Frank Stella» (1958-62), nella quale si documenta l’ascesa del giovane artista da sconosciuto a protagonista dell’avanguardia americana. Sono riuniti alcuni esempi di shaped canvas, tele che rompono con il classico formato rettangolare, e serie come «Irregular Polygons» (1965-66) e «Protractors» (1967-71), in cui l’artista trasforma il quadro in «oggetto autonomo».
Il secondo capitolo copre gli anni dal 1970 al 1989, fase che lo stesso Stella definiva «massimalista»: le superfici piatte lasciano ora spazio a opere costruite per accumulazione di materiali diversi. Di questo periodo è «Polish Village», che testimonia l’interesse crescente dell’artista per il Costruttivismo russo: in questa serie, ispirandosi alle foto di sinagoghe polacche distrutte durante la guerra, Stella elabora forme architettoniche stratificate in tela, legno, cartone e feltro. Nell’ultima sezione (1994-2024), il MAMC+ allestisce «Fladrine», tela monumentale del 1994, appartenente a una serie di sei, acquisita dal museo nel 1998. Instancabile, l’artista continua a sperimentare nuovi materiali e introduce nel suo lavoro l’uso delle tecnologie informatiche e digitali. Lo dimostrano anche gli ultimi lavori dagli anni Duemila quando, lasciando la pittura, Stella comincia a interessarsi alla scultura e ai progetti architettonici, come le opere «sospese» della serie «Salmon Rivers of the Maritime Provinces» (2020).
La collettiva «Flying Colors» riunisce circa 160 opere dagli anni Trenta ad oggi, provenienti in parte dalle collezioni dello stesso MAMC+ e in parte prestate dal Mia, il Minneapolis Institute of Art (che accoglierà la mostra nel 2030). Il percorso si apre sul Black Mountain College, laboratorio pedagogico nato nel 1933 in Carolina del Nord, influenzato dall’arrivo negli Stati Uniti di Josef Albers dopo la chiusura del Bauhaus. Attorno a quest’esperienza si forma una nuova generazione di artisti, da Robert Rauschenberg a Cy Twombly, da Kenneth Noland a Elaine de Kooning. Un secondo capitolo è dedicato al Color Field Painting e alla Washington Color School. La mostra evidenzia come il colore diventi il vero soggetto dell’opera attraverso figure come Helen Frankenthaler, Morris Louis, Kenneth Noland e Sam Gilliam. Ne sono un esempio anche i quadri di grande formato di Shirley Goldfarb, artista americana trasferitasi a Parigi, come «Green-painting n.1» e «Blue and Blu» degli anni 1966-70. Il percorso prosegue poi con il Minimalismo, illustrato attraverso opere di Donald Judd, Dan Flavin, Sol LeWitt, Robert Mangold, Richard Nonas e Keith Sonnier. Il MAMC+ propone infine «À déchiffrer» (fino al 31 gennaio 2027), un nuovo allestimento curato da Zoé Marty a partire dal fondo del museo, un percorso trasversale che presenta anche acquisizioni recenti e lavori raramente esposti, sollevando questioni legate alla memoria, alla costruzione del sapere e all’invisibile. Punto di partenza teorico è il «paradigma indiziario» elaborato dallo storico Carlo Ginzburg, scomparso di recente: l’idea che la comprensione del reale passi attraverso l’interpretazione di tracce. Tra le opere esposte, figurano i frottage di Sari Dienes, il collage dedicato alla grotta di Lascaux di Marianne Fayol, opere di Marcel Broodthaers, Cindy Sherman, Lisetta Carmi, Sonia Delaunay, Christian Boltanski e ancora Marie Laurencin. Il percorso attinge anche al ricco fondo Victor Brauner conservato dal MAMC+, tra cui figura «La pietra filosofale», tela surrealista del 1940.
Shirley Goldfarb, «Blue and Blue», 1967. Foto courtesy Mia. © Estate of Shirley Goldfarb. © Adagp, Paris, 2026