Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Radicata com’è stata per l’intera vita, e per una scelta convinta, nella cultura della sua Valle Camonica, abituata com’era a servirsi di frammenti, relitti e residui della cultura materiale della sua terra, Franca Ghitti (Erbanno, Valle Camonica, 1932-Brescia 2012) è senz’alcun dubbio un’artista «del territorio» ma, con altrettanta evidenza, è tutto fuorché un’artista «locale». E lo è non solo perché, grazie al suo soggiorno di oltre due anni in Kenia, tra il 1969 e il 1971, ha saputo innestare i codici (gli «altri alfabeti», come li chiamava) di quelle popolazioni sui modelli formali della sua valle ma, più ancora, perché è stata capace di portare in una dimensione universale i segni di un vocabolario visivo come il suo, fatto in prevalenza di materiali connessi al lavoro manuale o alla più modesta quotidianità del vivere: chiodi arrugginiti, legni consunti, scarti di segheria o di fucina, cancelli dismessi, madie inservibili... Lo dichiarava lei stessa: «Non ho cercato la mia voce, ma tutte le voci, soprattutto le voci che nessuno ascoltava: le voci della Valle [Camonica, Ndr], che è un frammento della valle del mondo». La monografica «Franca Ghitti. Una storia di altri alfabeti» (dal 16 giugno al 4 aprile 2027), ordinata nel percorso del Museo di Santa Giulia a Brescia, in dialogo con i reperti archeologici e con i tesori d’arte e d’architettura che conserva, è stata concepita dai curatori Fausto Lorenzi ed Elena Pontiggia, con la Fondazione Archivio Franca Ghitti, come una mostra site specific. Il progetto fa parte del ciclo Palcoscenici Archeologici, cui hanno già partecipato Francesco Vezzoli, Emilio Isgrò e Fabrizio Plessi, e intreccia un dialogo sorprendentemente felice tra le opere di Ghitti e le testimonianze del mondo romano, longobardo-carolingio, romanico e rinascimentale custodite in questo che è il (bellissimo) museo della città e del territorio.
Una veduta della mostra «Franca Ghitti. Una storia di altri alfabeti», Brescia, Museo di Santa Giulia. Foto © Ela Bialkowska, OKNO studio
Partendo dalle sale in cui si ripercorre la storia più che millenaria del monastero benedettino femminile (di fondazione longobarda) di San Salvatore e Santa Giulia, sede del museo, passando per la chiesa di Santa Maria in Solario, nelle Domus romane «dell’Ortaglia», poi nelle sale che narrano la storia di Brescia e del suo territorio nell’età dei Comuni e delle Signorie, nella basilica longobarda di San Salvatore, con gli affreschi successivi del Maestro di Lentate e di Romanino, varcando i Chiostri dell’ex complesso religioso e il Viridarium, ci s’imbatte in tutti i capisaldi del lavoro di Franca Ghitti, dalle «Tavole chiodate» alle «Mappe», lavorate con sgorbia e scalpello e ispirate alle incisioni rupestri dei «suoi» Camuni (nel 1963 è stata fra i fondatori del Centro Camuno di Studi Preistorici), che con il romanico «minore» delle sue valli hanno sempre nutrito il suo lavoro, e poi le «Meridiane, spirali e labirinti», i «Boschi» e gli «Alberi-vela», i «Tondi» (i fondi delle grandi botti da vino della Franciacorta) e le «Pagine chiodate», gli «Alberi-libro» (e l’«Albero ferito», con la lama di metallo rosso-sangue che lo attraversa): insomma tutte le ruvide «parole» visive che compongono il linguaggio di Franca Ghitti, così eloquente, perché universale appunto, e che lei stessa definiva «una lingua atta a delimitare una civiltà non metropolitana, marginale, e insieme a indicare una fascia di corrispondenze intercontinentali». Nel Chiostro occidentale della basilica di San Salvatore, uno dei suoi «Cancelli d’Europa»: cancelli di sbarramento sì, come sono tutti i cancelli, ma più ancora di transito, nei suoi desideri, posti alla soglia di un continente attraversato dalle tensioni scatenate dalle migrazioni, dalla difficile integrazione, dalle aperture e dalle chiusure a chi arriva da altri mondi e da altre culture di cui lei, pur scomparsa nel 2012, era più che consapevole.
Una veduta della mostra «Franca Ghitti. Una storia di altri alfabeti», Brescia, Museo di Santa Giulia. Foto © Ela Bialkowska, OKNO studio