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Lydia Smith, «Untitled (Burial Sites)», 2024

Courtesy of the artist

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Lydia Smith, «Untitled (Burial Sites)», 2024

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FotoFocus guarda lontano: 74 mostre e 65 sedi per la Biennale «The Long View»

Dal 30 settembre al 31 ottobre 2026, la più grande manifestazione statunitense dedicata alla fotografia e alle arti basate sull’immagine trasforma Cincinnati e il Midwest in un laboratorio internazionale di riflessione su storia, memoria e futuro

Lavinia Trivulzio

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La fotografia come strumento per comprendere la storia, interrogare il presente e immaginare il futuro. È questa la sfida che anima «The Long View», tema della Biennale FotoFocus 2026, uno degli appuntamenti più significativi dedicati alla fotografia e alle arti basate sull’immagine negli Stati Uniti. In programma per tutto il mese di ottobre, con un opening program previsto dal 30 settembre al 3 ottobre, la manifestazione si conferma come la più grande del suo genere nel Paese, estendendosi attraverso musei, gallerie, università e spazi pubblici dell’area di Cincinnati, Dayton, Columbus e del Northern Kentucky. Con 74 mostre distribuite in 65 sedi, la nuova edizione segna un ulteriore passo nella crescita di un progetto che, dal 2012, ha saputo trasformare il Midwest americano in uno dei centri più vivaci del dibattito internazionale sulla fotografia contemporanea. A rendere particolarmente significativa questa edizione è anche l’apertura del nuovo FotoFocus Center, destinato a diventare un punto di riferimento permanente per la ricerca e la sperimentazione artistica legata all’immagine. Il titolo scelto per la Biennale richiama una prospettiva ampia, costruita sulla distanza e sulla durata, un invito a guardare oltre l’urgenza dell’attualità per considerare il tempo nella sua complessità, mettendo in relazione il passato con il futuro e una riflessione sulle molteplici narrazioni che hanno plasmato la storia americana e sul modo in cui le immagini contribuiscono a costruire la memoria collettiva. La fotografia così diventa mezzo critico capace di orientare la comprensione del presente e suggerire nuove possibilità per il domani.

La forza di questa impostazione emerge chiaramente nelle sei mostre principali che costituiscono il fulcro della Biennale. Tra le più attese figura la grande esposizione dedicata a Trevor Paglen, ospitata nel nuovo FotoFocus Center. Da oltre vent’anni l’artista americano indaga le strutture invisibili del potere contemporaneo, dai satelliti militari ai sistemi di sorveglianza globale, fino alle implicazioni dell’intelligenza artificiale e del riconoscimento facciale. Attraverso fotografie, video e installazioni, Paglen esplora i limiti della percezione umana e rivela ciò che normalmente sfugge allo sguardo, invitando il pubblico a interrogarsi sui meccanismi che regolano la visibilità e l’invisibilità nel mondo contemporaneo.

 

 

Trevor Pagler, «KEYHOLE 12-3 (IMPROVED CRYSTAL)», 2007_ Courtesy of the Artist and Fellowship and Jessica Silverman Gallery, SF and Pace Gallery, NY

Altrettanto significativa è la presenza di Paul Mpagi Sepuya, che alla Weston Art Gallery presenta «Compressed Tenses», una ricerca dedicata alla pratica del collage come estensione del proprio lavoro fotografico. Attraverso la frammentazione e la ricomposizione delle immagini, l’artista affronta temi centrali della sua produzione, dalla rappresentazione del corpo nero alle questioni legate all’identità queer, costruendo un dialogo stratificato tra storia della fotografia, desiderio e autorappresentazione. Al Carnegie trova invece spazio «Natural Fictions», una mostra collettiva che riunisce artisti impegnati a ridefinire il rapporto tra fotografia, natura e immaginazione. Le opere esposte mettono in discussione l’idea di una realtà osservabile in modo neutrale, aprendo scenari in cui scienza, mito e speculazione si intrecciano. Ne emerge una visione del paesaggio non come semplice dato oggettivo, ma come costruzione culturale continuamente soggetta a reinterpretazioni e trasformazioni. Tra gli eventi destinati a lasciare un segno vi è anche «Secrets of My Power», la prima grande retrospettiva dedicata a Nancy Rexroth presso il Cincinnati Art Museum. Figura di culto della fotografia americana, Rexroth è conosciuta soprattutto per IOWA, il libro pubblicato nel 1977 che ha influenzato generazioni di autori grazie al suo linguaggio poetico e radicalmente personale. La mostra ripercorre oltre cinque decenni di attività attraverso quasi centocinquanta opere, materiali d’archivio e documenti inediti, offrendo finalmente una visione completa di una ricerca artistica che ha saputo sfidare convenzioni estetiche e culturali.

La riflessione sul tempo prosegue con «In the Interest of Time», progetto nato da una open call promossa da FotoFocus e sviluppato insieme alla curatrice indipendente Theresa Bembnister. Riunendo sette artisti dell’area regionale, la mostra esplora il tempo come esperienza vissuta, memoria e trasformazione, dimostrando come la fotografia continui a rappresentare uno degli strumenti più efficaci per confrontarsi con la durata e con il cambiamento. Chiude il percorso una delle voci più interessanti della nuova scena internazionale, Widline Cadet, protagonista di «Seremoni Disparisyon (Ritual [Dis]Appearance)». Attraverso fotografie, video e installazioni, l’artista affronta il tema della diaspora haitiana partendo dalla propria esperienza familiare. Il lavoro nasce dal desiderio di ricostruire un archivio visivo capace di contrastare la perdita e la distanza, trasformando l’assenza in presenza e proponendo una riflessione intensa sul rapporto tra memoria, identità e appartenenza.

Attorno a queste esposizioni principali si sviluppa una rete impressionante di collaborazioni che coinvolge musei, centri culturali, università, biblioteche, teatri e spazi indipendenti. Tra le nuove sedi che entrano a far parte della Biennale figurano ArtsConnect, Cincinnati Art Club, Delhi Event Center, Miami University: Hiestand Galleries, Here and Now, MOTR Pub, Oxford Community Arts Center e Swell Art Cafe. Fin dalla sua fondazione nel 2010, FotoFocus ha contribuito in modo determinante alla diffusione della cultura fotografica negli Stati Uniti, promuovendo programmi espositivi e attività pubbliche caratterizzate da un forte rigore curatoriale e accademico. Con oltre ottocento mostre e programmi realizzati e più di 3.500 artisti coinvolti, l’organizzazione ha costruito nel tempo una piattaforma capace di mettere in relazione istituzioni, curatori, studiosi e pubblico, facendo della fotografia un luogo privilegiato di confronto sulle questioni più urgenti della contemporaneità.

 

 

Lavinia Trivulzio, 17 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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