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Un rendering del Centro Candiani, prossima nuova sede espositiva del MUVE

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Un rendering del Centro Candiani, prossima nuova sede espositiva del MUVE

Fondazione MUVE, tra gestione d’impresa e valore sociale

Dalla cooperazione internazionale alla valorizzazione dei giovani artisti, il museo come impresa culturale genera valore per la comunità. Abbiamo rivolto qualche domanda a Mattia Agnetti, segretario organizzativo con funzioni e responsabilità di direttore generale dei Musei Civici di Venezia

Jenny Dogliani

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La Fondazione Musei Civici di Venezia è un soggetto di diritto privato che gestisce un vasto patrimonio pubblico: una rete che spazia dall’arte antica alla moderna e contemporanea, dal Palazzo Ducale al Museo di Storia Naturale, dal Museo del Vetro e del Merletto a Ca’ Rezzonico, cuore del Settecento veneziano. Negli ultimi anni si è aggiunto anche l’impegno per l’arte contemporanea, con una particolare attenzione ai giovani artisti. Il percorso è iniziato con Ca’ Pesaro, sede dei primi progetti, per poi estendersi a nuovi atelier e residenze come l’Emeroteca dell’Arte, ricavata da uno spazio comunale, che ospita artisti selezionati tramite bando pubblico insieme alla Fondazione Bevilacqua La Masa. Nel 2025 aprirà inoltre un nuovo museo a Mestre, che arricchirà l’offerta scientifica e culturale con un investimento dedicato all’arte contemporanea e alle nuove generazioni. Mattia Agnetti, segretario organizzativo con funzioni e responsabilità di direttore generale, ci porta negli ingranaggi della Fondazione MUVE, una struttura agile nelle decisioni, capace di coniugare identità culturale e sostenibilità finanziaria. 

I Musei Civici di Venezia fanno capo a una fondazione di partecipazione che gode di autonomia gestionale e decisionale. Quali benefici concreti porta questo modello?
Quando l’Amministrazione Comunale decise di costituire la Fondazione, nella seconda metà degli anni Duemila, lo fece utilizzando uno strumento giuridico previsto dalla normativa vigente che prevedeva un soggetto di diritto privato cui affidare un patrimonio pubblico storico artistico mobiliare e immobiliare, mantenendo però la proprietà e il controllo pubblico. L’idea era – e lo è ancora di più oggi – quella di dotarsi di una struttura agile, flessibile e reattiva alle mutanti esigenze del mondo museale e della società, consentendo di rispondere rapidamente alle crescenti richieste dei visitatori e dei nuovi pubblici, offrendo servizi aggiornati e capaci di adeguarsi alle richieste, innovativi. Consente anche di relazionarsi di più e meglio con gli attori privati, costruendo partnership durature e ampliando le collaborazioni. La Fondazione, nata nel 2008, ha un Consiglio di Amministrazione nominato dal Comune di Venezia ogni tre anni, un Comitato di direzione, un Comitato Scientifico, un direttore scientifico e un segretario organizzativo che svolge le funzioni di direttore generale con deleghe e responsabilità chiare.

Il bilancio proprio, il Cda dedicato e la capacità di programmazione sono strumenti di governance più vicini a quelli delle imprese. 
La particolarità del nostro sistema è quella di essere una rete di undici musei, gestiti centralmente, ma aventi ciascuno un proprio conservatore capo, responsabile della programmazione scientifica e culturale, coordinati da una struttura centrale che programma e gestisce i servizi trasversali a supporto delle diverse sedi. In termini accademici si potrebbe parlare di un sistema multi-unit, dove le diverse unità, i Musei appunto, sono autonome nel definire i contenuti ma condividono servizi tecnici e amministrativi comuni. Penso, per esempio, alle manutenzioni degli immobili e delle collezioni, alla gestione amministrativa, agli appalti per forniture di beni e servizi o per l’organizzazione delle concessioni per la gestione di bookshop (nove) e caffetterie (cinque), fino alla comunicazione e alla promozione. Tutto viene gestito centralmente consentendo economie di scala e maggiore efficienza. Per fare un esempio concreto: le gare per le pulizie o per i servizi di accoglienza del pubblico interessano più di 400mila metri quadri di superfici che accolgono oltre 2.300.000 visitatori all’anno. Pesano sul bilancio e generano contratti per diversi milioni di euro all’anno. È evidente che gestire una gara unica, invece che undici gare separate, garantisce economie di scala, risparmi e stessi meccanismi per il controllo della qualità erogata. Lo stesso vale per le manutenzioni edili, gli impianti, le forniture di beni. Questo modello funziona anche quando siamo chiamati dall’Amministrazione Comunale ad aprire e gestire nuovi spazi. Quando, ad esempio, abbiamo inaugurato lo scorso anno l’Emeroteca dell’Arte o quando apriremo il nuovo Museo di Arte Contemporanea a Mestre nel 2026, l’estensione dei contratti per forniture e beni è inclusa a monte nella lex specialis delle gare secondo il dettato del Codice dei contratti pubblici. Di fatto dal primo giorno di apertura una nuova sede ha il personale di accoglienza, vigilanza, guardiania, pulizie e manutenzione.

Spesso i musei vengono percepiti come centri di costo. In realtà, quando hanno una governance solida, possono essere generatori di valore economico e sociale per il territorio. 
L’impatto dei Musei Civici di Venezia sul territorio è significativo, sia in termini economici che occupazionali. La Fondazione conta circa 90 dipendenti diretti. A questi si aggiungono circa 450 persone impegnate stabilmente nei servizi di biglietteria e accoglienza, una quarantina nei bookshop e nella ristorazione, e altre decine nei servizi di pulizia e vigilanza armata. A questo nucleo stabile si somma l’indotto: restauratori specializzati, manutentori edili e di impianti, trasportatori,  imprese artigiane che lavorano, ad esempio, i terrazzi alla veneziana presenti in molte sale espositive. Tra lo staff di Fondazione non figurano restauratori. Per contro sono decine i  professionisti esterni che intervengono sui dipinti, i tessuti, i vetri e altri materiali. Nel 2024 la Fondazione ha registrato un fatturato di oltre 40 milioni di euro, che produce ricadute sulla città e sul territorio. Gli studi più recenti dimostrano che un euro investito in cultura genera da 1,8 a 2,5 euro di indotto. Se ci limitiamo alla stima più prudente della forchetta significa che i 40 milioni di bilancio producono oltre 70 milioni di ricaduta economica annua. A questo si aggiunge l’impatto sociale ed educativo, con il coinvolgimento delle famiglie, degli anziani, dei bambini, delle persone più vulnerabili. Nel 2024 oltre 45mila utenti sono stati coinvolti nelle nostre attività didattiche.

Il rapporto con le imprese è sempre più centrale. Quali forme di collaborazione pubblico-privato ritiene più efficaci e sostenibili, oltre la sponsorship tradizionale?
Il rapporto con la sponsorizzazione è cambiato molto negli ultimi anni. Siamo passati dalla sponsorizzazione puramente finanziaria a supporto dei costi operativi, in cambio di visibilità e benefit, a partnership più articolate, quasi sempre su progetti specifici. Resiste ancora la sponsorizzazione tecnica, dove lo sponsor fornisce beni o servizi. In ogni caso mi preme sottolineare come non esista una ricetta uguale per tutti. Ogni museo e ogni realtà culturale si confronta con il tessuto produttivo e sociale del proprio territorio. Per MUVE sono cresciute in modo significativo le donazioni: quelle a valere sull’Art Bonus, quelle modali, quelle di collezioni d’arte di rilevantissimo valore che entrano a pieno titolo tra quelle civiche. Nei bilanci di Fondazione e nel patrimonio del Comune di Venezia negli ultimi anni abbiamo registrato oltre 20 milioni di euro. Penso che la chiave sia la reputazione dell’istituzione. Quanto più un museo è percepito come affidabile nel gestire le risorse e ottemperare agli impegni presi con i donors o gli sponsors, tanto più riesce ad attrarne di nuovi. Non basta avere un patrimonio storico artistico importante e visibile: serve la credibilità di realizzare rapidamente e concretamente i progetti per i quali si è ricevuto un contributo. La reputazione si costruisce nel tempo e con gli esempi. È come aggiornare continuamente un curriculum a beneficio di partner futuri.

Come si integra oggi la dimensione sociale e comunitaria?
Diventiamo «sociali» quando ospitiamo giovani artisti in residenza, quando finanziamo la produzione artistica nelle sue diverse forme, quando apriamo spazi di comunità come il caffè letterario di Mestre o trasformiamo la vecchia Centrale del Latte in un centro culturale polifunzionale, con un investimento di 4 milioni di euro. Quando i nostri conservatori e curatori dialogano con i cittadini e mettono il loro sapere a disposizione della comunità. Lo facciamo portando con noi la nostra competenza scientifica e di gestione museale del nostro staff, usando le nostre collezioni e le relazioni con istituzioni museali nazionali e internazionali. È una scommessa che ci radica sempre di più nella comunità: un museo civico non è solo custode di patrimonio, ma attore sociale e culturale.

E il rapporto con scuola, accademia e università?
Il legame con la scuola e l’accademia è per noi fondamentale. Abbiamo due uffici dedicati: uno alle attività educative – con 5 progettisti e 30 operatori che coinvolgono migliaia di persone ogni anno – e uno alla formazione, MUVE Academy, che collabora con atenei italiani e stranieri, con imprese e il mondo dell’associazionismo. Accogliamo regolarmente stage curriculari ed extracurriculari, anche retribuiti, e utilizziamo lo strumento dell’apprendimento di alta formazione e ricerca che permette a laureati under 30 di entrare in organico con contratti a tempo indeterminato, lavorando nei musei e negli uffici su progetti condivisi con le università, Ca’ Foscari e l’Università di Padova, ad esempio. 

Come affrontate la sfida ambientale?
La sostenibilità ambientale è una priorità. Oggi le forniture energetiche provengono da fonti rinnovabili, utilizziamo materiali eco-compatibili, ricicliamo e adottiamo pratiche coerenti con l’Agenda 2030. Con l’aiuto dell’Università Bocconi stiamo lavorando per il conseguimento di 4 obiettivi individuati dalle Nazioni Unite al fine di predisporre in prospettiva un bilancio e una guida per la sostenibilità. Accanto alla dimensione ambientale, per noi è centrale anche la sostenibilità sociale: dalle residenze per artisti ai progetti di comunità, fino alle collaborazioni scientifiche sul territorio lagunare, ad esempio con il CNR-ISMAR. 

Quanto è importante la cooperazione tra istituzioni museali?
È fondamentale. Credo che i progetti espositivi debbano nascere sempre più dalle proprie collezioni e dal dialogo con altri musei, privilegiando la coproduzione rispetto alle mostre blockbuster isolate. Un progetto scientifico condiviso favorisce contaminazione culturale tra conservatori, economie di scala nei prestiti e nei trasporti, trasferimento di competenze tra il personale tecnico e amministrativo. È un modello che rafforza sia la qualità scientifica sia l’efficienza organizzativa. Negli anni abbiamo collaborato con istituzioni come la National Gallery di Washington, il Musée d’Orsay e il Victoria & Albert Museum. In questo momento, ad esempio, a Palazzo Ducale è in corso la mostra «L’Oro dipinto», realizzata in coproduzione con il Museo Bizantino di Atene, che ospiterà la seconda tappa. È un allestimento complesso, ma scientificamente ricchissimo, che racconta il patrimonio visivo condiviso tra Venezia e la Grecia. Progetti come questo rafforzano la ricerca, ampliano la visibilità internazionale e, allo stesso tempo, riducono i costi grazie alla condivisione di risorse e competenze. Senza collaborazione tra istituzioni e senza radicamento nei territori, i musei rischiano di restare isolati. Invece devono essere generatori di relazioni, oltre che custodi di patrimoni.

Jenny Dogliani, 20 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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