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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliLe fogne e le catacombe di Parigi furono i primi luoghi ad essere fotografati con luce artificiale, in quell’Ottocento dove i pionieri del fotografico si barcamenavano tra sperimentazione scientifica e desiderio di possesso, Nadar scende nel sottosuolo della città per esplorare quello che l’ombra cela allo sguardo. E la fotografia, affamata di luce, rincorre il buio per svelarne l’inganno. In questo presunto paradosso il sottosuolo e la notte sembrano approdare ad un medesimo destino. Perché è proprio la mancanza di luce che svela il carattere perturbante della storia, è nella notte o nel sottosuolo che si raccontano le storie più indicibili, dove ci si nasconde dal giorno e dalla consuetudine del perbenismo.
Un immaginario disorientante da cui emerge il progetto Fuck it di Michele Sibiloni, pubblicato nel 2016. Fotografie che insistono sulla notte, dimensione libertaria in cui il flash sorprende volti e luoghi accecati dalla luce: un inganno di un solo istante, per poi tornare ad una rassicurante penombra.
Il progetto, in mostra fino al 29 marzo negli spazi di SPINA OFFSPACE a Parma, prende avvio tra il 2012 e il 2014. Sibiloni era già in Uganda da due anni, dove lavorava come fotografo e filmmaker collaborando con agenzie, magazine e televisioni internazionali e nel contempo nasce la necessità di una ricerca personale, lontana dai canoni del fotogiornalismo e da ogni logica di produzione su commissione. Una ricerca che smantellasse tutto ciò che era stato prima, una forma di liberazione e comprensione di un paese che, lentamente, iniziava ad appartenergli. Gli scatti si concentrano soprattutto nella capitale dell’Uganda, Kampala, riprese notturne di interni di locali, strade sorprese nella notte, volti, incontri fortuiti, corpi in movimento. Non è uno sguardo straniero ma complice e capace di affrancarsi da qualsiasi intento voyeuristico, restituendo un’onda a cui l’artista stesso sente d’appartenere. Significativa è la presenza, all’interno della pubblicazione, di un autoritratto che abbatte, almeno simbolicamente, qualsiasi distanza tra l’operetor e lo spectrum.
Significativa è la presenza, all’interno della pubblicazione, di un autoritratto che abbatte, almeno simbolicamente, qualsiasi distanza tra l’operatore e lo spectrum. Non si tratta però di un gesto isolato: nel libro compaiono anche ritratti di amici e presenze vicine all’autore, fotografati con lo stesso atteggiamento riservato agli altri soggetti della notte. In questo modo lo sguardo sembra rivolgersi anche verso il proprio ambiente, mettendo in crisi la posizione di chi osserva e accettando, almeno in parte, di esporsi allo stesso campo di giudizio.
Il progetto nasce da una serie di ritratti a guardie armate intente a presidiare l’entrata di alcuni locali notturni: un uomo guarda in macchina, sorpreso o incuriosito, con in mano arco e freccia, l’unica arma a sua disposizione. Da questi primi ritratti, Sibiloni inizia ad esplorare la dimensione della notte, una scena urbana che sembra nascondersi e rivelarsi al calare della luce. Ed è proprio su questa ambivalenza, su questo presunto paradosso che insiste il progetto Fuck it. La notte sottrae alla vista, ma rivela ciò che non può essere detto, un carattere libertario e liberatorio che si mostra in tutta la sua portata. Per Sibiloni la ricerca è una forma di appartenenza, la notte è uno spazio abitabile che si mostra nella sua promiscuità.
A dieci anni dalla sua prima pubblicazione, Fuck it si rivela anche come termometro di un cambiamento in atto, di una gentrificazione che non ha risparmiato neanche l’Uganda. Ma al di là dell’appartenenza temporale, rimane la necessità di affondare in un magma, di accecare con un flash e sopravvivere alla notte, in attesa di un nuovo buio, di una nuova liberazione.
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