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Firelei Báez da Hauser & Wirth a New York

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Firelei Báez da Hauser & Wirth a New York

Firelei Báez monumentale a New York: la pittura come geografia instabile della memoria

Con I piedi che affondano nell’erba bagnata, nutriti dall’incertezza, Báez presenta da Hauser & Wirth una nuova serie di dipinti monumentali, opere su carta e sculture in bronzo. La mostra, distribuita sui due piani della sede di 22nd Street, approfondisce i temi centrali della sua ricerca: diaspora africana, eredità coloniale, mitologia caraibica e rapporto tra corpo, paesaggio e cosmologia. La pittura si trasforma in ambiente atmosferico e campo percettivo instabile.

Lavinia Trivulzio

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Firelei Báez alla sua prima personale newyorkese da Hauser & Wirth. I piedi che affondano nell’erba bagnata nutriti dall’incertezza, aperta fino al 31 luglio nella sede di 22nd Street, arriva dopo due importanti mostre museali nel 2025 confermando la capacità dell’artista dominicano-americana di intrecciare pittura storica, memoria diasporica, ecologia e costruzione mitologica dentro ambienti immersivi e fortemente fisici.

La mostra occupa due piani della galleria e costruisce un percorso che progressivamente sposta lo sguardo dal corpo al paesaggio, dalla figura alla percezione atmosferica. È una trasformazione importante nella pratica di Báez. Le figure ibride e riconoscibili che hanno caratterizzato gran parte della sua produzione degli ultimi anni non scompaiono del tutto, ma diventano meno centrali, quasi dissolvendosi dentro sistemi più fluidi di materia, luce e vegetazione. Il grande dipinto View of Nature (2026), composto da otto pannelli e installato sulla parete di fondo del primo piano, sintetizza bene questo passaggio. L’opera nasce da una rielaborazione di un’incisione scientifica del 1852 di John Emslie, che rappresentava le fasce climatiche dal tropico fino al Circolo Polare Artico secondo una logica tassonomica ottocentesca. Báez utilizza quella struttura come scheletro nascosto, lasciando però che venga progressivamente sommersa da stratificazioni liquide di pittura, fogliame, segni cartografici e frammenti di testo.

La classificazione scientifica, tipica dello sguardo coloniale occidentale, viene destabilizzata. Il paesaggio non è più un territorio da misurare o controllare, ma un organismo mutevole, attraversato da memoria, percezione e trasformazione. Anche tecnicamente il lavoro insiste su questa instabilità: Báez versa il colore direttamente sulla superficie, lasciando che gravità, accumulo e dispersione producano forme non completamente governabili. La pittura diventa processo atmosferico. La questione della diaspora africana e delle genealogie coloniali continua a essere centrale, ma senza assumere forme illustrative o didascaliche. Báez lavora piuttosto sulla sedimentazione. I suoi dipinti sembrano contenere simultaneamente mappe, botanica tropicale, cosmologia, anatomia e archivi invisibili della violenza storica.

Lo stesso accade nelle grandi sculture in bronzo dedicate alle ciguapas, figure del folklore dominicano che ritornano spesso nel suo immaginario. Creature femminili mutaforma, metà umane e metà animali o vegetali, le ciguapas incarnano per Báez una forma di resistenza fluida e non classificabile. Le sculture appaiono inginocchiate, intrecciate da lunghe trecce che sembrano contemporaneamente capelli, radici, corde o viscere. Una è arricchita da piume reali, l’altra da elementi vegetali scolpiti, accentuando ulteriormente il carattere instabile delle figure.La loro presenza nello spazio della galleria introduce una tensione quasi rituale. Báez costruisce corpi che sembrano trattenuti tra terra e trasformazione, tra peso storico e possibilità di metamorfosi. È una scultura che rifiuta la monumentalità celebrativa occidentale e preferisce una dimensione organica, incompleta, vulnerabile.

Il secondo piano modifica ancora il registro. Qui Báez presenta una nuova serie di opere monumentali su carta che spostano il lavoro verso una dimensione più rarefatta e cosmica. I pigmenti si espandono sulla superficie come formazioni cellulari, nebulose o organismi microscopici. La leggibilità si riduce. L’occhio fatica a riconoscere forme precise e viene costretto a una modalità percettiva più lenta. È probabilmente qui che emerge con maggiore chiarezza uno dei nodi più interessanti della mostra: il tentativo di Báez di portare la pittura oltre la rappresentazione, verso un’esperienza quasi sensoriale o ambientale. Le opere chiedono meno interpretazione immediata e più permanenza. La forma non si impone. Affiora.

Questo spostamento è significativo anche nel quadro più ampio della pittura contemporanea internazionale. Báez appartiene a una generazione di artisti che hanno riattivato la pittura storica senza nostalgia e senza ritorni accademici, utilizzandola invece come spazio di collisione tra archivi coloniali, identità diasporiche e costruzione di nuovi immaginari. La sua pratica tiene insieme astrazione, figurazione, antropologia, ecologia e spiritualità senza stabilire gerarchie nette. Anche il titolo della mostra funziona in questa direzione, suggerisce una condizione di instabilità produttiva, quasi un invito a pensare l’identità e la memoria come processi continuamente attraversati da mutazione, attrito e trasformazione.

Lavinia Trivulzio, 18 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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