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Fine di un’era per la Stephen Friedman Gallery: attività sospesa dopo trent’anni

Le perdite sono da attribuirsi in larga parte ai costi legati alla realizzazione e alla gestione simultanea delle nuove sedi, aggravati da un contesto di generale rallentamento del mercato dell’arte

Si chiude un capitolo importante del mercato dell’arte contemporanea internazionale. La Stephen Friedman Gallery, fondata nel 1995 e per decenni punto di riferimento tra Londra e New York, è entrata in amministrazione controllata e ha cessato l’attività al pubblico in entrambe le sue sedi. La decisione arriva dopo una fase di progressivo ridimensionamento. Alla fine del 2025 era stata chiusa la galleria newyorkese, inizialmente presentata come una scelta strategica per concentrare le attività a Londra. Tuttavia, anche lo spazio londinese ha ora abbassato le serrande. Secondo quanto comunicato ufficialmente, la procedura di amministrazione è stata avviata il 2 febbraio 2026, con la nomina di FRP Advisory incaricata di valutare la situazione finanziaria della società.

Le conseguenze della chiusura si sono manifestate immediatamente anche sul piano fieristico. Ad Art Basel Qatar, la galleria ha rinunciato alla partecipazione e il booth dedicato alle opere di Huguette Caland, inizialmente previsto come progetto monografico della Stephen Friedman Gallery, è stato riassegnato all’Estate dell’artista. La gestione dello stand è stata affidata alla Lisson Gallery, che avrebbe inoltre coperto i costi dello spazio. Resta aperto il destino degli artisti rappresentati. Non è stato ancora chiarito, infatti, se i 39 artisti e archivi presenti nel roster della galleria abbiano già trovato nuove rappresentanze.

La storia della Stephen Friedman Gallery è strettamente intrecciata con l’evoluzione della scena artistica londinese degli ultimi trent’anni. Nata a Mayfair negli anni del predominio degli Young British Artists, la galleria ha attraversato diverse fasi di crescita, culminate nel trasferimento in spazi più ampi su Cork Street nell’ottobre 2023 e, poche settimane dopo, nell’apertura di una sede a New York. Quest’ultima era stata pensata per offrire agli artisti già rappresentati una piattaforma diretta sul mercato statunitense, senza il coinvolgimento di altre gallerie partner.

Proprio l’espansione internazionale si è però rivelata uno dei principali fattori di criticità. I bilanci del 2023 mostrano una perdita di 1,7 milioni di sterline, attribuita in larga parte ai costi legati alla realizzazione e alla gestione simultanea delle nuove sedi, aggravati da un contesto di generale rallentamento del mercato dell’arte. Le difficoltà finanziarie avevano già portato, nel 2025, a un avviso pubblico di possibile cancellazione della società, poi rientrato.

Nonostante previsioni inizialmente ottimistiche per il 2025, la combinazione di vendite inferiori alle attese alla fine del 2024 e di un inizio d’anno debole ha messo ulteriormente sotto pressione la liquidità della galleria. I revisori avevano segnalato la forte dipendenza da linee di credito bancarie come un elemento di rischio significativo per la continuità aziendale. Gli ultimi bilanci, attesi entro la fine di gennaio, non sono ancora stati pubblicati. Un silenzio che lascia in sospeso il destini finale di una galleria che, per oltre tre decenni, ha avuto un ruolo centrale nel sistema dell’arte contemporanea.

Redazione, 05 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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