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Da sinistra, Andrea Emiliani, Sir Denis Mahon, Cesare Gnudi ed Eugenio Riccòmini (ante 1981). Foto Lorenza Selleri © Comune di Bologna

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Da sinistra, Andrea Emiliani, Sir Denis Mahon, Cesare Gnudi ed Eugenio Riccòmini (ante 1981). Foto Lorenza Selleri © Comune di Bologna

Eugenio Riccòmini, storico dell’arte atipico, senz’altro il più seduttivo e affabulatore

Il grande studioso scomparso la notte di Natale aveva la capacità «rarissima e inimitata di innamorare chiunque di quel di cui parlava, trasmettendo a chi l’ascoltava quell’amore incantato che a lui stesso quegli argomenti ispiravano»

Giovanni Pellinghelli del Monticello

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Nella notte fra la Vigilia e Natale, quella «Stille Nacht» che sarà certo stata cara anche a lui, fra gli scampanìi festosi delle chiese bolognesi quasi a salutarlo, Eugenio Riccòmini, stupendo storico dell’arte e parlatore e scrittore ineguagliabile, se n’è andato a studiare e scrivere di là, nell’altra stanza.

Eugenio è stato uno dei miei due grandi (grandissimi) mentori nella Storia dell’Arte e anche molto nella Scrittura: quel che oggi so, l’ho imparato con lui e grazie a lui e seguendo la sua guida (pur non essendo stato io un suo allievo in senso tecnico nelle Università in cui ebbe a insegnare). Molto già mi mancava per la malattia lunga degli ultimi anni e molto mi mancherà, così come la sua assenza è stata e sarà sentita da chiunque, di Bologna o no, sappia ed ami d’arte e delle arti.

È stato storico dell’arte atipico, se così si voglia dire. Sebbene di formazione comunista (una scelta si può dire perfino «obbligata», confidava quasi per gioco, in quegli anni Cinquanta della sua giovinezza, per chi volesse dedicarsi alla cultura e alla vita culturale, e soprattutto vivere di cultura senza essere ricco di famiglia, e unica alternativa agli studi in seminario e a una futura vita ecclesiastica - per la quale «non ero certo portato», concludeva con un sorriso divertito e sornione), certamente tutto fu tranne un opaco burocrate dell’Apparatčik del Pci nella seconda metà del Novecento. Anzi: spavaldo nella sua apparenza di bell’uomo (e di tombeur de femmes) dagli appariscenti papillon multicolori di cui aveva una collezione e che divennero il suo «simbolo», con la sua aria disinvolta intrisa d’ironia (in primis per sé stesso), l’atteggiamento sempre «debonair», s’impose fra gli storici dell’arte italiani (quali più quali meno sempre un po’ pomposi ed ex cathedra) come una sorta di fascinoso e dissonante Cary Grant.

Senz’altro il più seduttivo e affabulatore, di scrittura accattivante, «imaginifica» ma svelta, senza ridondanze né prolissità, qua e là con leggera vaghezza impreziosita di qualche descrizione ardita, di un aggettivo raro, di un termine ricercato: ricordo quel «cachinno», settecentesco come le pitture descritte, con cui caratterizzò i putti che Giuseppe Maria Crespi dipinse nell’affresco delle Stagioni a Palazzo Pepoli Nuovo: figurine rosee e paglierine stagliate sull’indaco intenso del cielo a soffitto (Nove secoli d’arte a Bologna, Allemandi, Torino 1988).

Di questa seduzione culturale e umana, prova incontestata restano anche i molti anni di quelle conferenze, partite per un Progetto Giovani del Comune di Bologna e dedicate agli studenti ma che, pur senza essere edulcorate «ad usum Delphini» (o forse proprio per questo), subito furono affollatissime di non addetti ai lavori e celebri anche fra gli «Oi Polloi» e disputate fra le dame del Bel Mondo cittadino (ma non solo), e poi le liste d’attesa per partecipare ai viaggi culturali (nati dall’onda di quelle lezioni-simposio) di cui fu promotore e accompagnatore. E ancor più, infine, l’affollarsi degli studenti alle sue lezioni nelle Università di Messina prima e della Statale di Milano poi, quando (finalmente, ma sempre tardi) l’università italiana si «appropriò» del suo incontenibile sapere.

E soprattutto la capacità rarissima e inimitata di innamorare chiunque, nobildonna acculturata o avventuroso studente appena digitalizzato degli anni Novanta, di quel di cui parlava e istruiva, trasmettendo a chi l’ascoltava identico quell’amore incantato e perfino esaltante che a lui medesimo quegli argomenti d’arte ispiravano.

Del resto, se il suo cursus honorum è stato poco universitario e accademico, certamente il suo palmarès, viceversa, nasce dall’esperienza dell’arte sul campo: allievo di Stefano Bottari e Carlo Volpe laureato in Lettere moderne a Bologna nel 1958, con diploma di perfezionamento nel 1961, specializzato a Parma (dove contemporaneamente studiò disegno e pittura dall’antico sotto la guida di Nando Negri) in Paleografia, Archivistica e Diplomatica, subito iniziò a Venezia la carriera di Ispettore di Antichità e Belle Arti nelle allora Soprintendenze ai Beni Artistici.

Nel 1967 entrò in Soprintendenza a Bologna, subito scelto da Cesare Gnudi a suo collaboratore nella grande mostra «L’Europe Gotique» al Louvre. Si dedicò poi alla ricerca e catalogazione di dipinti d’età barocca fra Bologna e Ferrara che, perlopiù inediti, produssero la realizzazione di due volumi (1968 e 1970) e di due mostre a Ferrara a Palazzo dei Diamanti dedicate all’arte di Seicento e Settecento nell’abbandonata ex capitale estense.

Ottenuta nel 1971 la «Libera docenza» in Storia dell’Arte Medioevale e Moderna (istituto oggi scomparso che omologava alla cattedra universitaria e attribuiva il da tutti ambito appellativo di «Professore»), fra 1973 e 1974 organizzò per il Ministero degli Esteri l’esposizione della pittura italiana del Settecento destinata all’Ermitage di San Pietroburgo (allora Leningrado), alla Galleria Tret’jakov di Mosca e al Museo Nazionale di Varsavia.

Nel 1972 e nel 1976, gli studi sulla scultura e sulle decorazioni plastiche di Seicento e Settecento in Emilia-Romagna presero corpo nei due volumi, imprescindibili perché ancora insuperati per dottrina e stile di scrittura: Ordine e vaghezza (Zanichelli, Bologna 1972) e Vaghezza e furore (Zanichelli, Bologna 1976). Il 1977 lo vede tornare a Parma in veste di soprintendente ai Beni artistici e storici per le province farnesiane, dove nel 1980 completò i restauri della cupola del Duomo di Parma (e mantenendo i ponteggi per un mese dopo la fine dei lavori per permettere al pubblico di ammirare da vicino gli affreschi). Frutto di quegli anni parmensi fu il percorso a perfezione degli studi sulla pittura settecentesca nella capitale del ducato farnesiano e borbonico, raccolti nella monografia I fasti, i lumi, le grazie. Pittori del Settecento parmense (Cassa di Risparmio di Parma, Parma 1978).

Venne poi la realizzazione nel 1979 di «Arte del Settecento in Emilia», antesignana delle «mostre-monstre», con oltre 3.300 opere esposte in cinque sezioni: tre a Bologna, una a Parma al titolo «L’arte a Parma dai Farnese ai Borbone» (catalogo Nuova Alfa Editoriale, Bologna 1979) e una, dedicata al Neoclassico, a Faenza nello squisito Palazzo Milzetti, apoteosi della pittura di Felice Giani (oggi Museo Nazionale dell’Età Neoclassica e allora appena passato in proprietà statale).

La cattedra universitaria arrivò dal 1989 a Messina e dal 1993 alla Statale di Milano. Nel frattempo, dal 1975 al 1995 era stato consigliere comunale a Bologna e due volte assessore alla Cultura e vicesindaco (nel 1985-86 e nel 1989-90), e a lui si devono le belle targhe esplicative sulle facciate dei palazzi bolognesi (non solo quelli senatori ma tutti quelli d’importanza storica, architettonica e artistica) recanti un breve résumé della storia del palazzo, l’architetto ove noto e le opere in esso contenute.

Sempre in ambito comunale, dal 1995 al 2001 fu direttore dei Musei Civici d’Arte Antica di Bologna: sue la mostra «in trasferta» dedicata a Donato Creti al Metropolitan Museum di New York e al County Museum di Los Angeles (1998-99) e l’ideazione di «Ospiti», iniziativa che ancor’oggi periodicamente accoglie nei Musei Civici d’Arte Antica opere di privati o musei stranieri e comunque difficilmente visibili al pubblico (e che si aprì nel 1996 con il «Ritratto di Lucrezia Bentivoglio Leoni» di Ludovico Carracci, allora riapparsa sul mercato antiquario ed entrata nella quadreria dell’industriale bolognese Giuseppe Gazzoni-Frascara).

Ha poi curato con Daniele Benati la monografica «Annibale Carracci» a Bologna al Museo Civico Archeologico (2006) e Roma al Chiostro del Bramante (2007), partecipando anche ai cataloghi per le esposizioni bolognesi «Duecento. Forme e colori del Medio Evo a Bologna» al Museo Civico Medievale nel 2000; «I Bibiena. Una Famiglia Europea» alla Pinacoteca Nazionale nel 2001, e «Amico Aspertini» nel 2008, sempre alla Pinacoteca Nazionale e alla Rocca Isolani di Minerbio.

E accanto agli scritti inimitabili e ai ricordi luminosi, lascia a consolazione dei moltissimi che l’hanno amato due eredi e discepoli che «discendon per li rami»: i figli Marco e Anna Maria, l’uno squisito scrittore ed esperto tanto ormai quanto il padre di arte a tutto tondo fra Barocco e Rococò, l’altra archeologa cattedratica a Cremona, specialista di arte romana ma, sedotta dal lessico familiare dell’arte fra Seicento e Settecento, studiosa del sontuoso collezionismo d’antichità romane nell’Europa delle Corti e del Grand Tour.
 

Da sinistra, Andrea Emiliani, Sir Denis Mahon, Cesare Gnudi ed Eugenio Riccòmini (ante 1981). Foto Lorenza Selleri © Comune di Bologna

Giovanni Pellinghelli del Monticello, 27 novembre 2023 | © Riproduzione riservata

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