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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliAl Museo MarteS di Calvagese della Riviera, la mostra Il Vero-Simile. Bellotti e Ceruti: pittura di realtà a confronto (21 marzo – 28 giugno 2026), a cura di Stefano Lusardi con Serena Goldoni e Alessia Mazzacani, mette in relazione due figure centrali della pittura lombarda tra Sei e Settecento, interrogando la nozione stessa di “realtà” nel momento in cui questa prende forma come linguaggio autonomo.
Il progetto si costruisce su un dispositivo essenziale: il confronto diretto. Alle opere della Collezione Sorlini si affiancano quattro prestiti significativi, tra cui l’Autoritratto di Pietro Bellotti dagli Uffizi e quello di Giacomo Ceruti dal Museo Villa Bassi Rathgeb, oltre ai Popolani all’aperto delle Gallerie dell’Accademia di Venezia e al Nano proveniente da collezione privata bresciana. Ne emerge un dialogo serrato che non si limita a evidenziare affinità iconografiche, ma mette a fuoco due modalità divergenti di intendere la rappresentazione del reale.
Due modelli di realtà
Bellotti e Ceruti condividono un’attenzione per i soggetti marginali (popolani, mendicanti, figure ai margini della gerarchia sociale) ma la loro pittura si sviluppa secondo traiettorie distinte. Bellotti appartiene a una sensibilità ancora seicentesca, segnata da una materia pittorica densa, da una tonalità “di ruggine” e da una costruzione dell’immagine che conserva un impianto morale implicito. Il suo Autoritratto insiste su una dimensione rappresentativa: abiti ricercati, espressività accentuata, una dichiarazione di ruolo che colloca l’artista in una sfera intellettuale.
Ceruti, al contrario, riduce l’immagine a una presenza essenziale. Nel suo Autoritratto elimina ogni elemento simbolico, si rappresenta in modo sobrio, quasi dimesso. La pittura si apre a una luce più analitica, a una costruzione cromatica che non enfatizza ma osserva. Il dato umano non è mediato, ma restituito nella sua evidenza.
La scena di genere come spazio critico
Il confronto si intensifica nelle grandi tele. I Popolani all’aperto di Bellotti -recentemente restituiti al corpus dell’artista- costruiscono una scena corale in cui la realtà si impone con una forza quasi perturbante. La scala monumentale e la crudezza della rappresentazione producono uno scarto rispetto alla tradizione della pittura di genere, trasformando il soggetto in un campo di osservazione sociale.
In parallelo, il Nano di Ceruti, riconducibile al ciclo bresciano degli anni 1725-1733, concentra l’attenzione su una figura isolata, fortemente connotata. Qui il riferimento alla tradizione spagnola del Seicento -in particolare alla tipologia dei “tipi umani”- si traduce in una presenza che non è caricatura né allegoria, ma affermazione di esistenza. Il rimando alla Vecchia popolana di Bellotti, rientrata in Italia nel 2025 dopo una lunga permanenza in una collezione madrilena e a lungo attribuita a Velázquez, rafforza questo dialogo. Le due immagini condividono una medesima temperatura emotiva, pur divergendo nella costruzione formale.
Tra Seicento e Settecento: una soglia
Il nodo della mostra risiede proprio in questa frizione. Bellotti e Ceruti non rappresentano semplicemente due declinazioni della pittura di realtà, ma due momenti distinti della sua evoluzione.
Nel primo, il reale è ancora attraversato da una tensione narrativa e morale; nel secondo, si afferma come dato autonomo, osservato senza mediazioni retoriche. In questa transizione si può leggere un passaggio più ampio, che conduce verso il realismo ottocentesco.
Una posizione nel sistema
Il progetto si inserisce nella linea di ricerca avviata dalla Fondazione Luciano Sorlini sulla pittura di realtà lombarda e prosegue un percorso che ha già avuto un momento significativo nella mostra dedicata a Ceruti nel 2023. In questo senso, il MarteS si configura come un dispositivo curatoriale concentrato, capace di lavorare per nuclei tematici e confronti mirati, piuttosto che per grandi ricostruzioni narrative. La scelta della formula “mostra dossier” va letta in questa direzione: riduzione del campo, precisione dello sguardo, costruzione di un discorso che si fonda sull’evidenza delle opere.
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