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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliUn dancing disegnato da Carlo Mollino, un villaggio operaio nato accanto a un cotonificio, ex fabbriche riconvertite, case private, studi professionali, palazzi storici e nuove forme dell’abitare. Per due giorni Torino si racconta attraverso ciò che più spesso resta segreto e fuori dai percorsi tradizionali, aprendo le porte dei luoghi di lavoro, produzione, vita quotidiana e trasformazione urbana. Sabato 6 e domenica 7 giugno torna Open House Torino, nona edizione della manifestazione che apre gratuitamente oltre 160 edifici e propone 16 tour tematici in città. Nato a Londra nel 1992 da un’idea di Victoria Thornton e oggi diffuso a livello internazionale, il format rende accessibile l’architettura e mostra come gli edifici siano anche strumenti per comprendere la storia economica, sociale e culturale di un territorio. Torino è tra le città italiane dove questo racconto appare più evidente. Capitale sabauda, città industriale, laboratorio del design e dell’automobile, negli ultimi decenni ha continuamente trasformato il proprio patrimonio architettonico e urbanistico. Ogni fase ha lasciato tracce: residenze nobiliari, fabbriche, infrastrutture, quartieri operai, edifici pubblici e sperimentazioni contemporanee. Dietro l’immagine ordinata della capitale sabauda convivono stagioni architettoniche molto diverse: il Liberty di inizio Novecento, quando la città diventa uno dei centri italiani dell’Art Nouveau dopo l’Esposizione internazionale del 1902; le sperimentazioni del Novecento legate all’industria, al design e ai nuovi modi di abitare; fino alle architetture in cemento armato del secondo dopoguerra, oggi riscoperte anche attraverso una nuova attenzione verso il Brutalismo, o al laboratorio di Italia ’61, l’Esposizione organizzata per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia, che lasciò alla città architetture sperimentali e infrastrutture che oggi sono un meraviglioso esempio, poco valorizzato, di retrofuturismo. Questa particolare stratificazione emerge nei percorsi di Open House Torino: palazzi decorati da ferri battuti, motivi floreali e dettagli artigianali in stile art Nouveau convivono con ex fabbriche, edifici produttivi trasformati in moderni loft o centri multiculturali, strutture dove vetro e cemento lasciati a vista racconta un’altra idea di modernità. Un atlante di epoche diverse che mostra come la città sia cambiata continuando a riscrivere i propri spazi. Tra gli esempi più noti il Dancing Le Roi, uno degli interni più sorprendenti progettati da Carlo Mollino. Realizzato negli anni Sessanta per l’impresario Lutrario, non era una semplice sala da ballo ma una macchina scenografica: scale sospese, forme curve, luci e dettagli costruivano un ambiente vicino all’immaginario teatrale e cinematografico di un autore capace di attraversare architettura, fotografia, design e sperimentazione. Di tutt’altro segno è il Villaggio Leumann di Collegno, testimonianza della stagione industriale tra Ottocento e Novecento. Nato per volontà dell’imprenditore svizzero Napoleone Leumann accanto al cotonificio, non era solo un insieme di abitazioni operaie ma un vero progetto urbano: case, scuola, servizi, spazi comuni e la chiesa di Santa Elisabetta raccontano un momento in cui l’industria non produceva soltanto beni, ma immaginava nuovi modelli sociali. Il programma attraversa anche il grande tema della riconversione, uno dei capitoli fondamentali della Torino post-industriale. Stabilimenti produttivi, complessi del Novecento e luoghi del lavoro vengono riletti attraverso nuovi usi, mostrando come una città costruita intorno alla fabbrica abbia progressivamente trasformato il proprio patrimonio senza cancellarlo. Accanto ai grandi edifici pubblici e agli interventi più conosciuti, Open House mantiene però una caratteristica particolare: l’ingresso nelle architetture private. Appartamenti, loft, studi di progettazione e case d’autore permettono di osservare una trasformazione più silenziosa ma altrettanto significativa: quella dei modi dell’abitare. Cambiano le dimensioni degli spazi, il rapporto tra casa e lavoro, il recupero degli edifici esistenti, l’attenzione alla sostenibilità.
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