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Antonio Grulli
Leggi i suoi articoliL’Italia oggi celebra l’anniversario di uno dei miti del nostro Paese: sono passati infatti cent’anni dalla prima partita giocata sul campo di San Siro. Era il 19 settembre 1926 e si sfidarono in un derby Milan e Inter. Per la cronaca, vinse l’Inter 6 reti a 3. Recentemente le due società hanno portato avanti campagne abbonamenti in cui il protagonista era l’iconico stadio, la «Scala del calcio», la «casa» dei tifosi. Gli uffici comunicazione comprendono perfettamente come quel luogo sia magico e visivamente indimenticabile, e quanto edifici di questo genere siano depositari di emozioni, memorie e storie degli individui e delle comunità.
Questo compleanno non poteva essere celebrato in maniera più triste, però. Come è possibile infatti che le società che hanno acquistato lo stadio siano oggi le stesse che ne vogliono la demolizione? Inter e Milan hanno avviato il processo che porterà alla scomparsa del glorioso impianto per dare vita a una complessa operazione immobiliare e a una nuova arena, costruita poco distante dall’attuale. Sono comparsi alcuni articoli di rammarico, ma ho come l’impressione che l’intera città, l’Italia e forse anche il resto del mondo non abbiano ancora preso coscienza di ciò che sta per accadere. E invece probabilmente accadrà: San Siro può sparire, ed è necessario iniziare a ragionare seriamente su questa possibilità. Ne ho scritto per «La Lettura» del «Corriere della Sera» lo scorso maggio, cercando di proporre una soluzione che permettesse di tenere insieme molte esigenze diverse. Le squadre hanno ragione nel desiderare un nuovo stadio, più moderno e performante, ma non sembra esserci alcun bisogno di distruggere la vecchia arena. Anzi, la sua conservazione potrebbe rappresentare un valore aggiunto straordinario.
È indiscusso che la sua storia, calcistica e non solo, renda San Siro probabilmente uno dei più importanti stadi al mondo. A questo si aggiunge la sua qualità architettonica: le torri elicoidali che sorreggono una copertura rossa, brutale e imponente; una montagna di cemento ordinata ed elegantissima, un monumento memorabile e inarrivabile al saper fare milanese, alla storia della sua industria pesante, e alla capacità italiana di progettazione architettonica e urbanistica. San Siro è un mito, una leggenda conosciuta in ogni angolo del mondo in cui esista un appassionato di calcio. A livello globale è probabilmente più riconoscibile di molti monumenti simbolo della città, è la Tour Eiffel meneghina. Come è possibile pensare di demolirlo? Propongo quindi di trasformarlo nel grande museo di arte contemporanea che tanto manca a Milano: se le squadre non lo vogliono più, facciamolo nostro, usiamolo come base per costruire il futuro dell’arte in Italia e non. Non esisterebbe al mondo un museo ospitato in un luogo più iconico, in grado da solo di attirare frotte di visitatori.
La folle idea di demolire un capolavoro
La proposta ha generato un ampio dibattito a cui hanno partecipato grandi intellettuali, architetti e politici. Inoltre, due settimane più tardi «La Lettura» ha costruito un intero speciale dedicato alla storia dello stadio e a un approfondimento sulle conseguenze della sua eventuale demolizione. Ne emerge un quadro in cui l’impatto ecologico e sociale dell’operazione appare enorme, persino difficilmente giustificabile dal punto di vista economico. Un lungo intervento, a firma del critico di architettura Edwin Heathcote, definisce folle l’idea di distruggere un capolavoro architettonico di questo livello. Sembra quindi esistere una base di riflessione che trascende i confini calcistici e coinvolge il mondo della politica, dell’architettura e della cultura, travalicando anche i confini nazionali.
Trovo paradossale che la dirigenza di Inter e Milan, così come una parte della politica milanese e non, leggano unicamente come un peso economico un San Siro privo della sua funzione sportiva originaria. Sarebbe come pensare che il Colosseo non generi più valore perché al suo interno non combattono più gladiatori. Anche se non più sede sportiva, San Siro non deve diventare un monumento vuoto e morto. Un suo ripensamento sarebbe in linea con la tradizione italiana di riuso e trasformazione dei grandi monumenti del passato, anche di enormi strutture di epoca romana, dal Pantheon a Castel Sant’Angelo, fino alle Terme di Diocleziano.
Recentemente è stato pubblicato sull’influente blog di architettura Dezeen un articolo dal titolo «How stadiums are turning into entertainment districts», parte di una più ampia riflessione dedicata al futuro degli stadi. Il quadro che emerge è quello di una trasformazione inevitabile: queste grandi cattedrali dello sport sono destinate a essere sempre più luoghi a uso misto, in cui l’intrattenimento svolgerà un ruolo fondamentale, anche economico. Perché non immaginare allora un ulteriore salto concettuale, per cui gli stadi possano svolgere anche il ruolo di istituzioni culturali in grado di dialogare con il mondo dello sport?
Ogni forma di investimento sportivo e immobiliare potrebbe essere enormemente valorizzata dalla presenza dello stadio storico. L’operazione oggi immaginata sembra invece di piccolo cabotaggio, e sarebbe utile forse, per tutti gli attori coinvolti, provare ad alzare l’asticella, dal punto di vista anche economico; a nessuno serve una «Dubai delle nebbie», costruita su di una tabula rasa urbanistica senza memoria e senza sapore. Nell’area c’è spazio per tutto: per San Siro e per un nuovo stadio, magari integrati in modi visionari, così come per operazioni immobiliari di alto livello. Lo stesso Comune potrebbe indirizzare il progetto in questo senso, e valutare un modello di sviluppo verticale, come avveniva in alcune delle strategie urbanistiche del passato, piuttosto che un’espansione orizzontale del costruito (come sembra dai primi rendering diffusi).
Riccardo Previdi, dalla serie «Supersansiro» , 2026
Riccardo Previdi, dalla serie «Supersansiro» , 2026
Sperimenti oggi inimmaginabili
Anche rispetto al mondo dell’arte, uno stadio ripensato come contenitore del contemporaneo potrebbe generare nuove ispirazioni, attitudini, pensieri. Le stesse dimensioni di San Siro permetterebbero un «respiro» difficilmente raggiungibile dai musei tradizionali. E questo permetterebbe sperimentazioni oggi inimmaginabili. San Siro non è solo un edificio, è un’infrastruttura ibrida che per dimensioni, quantità di persone in grado di accogliere e veicolare, importanza simbolica e storica, potenza mediatica, può essere visto come una «hyper-struttura». È inserito in una zona della città di Milano poco conosciuta ma che è un gioiello urbanistico, uno dei più interessanti laboratori di progettazione degli ultimi cent’anni, con cui può e deve interagire, anche intellettualmente. È circondato infatti (per fare solo alcuni esempi) da ippodromo, Parco Monte Stella, QT8, quartiere Gallaratese di Aldo Rossi. E a poca distanza si trova il grandissimo complesso fieristico di Rho attorno al quale si è tenuto l’Expo milanese. Sono già presenti tutte le infrastrutture necessarie: metropolitane, grandi aeroporti, parchi, strade, mezzi di trasporto, parcheggi, hotel...
Un grande limite degli italiani, sempre bravi a sminuirsi, è quello di continuare a considerare Milano solo una città. Milano è in realtà una megalopoli ricca e incredibilmente dinamica, che coinvolge un’area di circa 11 milioni di abitanti (più grande e ricca di molti Stati) e che, per il modo in cui è integrata economicamente e socialmente, finisce quasi per essere sovrapponibile alla regione Lombardia. È una delle locomotive economiche e sociali d’Europa. Non solo: Milano è incastonata nel cuore dell’Europa, a solo tre ore da Zurigo e a un’ora dal Mediterraneo. Deve quindi assumersi la responsabilità della sua grandezza e del suo peso e iniziare a pensare in grande.
Proponendo di riconvertire San Siro in museo di arte contemporanea della città, non bisogna immaginare uno stadio al cui interno venga semplicemente costruito un classico museo di vecchio stampo. Nel mondo esistono già modelli virtuosi da cui prendere spunto. Se il Meazza è un ibrido tra architettura e infrastruttura, la stella polare, da un punto di vista concettuale, potrebbe essere la High Line di Manhattan: una vecchia ferrovia sopraelevata destinata alla demolizione, salvata da una grande iniziativa popolare e riconvertita a spazio per l’arte pubblica capace di ottenere un enorme successo di pubblico e di generare un significativo indotto economico. Ma sono molti gli esempi nati in questi anni di nuovi format istituzionali per l’arte in grado di trascendere la classica scala dell’arte del passato, come la Turbine Hall della Tate Modern di Londra, con la sua grande «pancia» destinata alle installazioni, la Dia Art Foundation di New York dedicata alla Land art, l’M+ di Hong Kong con la sua facciata schermo in grado di competere con il paesaggio urbano, o iniziative come Circa a Londra. San Siro come museo (SUPERSANSIRO?) potrebbe somigliare a un’infrastruttura da visitare, un grande ambiente pubblico in cui scoprire l’arte e su cui potrebbero innestarsi interventi architettonici destinati a forme di arte più classica. Le sue dimensioni permetterebbero di sperimentare anche rispetto al tema dell’archivio e dell’immagazzinamento delle collezioni, estremamente attuale nel dibattito istituzionale di oggi (Depot a Rotterdam e V&A a Londra): proviamo a immaginarlo come un gigantesco scrigno di cemento.
Ma è soprattutto nel punto in cui l’arte incontra il mondo del performing arts e delle pratiche «time-based» che si aprono forse le prospettive più interessanti. San Siro non è infatti solo una delle cattedrali mondiali dello sport. In Italia è anche un luogo fondamentale e leggendario per la musica e i concerti. Per un cantante «fare San Siro» rappresenta un punto di arrivo, il simbolo di un successo ormai consolidato e irreversibile. La nuova istituzione potrebbe specializzarsi proprio in questo territorio di confine, sperimentando incroci tra arte, performance, intrattenimento e cultura pop, una frontiera in cui negli ultimi anni tantissimi musicisti internazionali si stanno già spingendo con audacia.
Insomma, davanti a noi c’è un intero mondo di nuove prospettive, visioni e confini da attraversare. Basta volerlo.
Milano si fa, giustamente, vanto del suo essere una delle capitali mondiali della riflessione sul design e sull’architettura, ma questa fama va continuamente meritata. Se San Siro dovesse essere abbattuto ce ne pentiremo presto e amaramente.
Antonio Grulli
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