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Giulio Paolini, «Riservato», 2026

Courtesy della Fondazione Giulio e Anna Paolini e Galleria Christian Stein, Milano

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Giulio Paolini, «Riservato», 2026

Courtesy della Fondazione Giulio e Anna Paolini e Galleria Christian Stein, Milano

Dopo sessant’anni Giulio Paolini torna alla Galleria Christian Stein

Fu proprio grazie a Margherita Stein che l’artista ebbe la possibilità di esporre per la prima volta il suo lavoro a Torino nel 1967

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Era il 1967 (l’anno prossimo saranno dunque sessant’anni) quando Giulio Paolini, allora ventisettenne, esponeva per la prima volta il suo lavoro nella galleria che Margherita Stein aveva aperto l’anno precedente a Torino, al numero 3 di via Teofilo Rossi. Il Sessantotto era alle porte ma Torino era piuttosto conformista e lei, una donna che avrebbe tracciato i percorsi dell’arte degli anni a venire, ne era consapevole. Così, per evitare di incappare nelle trappole del maschilismo, decise di chiamare la galleria (e poi anche sé stessa) con il nome del marito: Galleria Christian Stein. La mostra era una collettiva in cui figuravano tutti i futuri maestri dell’Arte Povera e non solo. Da allora Paolini (nato a Genova nel 1940, vive e lavora a Torino) non avrebbe smesso di esporre, in mostre personali e no, nella Galleria Stein, prima nelle tre sedi di Torino, poi in quelle di Milano: l’ultima volta, qui, nel 2023. 

Ora, dal 4 giugno al prossimo autunno, Giulio Paolini torna negli spazi di corso Monforte 23 con la personale «In studio (ora come allora)» in cui, alle soglie degli 86 anni, rivisita i suoi luoghi dell’anima: luoghi in senso fisico (lo studio, spazio separato dal rumore del mondo in cui la creazione, nel silenzio e nella concentrazione, prende forma) e luoghi in senso figurato, cioè i temi che predilige (calchi di sculture classiche, leggii musicali, telai di quadri, soprattutto): strumenti concettuali che gli sono compagni di strada e di lavoro da sessant’anni, di cui si serve per indagare la struttura della visione e per analizzare i fondamenti costitutivi della creazione artistica. Tutti segni visivi e modelli concettuali ricorrenti ma ogni volta riletti, rielaborati e riattivati in nuovi insiemi, e non a caso spesso raggruppati in cicli che, come composizioni musicali, assumono la forma di variazioni sul tema. 

A un ciclo appartiene l’opera «Mnemosine (Les Charmes de la Vie/8)» (1981-90), un lavoro grandioso, parte della serie che ruota intorno al dipinto «Les Charmes de la Vie» (1717-18; Wallace Collection, Londra) di Jean-Antoine Watteau: una «festa galante» settecentesca da cui l’artista estrae dei dettagli (il cielo, le colonne, la sedia, mai le figure umane) cui accosta un numero di oggetti pari al numero progressivo di ogni opera all’interno del ciclo. In questa, che è l’ottava della serie, sono otto gli elementi aggiunti al dipinto: otto telai disposti secondo ritmi calibrati, alcuni posati a terra, e una tela preparata su cui figura un disegno a matita di otto elementi posti intorno a un fulcro centrale, in una riflessione sullo spazio e sugli artifici della rappresentazione. Anche «Arianna» (2025) si nutre di un’opera del passato, in questo caso del volto della figura femminile (la «Gratitudine» piangente) che compare nella «Stele funebre di Giovanni Falier» (1805-08) di Antonio Canova, il cui sguardo intercetta i raggi rossi disegnati dall’artista su due carte in cui si vedono spazi prospettici. Perché «Arianna»? Per rendere omaggio alle atmosfere straniate delle «Piazze d’Italia» di de Chirico, spesso abitate dalla scultura dell’«Arianna addormentata» dei Musei Vaticani («figura, afferma Paolini, in eterna attesa di accogliere l’immagine»), accompagnata qui da un drappo di tessuto che evoca il cielo. Sono nove i lavori (sei dei quali inediti) esposti in questa mostra, insieme a collage e studi preparatori. Non possiamo (né vogliamo) anticiparli tutti, ma non possiamo non citare l’opera «In studio (ora come allora)» (2025), che dà il titolo alla mostra e che trova posto al centro dello spazio espositivo, con la sua duplice evocazione, fra una moltitudine di oggetti, dello studio dell’artista, il luogo, come dice lui stesso, in cui «riesco a fingere di esistere, a mettere ordine tra le mie carte: in verità, mettere in scena un finto e calcolato disordine per farmi credere di essere all’opera».

Ada Masoero, 01 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Dopo sessant’anni Giulio Paolini torna alla Galleria Christian Stein | Ada Masoero

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