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Ai Weiwei con il passaporto che gli è stato restituito dal governo cinese nel 2015

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Ai Weiwei con il passaporto che gli è stato restituito dal governo cinese nel 2015

Dopo dieci anni di esilio, l’artista dissidente Ai Weiwei è tornato in Cina

È rientrato a Pechino a fine 2025 per una visita privata di tre settimane. Ciò però non implica un cambiamento sostanziale della posizione delle autorità nei suoi confronti

Giorgia Aprosio

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Ai Weiwei è rientrato in Cina alla fine del 2025 per una visita privata di circa tre settimane, la prima dopo oltre dieci anni. La notizia è stata riportata dall’emittente televisiva statunitense CNN, che ha ricostruito le tappe del viaggio, avvenuto senza comunicazioni ufficiali. L’artista è arrivato a Pechino, dove è stato sottoposto ai controlli di frontiera e a un breve interrogatorio prima di essere ammesso nel Paese. Superata l’immigrazione, non si sono registrate ulteriori restrizioni da parte delle autorità.

Durante il soggiorno, Ai Weiwei ha condiviso sui propri profili social immagini e brevi video che documentano momenti trascorsi con amici e familiari, tra cui l’incontro con la madre novantatreenne e il figlio sedicenne. In un’intervista rilasciata a CNN, l’artista ha raccontato l’esperienza del ritorno: «È stato come se una telefonata interrotta da dieci anni si fosse improvvisamente riattivata: il tono, il ritmo e la velocità sono tornati come prima, ha detto riferendosi all’istante dell’arrivo a Pechino. Quello che mi mancava di più era parlare cinese. Per gli immigrati, la perdita più grande non è la ricchezza, la solitudine o uno stile di vita sconosciuto, ma la perdita dello scambio linguistico».

Il rientro ha attirato l’attenzione internazionale soprattutto per il suo valore simbolico. Ai Weiwei è infatti noto come una delle figure artistiche più apertamente critiche nei confronti del Governo cinese, e ha affrontato nei suoi lavori temi quali la censura, la repressione politica, la violenza di Stato e i diritti umani. La visita ha riaperto interrogativi sulle condizioni che rendono possibile oggi la sua presenza in Cina e sul margine di tolleranza riservato a una voce artisticamente e politicamente associata al dissenso.

Come ricostruito da «Artnet News», Ai Weiwei aveva lasciato la Cina nel 2015, dopo la restituzione del passaporto confiscato nel 2011, avviando un periodo di esilio durante il quale si è stabilito e ha lavorato principalmente in Europa. In quell’anno l’artista era stato detenuto per 81 giorni senza accuse formali, ufficialmente nell’ambito di un’indagine per evasione fiscale, e successivamente sottoposto a un periodo prolungato di sorveglianza e limitazioni della libertà personale. L’esperienza della detenzione è confluita in alcune opere chiave della sua produzione, tra cui «S.A.C.R.E.D.» (2013), un ciclo di diorami in scala reale che ricostruiscono le condizioni della prigionia.

Negli anni successivi al suo trasferimento all’estero, la visibilità di Ai Weiwei in Cina si è progressivamente ridotta, con il suo nome e il suo lavoro in larga parte assenti dai canali digitali e istituzionali. Secondo l’analisi riportata da «Artnet News», questa perdita di centralità nel dibattito pubblico interno potrebbe aver contribuito a rendere il suo rientro meno sensibile sul piano politico, evitando al tempo stesso le conseguenze internazionali che un eventuale diniego di ingresso avrebbe potuto generare. In questo quadro, l’ingresso dell’artista senza incidenti e la possibilità di incontrare la propria famiglia non implicano un cambiamento sostanziale della posizione delle autorità nei suoi confronti.

Ai Weiwei, «S.A.C.R.E.D.» (2013), opera in sei parti composta da: (i) Supper, (ii) Accusers, (iii) Cleansing, (iv) Ritual, (v) Entropy, (vi) Doubt. Courtesy Lisson Gallery

Giorgia Aprosio, 28 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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