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Jonathan Lyndon Chase

Foto Eric D. Jackson

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Jonathan Lyndon Chase

Foto Eric D. Jackson

La prima volta di Jonathan Lyndon Chase a Milano, l’intimità diventa politica da Galleria Gió Marconi

Con «Keep thinking nobody does it like you, here comes the sunset», la galleria milanese ospita la prima personale italiana dell’artista. Un progetto che intreccia pittura e ceramica interrogando corpo, intimità e forme di convivenza

Giorgia Aprosio

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La prima mostra personale in Italia di Jonathan Lyndon Chase, «Keep thinking nobody does it like you, here comes the sunset» (in corso fino al 18 marzo), arriva da Galleria Gió Marconi in un contesto tutt’altro che neutro.

Il lavoro di Chase è internazionalmente riconosciuto, noto soprattutto per le immagini in cui l’artista si ritrae in prima persona, spesso insieme al compagno, in scene quotidiane e intime. È una pittura che parte dall’esperienza diretta del corpo, un corpo vissuto ed esposto, che entra nell’opera non solo come soggetto, ma come presenza fisica che ne determina il ritmo.

Ed è proprio a partire da questa centralità del corpo che, visitando la nuova mostra, emerge lo scarto più interessante. Il continuo tornare su di sé di Chase non ha nulla di autoreferenziale. L’artista utilizza sé stesso come figura disponibile e il proprio vissuto come punto d’accesso a un discorso più ampio.

Jonathan Lyndon Chase, «Married Couple in bathroom», 2025. Foto Fabio Mantegna

Una veduta della mostra «Keep thinking nobody does it like you, here comes the sunset» di Jonathan Lyndon Chase da Gió Marconi, Milano. Courtesy dell’artista; Gió Marconi, Milano. Foto Fabio Mantegna

«Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile da solo», racconta orgoglioso mentre presenta il marito e l’assistente al termine della serata di opening. E immaginando le ore passate tra il montaggio delle tele, la cottura di pesanti opere ceramiche e la costruzione di veri e propri ambienti domestici, la frase suona tutt’altro che una posa.

A chiarire la struttura stessa del progetto ci sono poi il suo chiedere «come ti senti?» dopo aver visitato la mostra e l’uso dei pronomi inglesi they/them. L’intero lavoro di Chase ruota attorno alle relazioni, all’abitudine, all’affetto, alla vita condivisa. Non insiste su definizioni, mostra piuttosto la responsabilità dell’amore reciproco, parla di cura e di una stabilità costruita nel tempo. Se una parola può riassumerlo, allora quella è «famiglia», intesa come rete di legami che si scelgono e si praticano.

Lo spazio stesso della galleria è organizzato come un appartamento, con cucina-soggiorno, camera da letto e bagno. Gli ambienti domestici sono abitati da figure che rimandano spesso all’artista e al compagno, disegnando una ritualità fatta di gesti ripetuti. La casa, però, non appare come un luogo pacificato e separato dal contesto esterno. Nell’opera di Chase l’affetto esiste come pratica quotidiana, costruita giorno per giorno, non certo come dato acquisito. E l’intimità non coincide automaticamente con la sicurezza. I muri sono segnati, gli impianti restano visibili, il tappeto trattiene tracce e stratificazioni. È uno spazio vissuto, attraversato dal tempo e dagli altri.

Una veduta della mostra «Keep thinking nobody does it like you, here comes the sunset» di Jonathan Lyndon Chase da Gió Marconi, Milano. Courtesy dell’artista; Gió Marconi, Milano. Foto Fabio Mantegna

Il linguaggio pittorico di Chase conferma questa tensione. La pittura è veloce, fisica, diretta, quasi «da strada». Rinuncia alla rifinitura e punta sull’urgenza. Anche quando sono ambientate in interni, le scene non sembrano pensate per restare chiuse lì dentro. Non c’è alcun voyeurismo e proprio in questo passaggio dall’interno all’esterno il lavoro assume una dimensione politica concreta.

In Italia, del resto, la politica entra spesso dalla porta di casa quando è il diritto a decidere che cosa sia, e che cosa non sia, famiglia. Ne parliamo davanti a un set di tartine dolciastre che poco si accordano con il sapore amaro dell’argomento.

Il quadro normativo che riguarda le persone queer resta frammentato e incompleto. Le famiglie omogenitoriali non sono pienamente riconosciute e il riconoscimento dei figli dipende da decisioni locali e percorsi giuridici incerti, con conseguenze concrete su scuola, sanità e tutela legale. L’assenza di una legge nazionale specifica contro l’omotransfobia rende più fragile il contrasto alle discriminazioni nello spazio pubblico e nel lavoro.

Le immagini di Chase mostrano una familiarità con l’affetto che non è affatto scontata. Corpi che si toccano, che convivono, che condividono spazi e gesti quotidiani sono rappresentati senza alcuna eccezionalità. Parte di questa casa sono anche una serie di sculture in ceramica, tra cui tavoli sorretti da figure che ricordano l’artista stesso. Il riferimento ai celebri tavoli di Allen Jones è evidente, con una possibile componente ironica, e ribalta l’immaginario a cui quelle opere sono storicamente legate, quello di «Arancia meccanica», con corpi femminili esili e iper-oggettificati ridotti a superfici d’uso. Il corpo di Chase non è né oggetto né feticcio, ma struttura portante che sostiene, regge il peso, rende possibile l’azione.

Una veduta della mostra «Keep thinking nobody does it like you, here comes the sunset» di Jonathan Lyndon Chase da Gió Marconi, Milano. Courtesy dell’artista; Gió Marconi, Milano. Foto Fabio Mantegna

Un ulteriore livello di lettura riguarda la galleria come contesto della mostra. Galleria Marconi ha segnato la storia dell’arte italiana del secondo Novecento ed è il luogo in cui sono passati artisti icona del genio artistico all’italiana come Mario Schifano, Giuseppe Uncini, Mimmo Rotella, Franco Vaccari e Arnaldo Pomodoro. Un’idea di genio presentata come dote quasi naturale, che finisce per coincidere sempre con un tipo umano molto riconoscibile.

La decisione di mostrare Chase si inserisce nel processo di scrittura della storia della galleria e dei suoi sviluppi futuri, avviato ormai da molti anni, che ha visto passare da quelle stesse stanze artisti come Allison Katz, John Bock, Tai Shani, Trisha Baga e Simon Fujiwara.

In realtà si tratta di una linea meno nuova di quanto si pensi. Nel 1973, quando era ancora Studio Marconi, Giorgio Marconi dedicò una mostra a Louise Nevelson, allora poco riconosciuta dal pubblico europeo, ricordando il loro primo incontro come una mattinata passata a parlare non solo di opere, ma di vita.

Certo, con Chase il contesto è diverso. È un artista pienamente riconosciuto a livello internazionale, con opere presenti in collezioni pubbliche come il Whitney Museum of American Art, il Walker Art Center, il Brooklyn Museum e il Los Angeles County Museum of Art. Portare oggi il suo lavoro in Italia non significa quindi forse scoprire un artista, ma scegliere consapevolmente che cosa far entrare in una storia iniziata molto tempo fa.

Giorgia Aprosio, 25 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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