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BUILDING TERZO PIANO è uno spazio un po’ «anarchico» della galleria milanese BUILDING: posto com’è all’ultimo dei piani espositivi, è svincolato dalla programmazione dei piani inferiori e di BUILDING BOX, la vetrina che ospita un progetto espositivo annuale, a rotazione, fruibile in ogni momento dall’esterno, curato quest’anno da Alberto Fiz. Ad Alberto Fiz si deve anche la curatela della personale «L’Altrove» di Silvio Wolf (Milano, 1952; vive e lavora tra Milano, dove è docente allo Ied, e New York, dove insegna alla School of Visual Arts), artista della fotografia colto, sensibile e sperimentale, che dal 24 febbraio al 21 marzo presenta qui e nella Galleria Moshe Tabibnia (in via Brera 3, fra gli spettacolari tappeti e arazzi antichi della collezione Tabibnia) una selezione di opere fotografiche storiche, recenti e inedite, da lui realizzate tra il 1989 e il 2026, che esplorano i temi della Soglia, dell’Assenza, dell’Altrove. Insieme a esse va in scena «Aperture II» (2009-26), un’installazione interattiva site specific, visiva e sonora (la composizione e il sound design sono di Tiziano Crotti), stimolata e modellata dall’esperienza di ogni visitatore.
A BUILDING TERZO PIANO sono esposte 10 opere sul tema della soglia, dell’oltre, dell’attraversamento, in cui Wolf indaga attraverso la luce lo spazio inteso come luogo liminale, aperto a esperienze inattese, a possibili vie inesplorate, a situazioni di presenza e di assenza. Immagini, le sue, sorrette da una voluta ambiguità percettiva, che impone all’osservatore di soffermarsi e di interrogarsi. Il volume candido che occupa il grande «Diurno» (2026) è un incavo, una nicchia (come a vista potrebbe apparire) o non è piuttosto un corpo aggettante (quale in effetti è)? Di fatto è un’apparizione, che chiede tempo e attenzione per acquisire un proprio statuto visivo. E il gioco visivo della magnifica «Abside» (2006), con i suoi conci bianco-neri e la luce che irrompe da dietro il varco, che cosa ci dice? L’occhio chiede tempo e attenzione per decrittarla. E così è, seppure con modalità diverse nelle altre immagini esposte qui.
Nella galleria Moshe Tabibnia si trova invece «Piccolo Myhrab Monumentale» (1990), una «scultura fotografica», come la definisce l’autore: un lucente polittico a sei ante realizzato, ci spiega, «a partire da un’unica ripresa fotografica del particolare di un elemento architettonico della tradizione islamica. La lucentezza delle superfici in Cibachrome (un materiale fotografico vintage, non più esistente) riflette quella delle tipiche piastrelle ceramiche esagonali. E ancora una volta la luce è contemporaneamente soggetto e tecnica del mio lavoro». Il Myhrab, la nicchia posta nelle moschee (e sui tappeti islamici) per indicare la direzione della Mecca, verso la quale i fedeli indirizzano le loro preghiere, ha assunto nel tempo un ruolo centrale nella ricerca di Silvio Wolf, che spiega: «Il Myhrab non è significativo in sé stesso, ma per il vuoto individuato dalla propria assenza: il vuoto reso visibile. Esso rappresenta il più straordinario modello simbolico che io abbia mai incontrato: quello della presenza dell’assenza». Per chi volesse conoscere più a fondo il suo lavoro, il 27 e 28 febbraio e il primo marzo, lo studio di Silvio Wolf (in via Compagnoni 3, a Milano) è visitabile all’interno delle aperture straordinarie di Milano Museo City.
Silvio Wolf, «Abside», 2006