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Gianfranco Ferroni
Leggi i suoi articoliNasce il Festival Terre Vibonesi, in programma il 15 e 16 ottobre a Pizzo Calabro, in provincia di Vibo Valentia. Con il titolo «Terre che generano futuro», nella Villa Klopè, a Francavilla Angitola, il Gal Terre Vibonesi celebra il suo decennale forte di un’esperienza che dal 2018 ha visto finanziare 152 progetti per oltre 7 milioni di euro, impegnando il 100% delle risorse disponibili tra imprese, enti pubblici e cooperative. Un percorso che ha progressivamente allargato lo sviluppo rurale oltre il sostegno alla singola produzione, rendendo protagonisti il turismo, l’identità territoriale e la cultura. I cinque obiettivi del Gal sono: sviluppo e innovazione delle filiere e dei sistemi produttivi locali (agro-alimentari, artigianali e manifatturieri); valorizzazione di beni culturali e patrimonio artistico legato al territorio; valorizzazione e gestione delle risorse ambientali e naturali; politiche di coesione per la diminuzione del divario tra zone costiere e aree interne; diversificazione della impresa agricola verso forme di attività legate al territorio, ai suoi prodotti, ai suoi saperi. In una terra che vanta monumenti come la Certosa di Serra San Bruno e il Castello Murat a Pizzo.
Vitaliano Papillo, presidente Gal Terre Vibonesi, a «Il Giornale dell’Arte» sottolinea che «in questi anni abbiamo cercato di mettere in relazione realtà molto diverse, perché lo sviluppo locale non può coincidere con il perimetro di un ente né con il lavoro di pochi soggetti. Il Gal può contribuire, ma da solo rappresenta soltanto una parte del processo. La vera sfida è creare condizioni di ascolto, confronto e collaborazione affinché istituzioni, imprese, associazioni e comunità possano concorrere a costruire qualcosa di più ampio e duraturo. È questo, più dei singoli interventi, il metodo che considero più importante». Papillo rileva che «le presenze turistiche e le risorse investite sono importanti, ma non possono essere l’unica misura dello sviluppo. Possiamo registrare numeri positivi sulla costa o finanziare molte iniziative, ma se una parte del territorio continua a rimanere fuori dai flussi e dalle opportunità, il problema resta. Dobbiamo parlare di mobilità, trasporti, collegamenti, qualità dei servizi e soprattutto di lavoro di qualità. Se vogliamo contrastare lo spopolamento e l’emigrazione dei giovani, dobbiamo creare condizioni che rendano credibile la scelta di restare o di tornare. Lo sviluppo non si misura soltanto in quante persone arrivano, ma in quanto valore resta sul territorio e in quante possibilità concrete riesce a generare. La prima condizione è superare l’idea che in alcuni luoghi non si possa fare. Si può fare, ma servono una». Con una filosofia, quella dell’ascolto, perché «quando le politiche vengono costruite troppo lontano dai luoghi ai quali sono destinate, rischiano di non coglierne bisogni, fragilità e potenzialità. Per questo credo che il metodo debba partire dalle comunità e dalla loro conoscenza diretta. Poi viene la concretezza: non basta pubblicare bandi o annunciare misure, bisogna chiedersi che cosa rimane, se i progetti funzionano, se producono effetti reali e se migliorano le condizioni di vita di chi quei territori li abita». E la soluzione qual è stata? «Un territorio deve crescere in maniera armonica. Cultura, enogastronomia, ambiente, accoglienza e servizi non sono comparti separati: ciascuno perde forza se resta isolato dagli altri. Oggi non basta più raccontare il singolo prodotto, il singolo luogo o la singola azienda di qualità. Troppo spesso abbiamo eccellenze straordinarie circondate dal vuoto: manca il collegamento, manca una rete capace di trasformare il valore individuale in valore territoriale. È anche da questa consapevolezza che nasce il lavoro sul Marchio Territoriale di Qualità: mettere in relazione ciò che il territorio esprime e renderlo parte di un’offerta più riconoscibile, coerente e accessibile». E va evidenziato che «la cultura ha un ruolo fondamentale perché custodisce la memoria, protegge le tradizioni, difende i luoghi e mantiene vivi i mestieri. Ma tutela non significa immobilità. Un sapere o un mestiere tradizionale non può essere semplicemente riproposto come veniva praticato decenni fa: deve trovare una forma contemporanea, confrontarsi con l’innovazione e con nuovi strumenti. Anche l’Intelligenza Artificiale, che spesso viene percepita soltanto come una minaccia, può diventare un’opportunità se esiste una base culturale solida. Bisogna innovare senza perdere il legame con la tradizione. La cultura serve a dare profondità al cambiamento, non a impedirlo».
Gianfranco Ferroni
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