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Stefano Miliani
Leggi i suoi articoliNel 2016, con il terremoto del 26 agosto che ha distrutto Amatrice (Ri), ha avuto inizio una devastante sequenza sismica, protrattasi fino al gennaio 2017, che ha investito gran parte del centro Italia e raggiungendo la magnitudo di 6,5 con la scossa più forte il 30 ottobre, che ha fatto crollare quasi completamente la Basilica di San Benedetto a Norcia (Pg). A 10 anni dal disastro abbiamo chiesto a don Luca Franceschini, direttore dell’Ufficio nazionale beni culturali della Cei-Conferenza episcopale italiana di illustrarci il ruolo delle chiese nel cratere del sisma.
In molti piccoli paesi della nostra Penisola «la chiesa risulta l’unico luogo pubblico dove la comunità si può ritrovare, custodisce ricordi, tradizioni, radici che sono pilastri per la vita comunitaria e non sono sostituibili facilmente». Pertanto sarebbe «grave renderci responsabili dell’abbandono del territorio», don Luca Franceschini (1966).
In moltissime località dell’Appennino centrale le chiese sono sia luoghi di fede sia forti presenze affettive e culturali. Valga rievocare l’entusiasmo con cui il 7 novembre 2021 numerosi cittadini accolsero la riapertura al culto della minuscola chiesa-rifugio detta Madonna della Còna: a 1.495 metri di altitudine a Forca di Gualdo, tra Castelsantangelo sul Nera (Mc) e Castelluccio di Norcia (Pg), che era stata restaurata su iniziativa del Cai di Macerata su progetto di Luca Maria Cristini e Romualdo Mattioni.
Il 21 aprile 2023 La Consulta per i beni culturali di interesse religioso ha calcolato 2.456 edifici danneggiati (fonte Ansa). A oggi gli interventi programmati sul patrimonio ecclesiastico risultano essere 1.219 per una spesa complessiva di 760 milioni di euro, di cui 239 cantieri conclusi, 924 in corso, 56 non avviati. Suddividendo i lavori per regione, 673 per 387,6 milioni riguardano le Marche, 211 per 133,6 milioni l’Abruzzo, 194 per 157 milioni l’Umbria, infine il Lazio conta 141 cantieri per un valore di 82 milioni di euro. Per suggerire una semplice idea di quanto accaduto, la vasta Arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche su un totale di 520 chiese oggi ne conta 139 agibili (pari al 26,73%), 361 (69,42%) inagibili a causa del sisma, di cui 231 finanziate e 130 non ancora.
Una veduta di Santa Maria Argentea a Norcia, 31 agosto 2026
Un cambio di passo decisivo si è registrato con l’ordinanza 105 del settembre 2020, firmata dall’allora Commissario straordinario del sisma 2016 Giovanni Legnini: ha sensibilmente snellito le procedure per le Diocesi permettendo loro di affidare direttamente incarichi e lavori.
Don Luca, perché è essenziale recuperare e ricostruire le chiese, nei paesi e ancor più nelle frazioni, del cratere? In altre parole: quale ruolo ha per le comunità il patrimonio storico artistico religioso?
Ho sperimentato direttamente la problematica nella Diocesi da cui provengo, Massa Carrara-Pontremoli, dove nel 2013 abbiamo avuto un evento sismico che ha prevalentemente danneggiato le chiese. Per fortuna non fu devastante ma 104 chiese furono chiuse, alcune per un periodo breve richiedendo interventi non troppo onerosi, altre per un periodo prolungato. In Lunigiana ci sono tanti piccoli paesi dove non ci sono più né l’ufficio postale né un bar o un negozio per cui la chiesa risulta l’unico luogo «pubblico» in cui la comunità si può ritrovare. Oltre ad essere il luogo che nutre la fede e celebra il mistero di Cristo (essenziale per chi crede), custodisce ricordi, tradizioni, radici che sono pilastri per la vita comunitaria e non sono sostituibili facilmente invitando a recarsi alla chiesa del paese vicino, che magari dista pochi chilometri e con l’auto si raggiunge in dieci minuti. C’è una fede in Gesù, nella Madonna e nei santi che, ovviamente, va ben oltre i confini del paese; tuttavia quel Crocifisso davanti al quale hai pregato e pianto, quell’immagine della Vergine Santa davanti alla quale passi ad accendere una candela e dire una preghiera, quella statua che tante volte hai visto sulle spalle degli uomini attraversare il paese per invocare l’intercessione del santo patrono, non sono immediatamente sostituibili senza privare il cuore di un riferimento importante. Non è tanto l’importanza artistica che conta in questi casi ma il legame affettivo, storico, radicato in profondità nelle persone e nella comunità. Queste, tra l’altro, nei paesi, nelle zone più interne, custodiscono un patrimonio di fede e di unità che talvolta persiste nelle famiglie emigrate altrove, anche dopo intere generazioni e anche con una lontananza pur significativa.
Una veduta della Madonna della Cona, Forca di Gualdo. Foto Luca Maria Cristini
Arquata Madonna della Pace, Piedilama Fraz, 26 agosto 2025
Come sa un’osservazione ricorre spesso nel cratere: molte chiesette di modesto valore architettonico in luoghi isolati che erano già in via di spopolamento e dove non tornerà nessuno, non potranno essere ricostruite. È così?
È chiaro che non si può intervenire contemporaneamente su tutti gli edifici ed è necessario fare delle scelte. Sicuramente per prime vengono collocate le chiese parrocchiali o quei santuari che godono di una particolare devozione e significanza per un territorio. Principalmente le chiese si restaurano o ricostruiscono per la gente; lì dove non abita più nessuno non è facile immaginare di poter ricostruire un edificio, a meno che non ci sia un legame particolarmente sentito nel circondario che renda quel luogo di culto come un memoriale, un riferimento simbolico per tutti. Inoltre distinguerei il «dove non abita più nessuno» dal dove abitano in pochi. In questo caso quei pochi sono particolarmente importanti e possono aver bisogno più di altri che venga loro restituito il «cuore» dell’abitato, il motivo dell’essere lì. Penso sarebbe un danno grave renderci responsabili dell’abbandono del territorio da parte delle ultime sentinelle che lo abitano spesso prendendosene cuora con competenza, impegno e amore.
Il riconoscimento statale delle diocesi come «soggetti attuatori» dei cantieri ha rappresentato una svolta. Perché?
Spesso nel pensare comune si parla de «la Chiesa» come fosse un’entità unica. In realtà dal punto di vista amministrativo le singole parrocchie sono enti a sé stanti aventi come legale rappresentante il parroco che ne è responsabile dal punto di vista sia canonico che legale. La Diocesi tuttavia ha un compito non solo di coordinamento per le parrocchie, il vescovo ha un compito di governo su tutti gli enti a lui sottoposti, ne controlla gli atti e molti di questi hanno bisogno della sua approvazione. Diciamo che è un po’ una situazione particolare precedente addirittura, in senso temporale, alla normativa statale. Per questo non è sempre facile né scontato riuscire a coordinarci con gli enti pubblici e con la pubblica amministrazione. Il caso del sisma in Centro Italia, come anche la gestione del Pnrr per il consolidamento sismico di torri e edifici di culto, ha fortunatamente raggiunto un grado di collaborazione tale da garantire la migliore gestione dei cantieri e dell’organizzazione economico-amministrativa che non sarebbe stata possibile per le singole Parrocchie che non hanno una struttura; anche le Diocesi hanno dovuto attrezzarsi per un lavoro così importante e delicato. Diciamo che è stata una bella occasione di crescita sia per le chiese locali sia per le relazioni Stato-Chiesa.
Don Luca Franceschini
Stefano Miliani
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