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Richard Prince, «Untitled (Cowboy)», 1999

Courtesy of Richard Prince Studio © Richard Prince

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Richard Prince, «Untitled (Cowboy)», 1999

Courtesy of Richard Prince Studio © Richard Prince

Cowboy e castelli magici di Richard Prince arrivano a Vienna

L’Albertina prosegue l’indagine sugli artisti della Picture Generation concentrandosi sulla produzione fotografica dell’artista statunitense

Flavia Foradini

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Negli ultimi anni Settanta Richard Prince lavorava alla Time Life Inc. con la mansione di ritagliare testi da riviste e giornali per la rassegna stampa destinata agli editori. Un’attività che lo condusse dritto dritto alla Pictures Generation e alla Appropriation Art, di cui divenne un esponente di spicco, convinto com’era che la fotografia avesse un intrinseco «fattore-verità» capace di indurre un osservatore a credere alle immagini fotografiche «contrariamente a quanto avviene con i dipinti o i collages». Ed è dedicata proprio all’artista americano la nuova mostra dell’Albertina: aperta dal 17 aprile al 16 agosto col titolo «Richard Prince. Fotografia: finzione che diventa realtà» è curata da Walter Moser, che si è potuto avvalere dell’attiva collaborazione dell’artista oggi settantesettenne. «Seguo da tempo il divenire di Prince, che è una figura chiave della Pictures Generation, anche se all’inizio si tenne un poco in disparte e come pure Cindy Sherman non partecipò alla leggendaria mostra “Picture” nel 1977, afferma il curatore. Il suo percorso artistico è molto originale e nel suo confronto con i mass media riesce al tempo stesso a compiere un’approfondita analisi dei mezzi di comunicazione di massa, e a sfruttare con perizia anche la qualità seduttiva delle immagini originali di cui si appropria. Nel tempo qui all’Albertina abbiamo già presentato numerosi artisti della Picture Generation, da ultimo Robert Longo. Dunque questa mostra è una continuazione di questa serie di iniziative, tanto più che l’artista ha creato un corpus di opere stratificato e stringente, il cui influsso è ancor oggi ampio».

La mostra si concentra sulla produzione fotografica di Prince. Perché questa scelta?
Certamente Prince all’inizio guardò ai precursori dell’Arte concettuale come John Baldessari, ma poi sviluppò quegli stimoli in modo del tutto autonomo. Cominciò la sua carriera con la fotografia e pur essendosi dedicato poi anche ad altre espressioni artistiche come la pittura, la fotografia è rimasta centrale nella sua produzione e ha influenzato appunto diverse tipologie di suoi lavori. Per esempio «White Paintings» rimanda sia dal punto di vista dei motivi sia della struttura a suoi lavori fotografici quali per esempio «Gangs», cui lavorò dall’inizio degli anni Ottanta. E proprio questo gioco di rimandi è un tema centrale della mostra, con un dialogo tra fotografia, pittura e scultura.

Qual è la rilevanza di Prince oggi?
Il confronto portato avanti da Prince con i mass media oggi è più rilevante che mai. Lui ha fatto parte di una generazione di artisti cresciuti in un’epoca già totalmente pervasa dai mass media, e in cui i confini tra realtà e finzione vennero infranti. Oggi questi confini sono ancora più permeabili, e proprio l’approccio di Prince evidenzia come le immagini producano significato, come ne veniamo allettati e come esse diano forma alla nostra identità e alla nostra percezione.

Oggigiorno sul web l’appropriazione è una pratica onnipresente e indiscriminata. Quali differenze riscontra tra l’appropriazione di un Richard Prince e quella di un utente dei social media odierni?
Con il suo metodo, Prince mette in atto un confronto articolato con le immagini, i loro codici e i contesti significanti. Proprio l’appropriazione e la successiva ricontestualizzazione attraverso la modifica del materiale originario o anche la presentazione delle immagini in un contesto espositivo suscitano domande sull’autorialità, l’originalità delle immagini e il loro potere. Richard Prince ha ampliato con coerenza il proprio ventaglio di interventi, dai materiali pubblicatori ai social media, e così facendo ha trasposto nell’oggi le domande sulla autorappresentazione, il piacere dello sguardo, la manipolazione e il contesto economico. Proprio le domande suscitate dall’artista su come le immagini producano significato e come l’identità e l’autorappresentazione attraverso i canali mediatici siano sempre anche collegate a condizioni economiche, sono oggi rilevanti e attuali come mai prima d’ora, si pensi anche solo a Instagram.

Dal punto di vista dell’appropriazione in atto oggi in rete, qualcuno potrebbe essere tentato di definire il tipo d’intervento praticato da Prince sulle fotografie come una sorta di Photoshop ante litteram o come l’uso di un’odierna app da telefono cellulare. Che cosa rende le fotografie di Prince delle opere d’arte?
Alla fine degli anni Settanta Prince ha effettivamente sviluppato la propria arte dell’appropriazione usando l’inquadratura della macchina fotografica come una sorta di forbice, estraendo le immagini dal loro contesto funzionale pubblicitario, per esempio tagliando via i testi pubblicitari e i logo, e ridefinendo quindi nuove porzioni di immagine. Tuttavia Prince non si accontenta di questo, bensì combina fra loro gruppi di lavori o lavora in serie, e così facendo tematizza codici e modelli dei mass media; inoltre ingrandisce le immagini e le traspone in un contesto artistico. Proprio da questa ambivalenza, per la quale queste immagini ci paiono da un lato così familiari e dall’altro, attraverso l’elaborazione da parte dell’artista, raggiungono un’efficacia del tutto autonoma, nasce la tensione tipica dell’approccio di Prince.

Nella selezione di opere che lei ha operato quali spiccano come lavori-chiave nel percorso espositivo?
I «Cowboys» (1980-2016) sono sicuramente la serie più iconica dell’artista, articolata su piani assai diversi: Prince ha rifotografato alcune pubblicità delle sigarette Marlboro, che astrae dal loro contesto pubblicitario grazie all’inquadratura. Come nessun altro motivo, nella cultura statunitense la figura del cowboy è un coacervo di simboli: il cowboy sta per la conquista del West, incarna la libertà, l’indipendenza e offre una classica immagine di mascolinità. I cowboys di Prince al contrario smascherano la commercializzazione di valori culturali, l’aspetto controverso dei miti nazionali e le stereotipate rappresentazioni di genere. Allo stesso tempo l’artista intensifica con maestria la forza di seduzione delle immagini originarie, cosicché le finzioni paiono reali. Un’ulteriore opera cardine della mostra è il lavoro giovanile «Magic Castle», che proponiamo di riscoprire. Nata negli anni Sessanta durante un viaggio di studi attraverso l’Europa, che lo portò fra l’altro a Firenze e a Vienna, Prince combina proprie fotografie di attrazioni turistiche con materiali iconografici acquistati in musei e negozi di souvenir. Le fotografie di Prince e le immagini commerciali sono difficilmente distinguibili le une dalle altre: la questione centrale per Prince sull’originalità, l’autorialità e su come la nostra percezione soggettiva venga sempre formata da altre immagini, in questo lavoro giovanile è già anticipata e ha dato il via al suo metodo dell’appropriazione.

Richard Prince, «Untitled (Fashion)», 1982-84. Courtesy of Richard Prince Studio. © Richard Prince

Flavia Foradini, 15 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Cowboy e castelli magici di Richard Prince arrivano a Vienna | Flavia Foradini

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