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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliReportage | Giorno 2
Peninsula non è un’isola dentro il festival. È la matrice da cui Beautiful Country si irradia negli altri spazi di Cortona, costruendo un fitto dialogo tra grandi maestri, nuove produzioni, archivi e riletture del paesaggio italiano. Un Paese osservato da chi vi è nato e da chi vi è arrivato da lontano, restituito con un racconto plurale, fatto di geografie fisiche e interiori, di luoghi reali e immaginati. Cortona è il punto di partenza di questo viaggio. Una città di tremila anni di storia che, per alcuni mesi, mette il proprio patrimonio al servizio dello sguardo contemporaneo. Le mostre abitano la Fortezza del Girifalco, Palazzo Baldelli, il Parterre e altri spazi della città, creando un dialogo continuo tra fotografia e paesaggio, memoria e presente, artisti e comunità. È un evento che si ripete da 16 edizioni, un numero che è già di per sé un indicatore di successo. Già, ma “Da cosa si misura il successo di un festival? Dal numero delle mostre temporanee? Dal numero dei professionisti, degli esperti, del pubblico? Da quanto è bella la casa che ospita il festival? Dalla bellezza del catalogo che lo racconta (Allemandi Ndr)? Che ha davvero interpretato l’intuizione del festival pubblicando un libro che parlerà per anni della scelta fatta - È una domanda, semplice e importante, che si fa Michele Coppola, Executive director Arte Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo e Direttore generale delle Gallerie d’Italia - Io credo che la risposta sia che Cortona On The Move è in ottima salute. Parlare di fotografia, dell’importanza di mantenere vivo un festival dedicato alla fotografia in un borgo bello come Cortona, è estremamente significativo. Bisogna celebrare la fotografia. Riconoscerla come uno strumento che, insieme ad altri, permette di fare investimenti e di trasformare alcuni luoghi. La Fortezza del Girifalco, fino a qualche anno fa, era straordinariamente accessibile, ma era un po’ meno bella. Stasera inaugureremo il secondo piano rinnovato e lo faremo grazie a un intervento promosso da Intesa Sanpaolo e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Ecco, ancora una volta, il rapporto tra il sistema privato e lo Stato consente di rendere quei luoghi ancora più capaci di accogliere, più adatti a iniziative come queste, confermando la consapevolezza e la necessità di tenere vivi momenti che parlano di cultura, di società, di preoccupazioni e di bellezza”. Sono queste le parole con cui Michele Coppola ha raccontato al pubblico italiano e internazionale di Cortona On The Move, la visione che anima un festival ormai diventato un punto di riferimento per la fotografia e le arti visive in Italia e che proprio l’Italia ha scelto come tema della sua 16ma edizione, la prima diretta da Renata Ferri invitata a proseguire il suo percorso nel 2027.
“La scelta di dedicare il festival all’Italia è nata da un’intuizione – spiega Renata Ferri – Questo Paese è veramente il Bel Paese: un Paese straordinario, ma anche un Paese-cartolina, pieno di stereotipi. La sfida era abbattere quegli stereotipi e portare, attraverso la fotografia, nuove visioni, che diventano opere. In questo primo quarto di secolo, le immagini ci hanno affollato, intossicato. La fotografia, invece, è una forza ecologica, una forza immaginativa. Per questo, quando diventa opera, quando è affidata agli autori, diventa qualcosa di molto diverso. Qui si è parlato molto della memoria, del valore dello sguardo, che solo gli artisti riescono a darci. Ringrazio quindi i trentatré artisti delle mostre e i dieci artisti di Peninsula: in tutto quarantatré artisti che ci permettono davvero di osservare. In un momento in cui l’urgenza è rallentare lo sguardo, dobbiamo imparare ad ascoltare con gli occhi. Lo sguardo è un ascolto di ciò che abbiamo intorno. È anche una valorizzazione del patrimonio. Beautiful Country svolge molte funzioni in questo senso: da una parte recupera il valore dello sguardo, dall’altra contribuisce a una ulteriore valorizzazione della nostra identità culturale. Quest’anno un focus sull’Italia mette in dialogo artisti internazionali, grandi maestri come Joel Sternfeld, alla Fortezza e nella Cannoniera, e Candida Höfer, che vedrete qui, insieme a tanti artisti che hanno guardato questo Paese con amore e con un’idea della bellezza profonda, non meramente estetica e non meramente rappresentativa. La fotografia non è rappresentazione. È indagine, investigazione, approfondimento e, fondamentalmente, poesia. Il catalogo del festival è un libro meraviglioso, pubblicato da Allemandi, che ha affrontato questa sfida con grande coraggio, senza sapere cosa ci sarebbe stato dentro. È un volume di oltre trecento pagine, ricco di testi, approfondimenti e racconti in prima persona degli autori: cosa li ha motivati, cosa li ha spinti, perché sono andati in quei luoghi e che cosa hanno cercato. Credo che questo sia una testimonianza molto importante. È anche un grande atto di sincerità e di empatia. Lo troverete nel catalogo, lo troverete nelle mostre e spero davvero che, se riuscirete a percepirlo, significherà che abbiamo raggiunto il nostro obiettivo”, conclude Renata Ferri.
Tra le mura del Girifalco riappare uno dei paesaggi fondativi dell’immaginario italiano. Joel Sternfeld ha percorso negli anni Novanta la Campagna Romana, per secoli meta del Grand Tour e tra i territori più dipinti e fotografati del Paese. Vi ritrova un territorio in cui l’antico e il contemporaneo convivono senza gerarchie. Il grande formato a colori, la costruzione rigorosa dell’inquadratura, un’apparente calma che lascia emergere le tensioni del paesaggio. I suoi luoghi non sono mai nostalgici né celebrativi; osservano il modo in cui storia e contemporaneità si depositano l’una sull’altra, fino a rendere il paesaggio un processo di coesistenza. Joel Sternfeld ha iniziato a lavorare in Italia negli anni Novanta e da allora vi è tornato più volte, sviluppando un rapporto profondo con il Paese. “Oggi ha 82 anni, vive a Brooklyn e conserva un carattere irruente. In questo lavoro riesce a far emergere ciò che, in fondo, chiunque avrebbe potuto vedere, ma che soltanto il suo sguardo è riuscito a riconoscere e trasformare in immagine”, spiega Ferri. Tra gli anni Settanta e Ottanta la periferia romana si espande senza sosta. “È una trasformazione che ritroviamo anche nelle fotografie di Gabriele Basilico, esposte a Palazzo Baldelli, dove la città cresce senza un criterio urbanistico sano. Cinquant’anni dopo Angelo Leonardo torna negli stessi luoghi con uno sguardo più vicino al reportage, più diretto e più duro, entrando nelle comunità che abitano queste periferie, figli di terze generazioni cresciuti in questi quartieri”.
Quando Sternfeld arriva a Roma si trova davanti una meraviglia assediata. È un tema che attraversa molte opere di Beautiful Country, un progetto sviluppato in nove mesi di lavoro continuo. In molti dei lavori dedicati all’Italia la bellezza convive con l’orrore, con la violenza delle ricostruzioni, con la beffa, con il dissesto idrogeologico, con l’incuria dei piani regolatori e con tutte le contraddizioni che hanno segnato il territorio. Da questa convivenza nasce non solo un dibattito, ma anche una rilettura della bellezza stessa e del patrimonio. L’invito a Sternfeld rappresenta anche una scelta di sperimentazione. Considerato uno dei maestri della fotografia americana a colori, realizza questo lavoro tra il 1991 e il 1994, ma, sorprendentemente, non viene mai esposto in Italia. Anche l’allestimento segue questa impostazione ed è volutamente molto semplice. Sternfeld non ricerca effetti spettacolari né grandi accostamenti; per questo il percorso mantiene sempre lo stesso punto di vista, rispettando il rigore della fotografia di paesaggio. “Nelle sue immagini la presenza umana è fondamentale. Le figure appaiono piccole di fronte alla storia e al passato che le circondano, ma allo stesso tempo il fotografo guarda con grande attenzione e partecipazione anche ai soggetti marginali, raccontati con empatia e, spesso, attraverso un piano ravvicinato piuttosto insolito per un autore di paesaggio. L’ultima parte della sua personale insiste sull’emergere dei temi sociali e richiama la tradizione anglosassone della pittura”.
A Palazzo Baldelli, affacciato sulla Piazza della Repubblica, cuore politico e civile di Cortona, Candida Höfer entra nei teatri, nei musei e nelle biblioteche, luoghi costruiti per custodire e tramandare il sapere. Le sedute sono vuote, come i palchi. L’assenza delle persone restituisce all’architettura il ruolo di protagonista, lasciando emergere la vocazione per cui questi spazi sono nati: custodire ciò che ogni generazione affida alla generazione successiva. Altri autori scelgono una distanza diversa. Accanto ai grandi paesaggi e alle architetture della memoria emerge un’Italia più intima, fatta di biografie, di comunità, di appartenenze. Andrea Modica attraversa l’Italia per quasi quarant’anni. Le sue fotografie ricompongono un ritratto privato del Paese, fatto di incontri, di legami familiari di rituali quotidiani. Le origini italo-americane dell’autrice trasformano ogni viaggio in un ritorno: l’Italia è insieme luogo familiare e straniero, dove il paesaggio coincide con la ricerca delle proprie radici: volti, interni domestici, processioni religiose, campagne, bambini, animali feste di paese, case. C’è l’Italia delle periferie, dei monumenti, dei riti collettivi, delle solitudini, delle città e delle province, delle memorie industriali e dei territori più vulnerabili. Aaron Schuman non cerca l’eccezionale, le sue fotografie lasciano emergere fantasie, coincidenze e piccole anomalie nascoste nelle cose ordinarie, restituendo un Paese che continua a sorprendere proprio nella quotidianità, nei dettagli casuali visti da un americano che guarda l’Italia senza gli stereotipi degli italiani, lasciando che siano le immagini a suggerire storie e significati, fantasie e desideri nascosti nelle piccole anomalie del quotidiano in un Paese che continua a generare tanta inquietudine quanta meraviglia. Kourtney Roy usa il travestimento e la performance per ricordarci che ogni luogo è anche una costruzione dello sguardo, mentre Sohei Nishino fa l’opposto: cammina, osserva, raccoglie frammenti e ricompone il paesaggio secondo la logica del ricordo. Le sue mappe non descrivono un territorio; restituiscono l’esperienza di averlo attraversato. Altri progetti osservano il paesaggio come un archivio in continua trasformazione. Botto&Bruno costruiscono un grande panorama immaginario mescolando periferie urbane e archeologie industriali, fino a cancellare i confini tra luoghi reali e paesaggi mentali. Beautiful Country ha affidato il racconto dell’Italia che cambia a tanti interpreti del paesaggio urbano contemporaneo. Una lettura a più riprese dove il tempo plasma ogni inquadratura, misurando ciò che la città ha cancellato, trasformato o lasciato sopravvivere. Le ferite possono essere invisibili. Steffi Reimers percorre la Calabria seguendo le tracce lasciate dalla ‘Ndrangheta nel paesaggio, mostrando come un territorio continui a portare impressa la memoria della violenza anche quando questa sembra scomparsa. Lo sguardo si allarga anche oltre la dimensione umana con Stella Inquieta di Mattia Balsamini e Raffaele Panizza, dove le tempeste solari, i satelliti e le infrastrutture tecnologiche ricordano quanto il nostro paesaggio dipenda da reti invisibili e fragili. Da qui in avanti il festival si apre definitivamente all’immaginazione: Antonio Biasiucci trasforma reperti archeologici e forme del quotidiano in nuove cosmogonie; Mattia Zoppellaro e Chiara Fossati riportano alla luce la memoria dei rave, nel piccolo hangar accanto alla stazione di Camucia; Francesco Piccolo rilegge la stagione dei paparazzi nel parco cittadino meta dei ritrovi serali di cortonesi e turisti; Federico Patellani dialoga invece con il cinema di Rossellini e il mito di Stromboli.
Sono percorsi lontani tra loro, ma uniti dalla stessa domanda: come continua la fotografia a costruire il nostro immaginario dell’Italia? In fondo, Beautiful Country è un invito molto semplice: tornare a guardare con attenzione ciò che abbiamo intorno, accettare che la bellezza non sia mai un’immagine pacificata.
Jenny Dogliani
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