Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliCon «Luci Spente» (sino al 27 giugno), la sua prima mostra personale a New York, Angelo Vasta (Milano, 1987) ha inaugurato una nuova fase del proprio percorso artistico e, al tempo stesso, ha aperto il programma espositivo della nuova sede della galleria italiana Tappeto Volante a Tribeca, New York (precedentemente si trovava a Gowanus, Brooklyn). L'esposizione rappresenta un momento significativo per l'artista milanese, ormai da anni residente nella metropoli americana, dove ha sviluppato una ricerca che attraversa disegno, fotografia e immagine in movimento. Il percorso espositivo si configura come una riflessione sulle condizioni della presenza e della relazione. Nei suoi lavori, infatti, il corpo non è mai assunto come entità autonoma o identitaria ma come luogo dove si depositano memoria, desiderio e perdita. Nei suoi pastelli su carta la figura emerge dal buio senza mai affermarsi definitivamente, restando in una zona di instabilità che coinvolge tanto la costruzione dello spazio quanto quella del soggetto. «Penso che il mio lavoro si caratterizza per un uso intenso del colore. Sono molto attratto dai colori saturi e vibranti e, in generale, l’interazione tra i colori è un aspetto che mi interessa approfondire. Con “Luci Spente” ho sentito però il desiderio di fare un’operazione diversa: provare a spegnere le luci all’interno delle mie immagini. Non mi interessava arrivare a un buio totale o ad opere completamente nere. Mi interessava che le opere restassero riconoscibili e, in qualche modo, continuassero ad essere colorate nonostante la presenza del buio. Ho spento la luminosità delle immagini attraverso tonalità scure, lasciando che alcuni elementi emergessero con più forza. Una tenda lilla, un giglio bianco, degli abiti azzurri: dettagli che resistono e continuano a brillare. Per questo motivo il buio, nella mostra, non è tanto un’ambientazione quanto una condizione percettiva. Luci Spente parla del processo di sopravvivenza di fronte a una perdita, di quel momento in cui qualcosa finisce e ci si trova a fare i conti con ciò che resta. Mi interessava costruire un’atmosfera di silenzio, quasi un limbo sospeso tra la fine di qualcosa e un nuovo inizio. Uno spazio in cui fermarsi, riflettere e guararsi dentro Non è un buio minaccioso. Al contrario, è un buio che sa di rifugio, che accoglie e protegge. È come quando si spengono le luci e, per un attimo, ci si sente al sicuro abbastanza da ascoltare i propri pensieri», dichiara Vasta a «Il Giornale dell’Arte». In questa dialettica tra apparizione e dissolvenza, il disegno diventa il luogo di una negoziazione costante tra visibilità e scomparsa.
Angelo Vasta, «Dancers on dunes»
Angelo Vasta, «Holding each other»
I corpi si sostengono, si intrecciano, si appoggiano l'uno all'altro. Il contatto non è semplicemente rappresentato ma diventa struttura compositiva, principio organizzatore dell'immagine. «Se nella realtà il corpo è spesso vissuto in modo individuale, nei miei lavori emerge invece soprattutto nella relazione. Le figure si cercano, si sfiorano, si sostengono. È come se nel disegno si aprisse un’altra possibilità rispetto alla vita quotidiana, una condizione diversa in cui il corpo esiste soprattutto attraverso il contatto con l’altro. Questo perché a volte i miei lavori sono il risultato di bisogni, desideri o anche immaginazioni di realtà che vorrei abitare, ma che in quel momento non mi appartengono davvero», aggiunge l’artista. Determinante è l'influenza della sua esperienza nel cinema e nella videodanza. Le opere mantengono infatti una qualità temporale che sfugge alla fissità dell'immagine statica apparendo come «segmenti» estratti da una sequenza più ampia. Le anatomie allungate e le posture sospese suggeriscono altresì una coreografia trattenuta, una dinamica che permane oltre il momento della sua rappresentazione. Anche il colore svolge un ruolo centrale nella costruzione del significato. Rossi terrosi, blu profondi e tonalità smorzate generano campi di tensione emotiva che avvicinano l'immagine a una dimensione atmosferica. Pur evocando alcune genealogie della modernità pittorica, questi riferimenti agiscono piuttosto come tracce sotterranee, assorbite in una pratica che privilegia la costruzione di spazi emotivi rispetto alla rappresentazione del reale. La progressiva introduzione di tonalità più luminose nel percorso espositivo suggerisce una trasformazione che attraversa l'intera mostra. «Spesso mi accorgo che quello che le persone leggono nei miei lavori come “cinematografico” non è qualcosa che io vedo in modo così diretto. Credo che il passaggio dal cinema al disegno sia stato importante proprio per questo motivo: nel cinema, come nella fotografia, c’è sempre un legame molto forte con il reale, con l’idea di registrare qualcosa che esiste. Nel disegno invece ho sentito una libertà diversa, la possibilità di allontanarmi da quel tipo diretto di rappresentazione e di lavorare più su trasformazione, astrazione e ricontestualizzazione. Il punto di partenza rimane sempre qualcosa di reale - un ricordo, una situazione vissuta, un pensiero o un desiderio - però nel processo tutto viene continuamente rielaborato. Posso cambiare i colori, semplificare un paesaggio, aggiungere elementi che non c’erano, oppure trasformare completamente le figure. Anche quando parto da una persona reale, nel disegno può diventare qualcosa di diverso, fino a non essere più riconoscibile per chi guarda. Per me questa è una delle libertà più importanti del disegno: la possibilità di reinterpretare la realtà senza doverla riprodurre fedelmente. In questo senso, anche il rapporto con spazio e tempo diventa più aperto, meno definito», conclude Vasta.