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Dana Lixenberg, «Ivana Trump», 1998

© Dana Lixenberg. Courtesy de l’artiste et de Grimm

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Dana Lixenberg, «Ivana Trump», 1998

© Dana Lixenberg. Courtesy de l’artiste et de Grimm

Con Dana Lixenberg il ritratto diventa «una danza lenta»

Alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi la prima ampia personale parigina della fotografa olandese. Negli spazi museali dello Studio visibili anche gli «autoritratti intimistici» di Joel Quayson

Luana De Micco

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«Per Dana Lixenberg il ritratto è un atto intimo: uno spazio in cui guardare l’altro diventa un modo per comprenderlo e riconoscerlo. Le sue fotografie non rinchiudono, aprono al contrario al reale, lo rendono più complesso. Le sue immagini, di una grande dolcezza anche nella precarietà dei contesti sociali in cui sono realizzate, mettono in luce la promessa non mantenuta del sogno americano». Così Clothilde Morette, direttrice della Maison Européenne de la Photographie (Mep), descrive il lavoro di Dana Lixenberg, fotografa olandese di Amsterdam, 62 anni, i cui lavori sono esposti nella nuova sede del Nederlands Fotomuseum di Rotterdam, che si è inaugurato il 7 febbraio, ma alla sua prima personale di grande respiro in un’istituzione parigina. La Mep propone la mostra «American Images» dall’11 febbraio al 24 maggio, affiancata nello spazio dello Studio dal progetto intimista di Joel Quayson, «How Do You Feel?» (dall’11 febbraio al 5 aprile). 

Trasferitasi a New York nel 1989, dove vive e lavora tutt’ora, pur tornando regolarmente nella sua Olanda, Dana Lixenberg ha da subito collaborato con note testate giornalistiche come «Vibe», «The New York Times Magazine», «The New Yorker» e «Rolling Stone», su cui ha pubblicato ritratti di celebrità, alcuni diventati iconici, come quelli di Whitney Houston, Iggy Pop, Jay-Z, Leonard Cohen e del rapper Tupac Shakur. Suo è anche un noto ritratto del 1998 di Ivana Trump, prima moglie di Donald Trump. Oltre al lavoro editoriale realizzato su commissione, Dana Lixenberg ha anche portato avanti progetti personali, ai quali la mostra dedica ampio spazio. Nel percorso espositivo, articolato su due piani, ai ritratti di personaggi noti si affiancano dunque altre immagini, di altrettanta intensità, che mostrano invece il volto anonimo, e forse quello più vero, dell’America. Volti su cui l’America appare come una promessa incompiuta. Sono tra i progetti più significativi della fotografa. Tra questi, «Imperial Courts» è ancora in corso: Dana Lixenberg l’ha iniziato nel 1993, all’indomani delle rivolte di Los Angeles seguite al caso Rodney King, il tassista afroamericano vittima di un violento pestaggio da parte di quattro poliziotti che poi vennero assolti dai giudici. Il progetto documenta nel corso di oltre tre decenni la vita degli abitanti del quartiere popolare di Watts: ai primi ritratti in bianco e nero seguono, nel corso del tempo, immagini a colori, vedute di paesaggi urbani, registrazioni sonore e un’installazione video del 2012, fino alla realizzazione di un volume, pubblicato nel 2015. 

Altri lavori presentati sono: «Jeffersonville, Indiana» (1997-2004), dedicato ai senzatetto, «The Last Days of Shishmaref» (2007), che documenta la vita di una comunità iñupiaq dell’Alaska minacciata dal cambiamento climatico, e la serie «Polaroid 54/59/79» (1993-2010), che era nata come strumento di lavoro. La scelta di utilizzare una macchina a banco ottico 4×5 impone un tempo dilatato, trasforma il ritratto in un incontro, in una «danza lenta», come ama definirla la stessa artista. La stagione della Mep prosegue nello spazio dello Studio con «How do you feel?», prima personale di Joel Quayson, giovane artista ghanese-olandese (nato nel 1997 all’Aia), vincitore del Prix Dior de la Photographie 2025. Se Lixenberg lavora sulla relazione con l’altro, Quayson rivolge la camera verso di sé, facendo del suo corpo una performance. Le due video-opere presentate in mostra sono costruite come «autoritratti intimistici». In «How Do You Feel?» (2024), domanda che dà il titolo alla mostra e che nel film una voce ripete ossessivamente, l’artista si cambia timidamente d’abito davanti a uno specchio. «Dance Like No One Is Watching» (2025) è invece un montaggio di sequenze in cui l’artista balla da solo in una stanza vuota: qui la danza diventa gesto liberatorio. Quayson interroga la sua identità culturale, religiosa, sessuale e di genere: «La sua opera introspettiva, delicata e sincera, in cui si esprimono vulnerabilità, orgoglio e forza, scrive la Mep in una nota, fa riferimento a un’esperienza universale amplificata nell’era digitale».

Dana Lixenberg, «DJ», 1993. © Dana Lixenberg. Courtesy de l’artiste et de Grimm

Luana De Micco, 09 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Con Dana Lixenberg il ritratto diventa «una danza lenta» | Luana De Micco

Con Dana Lixenberg il ritratto diventa «una danza lenta» | Luana De Micco