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Giorgio Valentini
Leggi i suoi articoliLa rimozione di trenta opere e documenti dalla mostra permanente «Hacer Sociedad» del Museo Nazionale di Colombia accende il dibattito sul rapporto tra cultura, potere politico e memoria storica. Una decisione contestata da istituzioni museali, intellettuali e cittadini, che vedono nell’intervento del Governo una minaccia alla pluralità della narrazione nazionale.
Nello scorso fine settimana, centinaia di persone si sono radunate davanti al museo di Bogotá, già sede del panopticon nazionale, con cartelli come «La censura è per i codardi» e «Questa non è una guerra culturale, è una guerra alla cultura». Le proteste, pacifiche durante il giorno, sono state represse di notte con idranti dalla polizia antisommossa, che ha anche distrutto un’installazione composta da torri di mattoni e fotografie degli oggetti rimossi. Il 19 ottobre, un giudice ha ordinato al Governo di non apportare ulteriori modifiche e di conservare le opere.
Al centro della controversia c’è la scelta del Ministero della Cultura, guidato da Paola Holguín, di eliminare trenta elementi dedicati, tra gli altri temi, ai movimenti LGBTQ+, alle lotte femministe, agli studenti protagonisti del processo costituzionale del 1991 e a due leader di sinistra assassinati nel 1990. Tra gli oggetti contestati figura il cappello di Carlos Pizarro, ex comandante guerrigliero dell’M-19 ucciso nel 1990 durante la campagna presidenziale e la «Settima Scheda», simbolo della mobilitazione popolare per una nuova Costituzione introdotta dagli studenti alle elezioni dell’11 marzo 1990.
L’intervento si inserisce nella battaglia contro la cultura progressista dichiarata dal presidente Abelardo de la Espriella, che accusa il cosiddetto «wokeismo» (termine derivante dall’aggettivo inglese che indica un insieme di movimenti politici e culturali orientati alla consapevolezza e alla lotta contro le ingiustizie sociali) di falsificare la storia e negare i valori conservatori. La Ministra ha parlato di una revisione dell’impostazione curatoriale, senza chiarire i criteri adottati. Il Consiglio internazionale dei musei in Colombia ha denunciato una violazione del codice etico, mentre diversi musei d’arte del Paese hanno chiesto garanzie per l’autonomia delle istituzioni culturali.
La contestazione supera gli schieramenti politici: anche esponenti della destra tradizionale e dell’area liberale hanno criticato la rimozione, ricordando che un museo non può trasformarsi in uno strumento di propaganda.
Giorgio Valentini
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