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Fabiana Giacomotti
Leggi i suoi articoliQuando si chiama Angela Missoni si spera sempre di trovarla al volante, in uno dei suoi viaggi pressoché quotidiani fra Milano e i pressi di Sumirago, nella provincia di Varese, dove si trova la fabbrica costruita dai suoi genitori e, a pochi passi, la casa di Rosita e Ottavio, Taj, prima generazione di quel miracolo italiano che è stata la moda del secondo dopoguerra, affacciata sul Monte Rosa e che è anche la sua residenza, immersa nel verde. È il momento migliore per parlarle. Guida, si rilassa, inserisce il vivavoce e chiacchiera volentieri lungo un tragitto che, nei momenti di punta, può superare anche l’ora e mezza e le va benissimo così: «Non sono una cittadina milanese, ma ne prendo volentieri gli aspetti migliori, iniziando dalla scena culturale e artistica di questi anni, che mi pare particolarmente vivace. Pensa alla Triennale: non è nemmeno più un fiore all’occhiello, è un bouquet», e la sento sorridere di quel tipico sorriso «missoniano» che si allarga agli occhi e che è ormai dono di pochissimi. Questa conversazione attorno alla città si svolge in due tempi, aller-retour, in una giornata di marzo.
Angela Missoni assorbe volentieri quello che le interessa, osservando il resto con ironia e un filo di sconforto («si percepisce che è diventato un luogo di grande movimento di capitali. Che cosa offre secondo me in misura più rilevante a chi ci arriva? I ristoranti. Ce n’è uno a ogni passo»), facendo tesoro di anni di consuetudine, di sfilate, di una mostra sulla storia delle grandi griffe a Capri dove i capi di Missoni che avevano sfilato alla Certosa di san Giacomo alla fine degli anni Sessanta si rivelarono dirimenti, di memorabili feste nel grande appartamento di corso Venezia e di un’epica, indimenticabile mangiata con tutti i volti cari della famiglia scomparsi e che oggi si rinnovano in una vasta tribù di nipoti. L’ultima, nata da pochi giorni, è la prima femmina, si chiama naturalmente Rosa ed è figlia di Teresa, la seconda figlia di Angela. La prima, Margherita Maccapani, stilista in proprio dopo aver affiancato la madre negli anni della direzione artistica della linea donna del brand, ha aperto poche settimane fa una boutique in via Leopardi, nella zona Magenta dove ancora risiede una parte rilevante della vecchia borghesia milanese e, se non necessariamente di voluttà, si vive ancora di calma e di lussi, ancorché minimi: il verde del parco a pochi passi, alcune vecchie botteghe, le magnolie rosa di piazza Tommaseo e quelle del chiostro di Santa Maria delle Grazie, il fiorista di piazza Giovine Italia e tutta quella toponomastica che sa, appunto, di unità nazionale e concretezza. Ad Angela piace giustamente moltissimo, quella strada di palazzi ottocenteschi e balconi scolpiti nel marmo e modellati nel cemento che, a dispetto della ferrovia Nord poco distante, finisce nel verde e dove con il bar di fronte si possono organizzare aperitivi nel pre-weekend, che è diventato il momento di elezione della gioventù provvista di un’occupazione vera.
Nella bottega di Margherita, che ha aperto durante la settimana della moda e, come tutte le imprese delle giovani donne bennate di questi anni, include non solo una scelta variegata ed eclettica (ah, le meglio-magliette Ragno dell’infanzia), ma anche arredi e suppellettili di famiglia, è stato piuttosto facile identificare la provenienza dei vasi di cristallo multicolori, anni Cinquanta in purezza, esposti sul tavolo all’ingresso: «Tutte trouvailles dei mercati», dice. «Li tengo nel seminterrato di casa, insieme ai cachepot di ceramica, sai le barbotines francesi, e li uso a rotazione, a seconda dell’occasione e del momento. Seleziono per “famiglie” di oggetti; a me il gruppo, il clan piace in ogni declinazione, ma mi ritengo più un’accumulatrice che una collezionista». Osservo che tutti i collezionisti negano di esserlo, quasi fosse un segreto inconfessabile e che perfino Honoré de Balzac, cercatore seriale di oggetti curiosi come l’amico Victor Hugo, si riteneva uno scopritore di meraviglie in cerca di un estimatore e non un collezionista. Ride, nega recisamente di appartenere alla categoria: «Un collezionista cerca oggetti specifici, frequenta aste, mostre e fiere. Io giro per mercatini, spesso con la mia amica Mariuccia (Casadio, Ndr) a cui piacciono da morire, e se mi imbatto in qualche cosa che mi interessa lo compro. I miei genitori seguivano la stessa logica; le nostre case sono la prova più evidente del nostro approccio “cabinet de curiosités” rispetto a quello museale».
Nell’ambito di questa logica, ammette, si è inserito per lungo tempo anche un certo timore nei confronti di arti o correnti architettoniche e di design verso i quali non si sentiva preparata. E dunque, se possiede con orgoglio un multiplo della poltrona «Proust» di Alessandro Mendini, che peraltro sembra pensata attorno a uno dei diagrammi di Ottavio, e se negli anni ha imparato ad apprezzare l’artista congolese Kando e gli artisti del collettivo olandese Droog Design, oltre a lavorare con Patricia Urquiola al riallestimento di alcune boutique, in fondo non si sente sempre così sicura delle proprie scelte. «E questo, nonostante molti acquisti siano stati lungimiranti», sospira. Per esempio, puntualizza, «sono arrivata alla fotografia molto tardi. L’immagine uscita da un obiettivo fotografico, per me cresciuta nella moda, è stata a lungo una questione di estetica, di forma».
Confessa alcune reticenze nei riguardi del mercato dell’arte contemporanea («non so quanti artisti riusciranno a restare rilevanti»), benché riconosca che, a forza di interloquire con grandi curatori e con un amico di famiglia del calibro di Renato Cardazzo, in tanti anni «qualcosa» abbia imparato. Su questo punto, però, l’aspetto al varco, vuoi perché le collaborazioni fra Missoni e artisti più o meno giovani sono così numerose da aver fatto storia a sé e ho ancora qualche ex studente che si ricorda della fantastica installazione site specific dell’artista americana Rachel Hayes, negli spazi di Missoni Casa, in via Solferino, durante il Salone del Mobile del 2018 (Blowing in the wind, possiedo tuttora in archivio il testo di accompagnamento che ricorda la sua impostazione di «viaggio attraverso i temi della luce, dell’aria e degli accostamenti cromatici più imprevedibili in un cortocircuito di linguaggi creativi fra moda e arte»), vuoi perché ricordo benissimo una serata di chiacchiere nello spazio antistante la galleria kauffman+repetto di Milano, in zona Garibaldi, dove Rosita Missoni e Angela presentavano, dopo il debutto a New York, l’opera «Extended play», un dialogo madre-figlia attorno alle tecniche della maglieria artistica, nell’ambito di una mostra collettiva sul rapporto fra arte tessile e personalità femminili. Con loro, la curatrice Astrid Welters aveva scelto altri grandi nomi, anche di artiste scomparse, fra le quali Lisa Alvarado, Maja Bajevic, Jonathan Baldock, Suzanne Jackson, Maria Lai, Erin M. Riley e una delle mie preferite di sempre, Małgorzata Mirga-Tas, che pochi mesi prima, nel 2022, era stata ospite del Padiglione polacco della Biennale d’arte di Venezia con un maestoso progetto di arte tessile e politica, ispirato agli affreschi di Palazzo Schifanoia, nel quale venivano integrate rappresentazioni della cultura rom.
Nemmeno queste evidenze, alle quali si potrebbero aggiungere molte altre installazioni di artisti famosi e per le quali Angela Missoni si è prodigata fino ad andare personalmente a comprare quintali di filo e oggetti disparatissimi (Angela Roveda, «Home sweet home», 2019, una casa intera ricoperta di maglia, incluse piante e bollitori del tè) fanno sentire Angela Missoni un’artista, o almeno una curatrice. «In realtà, ricorda, l’opera esposta alla galleria kauffman+repetto ci era stata chiesta da Astrid», e venne realizzata in passaggi diversi e autonomi, «sulle stesse macchine», da Rosita e da lei: «Lo stesso filo interpretato da mia madre e da me». Sul muro dello spazio espositivo, l’opera aveva assunto le sembianze di una lunghissima banda bicolore, bianco/nero, che terminava al soffitto, come un’amaca instabile ed estensibile, ma volendo anche avvolgente. Se ne ricavava l’idea di un legame profondissimo. Negli ultimi anni, il rapporto fra Rosita e Angela si era fatto ancora più stretto, pressoché simbiotico; ricordo un convegno dove arrivarono insieme e dove una saletta-trucco era stata approntata per la sola Rosita, perché mai sarebbe apparsa davanti alle telecamere senza quel filo di trucco che riteneva necessario, e un’altra occasione al Teatro alla Scala dove accolse con un sorriso sereno e vagamente timido gli omaggi del Ridotto Toscanini, lei che era stata anche costumista – la definizione è riduttiva e forse quella di drammaturga visiva sarebbe più adatta – di un celebre allestimento della Lucia di Lammermoor del 1983, con la regia di Pier Luigi Pizzi e la direzione di Peter Maag, che segnò una svolta nella concezione visiva dell’opera lirica, aprendo il palcoscenico del teatro milanese al linguaggio della moda contemporanea. Quando la matriarca scomparve, nel gennaio dello scorso anno, tutti i giornali del mondo pubblicarono l’immagine del feretro di legno bianco, dipinto dai nipoti con mille forme e colori attorno all’iscrizione: «Rosita, la più radiosa mai esistita».
Ci sono molti modi di vivere l’arte: il primo è di viverla fino in fondo, come tutti i Missoni. Ora che sono tutti usciti dall’azienda, riservandosi solo le attività della Fondazione e il mantenimento, la cura e la tutela del grande archivio storico, è lecito domandarsi che fine farà la linea Home del brand, che era creatura speciale di Rosita, nata in una storica famiglia di tessutai piemontesi, anzi di Golasecca, come teneva a precisare perché la contiguità con la grande civiltà preistorica pedemontana era uno dei suoi motivi di orgoglio. «Spero andranno avanti – chiude velocemente il discorso Angela – perché fu una delle grandi innovazioni della mia famiglia». Per chi è nato dopo gli anni Ottanta, le linee design o casa dei brand della moda sono un fatto ovvio, indiscutibile, quasi necessario nella logica della brandizzazione che ha trasformato tutti noi in consumatori di merceologie disparatissime – fiori, cioccolatini, colombe pasquali, vini, prodotti per il bagno e accessori per lo sport – sotto lo stesso marchio, garanzia di qualità come lo erano un tempo Barilla o Palmolive. Ma nei primi anni Ottanta in cui Rosita e Ottavio Missoni lanciavano la linea casa, prodotta dall’azienda di famiglia di lei, la T&J Vestor fondata nel 1921 (la J sta per Jelmini, il cognome da nubile, Torrani era la famiglia della madre), pochissimi erano entrati nel settore. Solo Paul Poiret, il più grande innovatore della storia della moda e del suo marketing, aveva lanciato una linea casa degna del nome all’inizio del Novecento.