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Awol Erizku, NO ICE, 2025. Sean Kelly © Awol Erizku/Per gentile concessione dell'artista e di Sean Kelly, New York

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Awol Erizku, NO ICE, 2025. Sean Kelly © Awol Erizku/Per gentile concessione dell'artista e di Sean Kelly, New York

«Chiuso per ICE». Il sistema dell’arte americano si ferma: Gagosian, Pace e Zwirner chiuse per lo sciopero nazionale

Centinaia di gallerie tra New York e Los Angeles chiudono il 30 gennaio aderendo allo sciopero nazionale contro l’ICE. Un’adesione trasversale che coinvolge grandi operatori, spazi indipendenti e istituzioni culturali, in una mobilitazione senza precedenti recenti per il sistema dell’arte statunitense

David Landau

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Il mondo dell’arte a stelle e strisce prende posizione con una scelta concreta: chiudere. Oggi, venerdì 30 gennaio 2026, un ampio fronte di gallerie, musei e istituzioni culturali negli Stati Uniti sospenderà le attività aderendo allo sciopero generale nazionale promosso dalla rete National Shutdown, che invita a una giornata senza lavoro, senza scuola e senza consumi. L’adesione del settore culturale rappresenta una mobilitazione inusuale per un ambito tradizionalmente distante dalla protesta politica organizzata.

La protesta nasce in risposta all’espansione delle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e all’occupazione federale di Minneapolis, culminata nelle uccisioni di Renée Nicole Good e dell’infermiere trentasettenne Alex Pretti da parte di agenti federali. Gli eventi hanno innescato una chiusura diffusa delle Twin Cities la settimana precedente e una crescente indignazione nazionale contro le tattiche di controllo sempre più violente, note come Operation Metro Surge.

Secondo gli organizzatori, affinché uno sciopero generale sia efficace è necessaria la partecipazione di almeno il 3,5% della popolazione statunitense, pari a circa 11 milioni di persone. Al momento, oltre 1.000 organizzazioni starebbero pianificando la partecipazione, con 250 eventi di protesta in 46 stati. A New York, i dimostranti sono invitati a radunarsi a Foley Square alle 16:00 per una manifestazione «ICE OUT» sotto lo slogan niente affari come al solito.

In questo contesto, un numero crescente di gallerie e istituzioni artistiche ha annunciato la sospensione delle attività. Tra le adesioni figurano alcuni dei principali operatori del mercato internazionale, come Pace Gallery, David Zwirner, Almine Rech, Gagosian, P·P·O·W Gallery, David Kordansky, Marian Goodman, insieme a realtà di dimensioni più contenute come Ulterior, Hannah Traore e Hesse Flatow. A queste si affiancano istituzioni come l’Institute of Contemporary Art di Los Angeles, oltre a musei delle Twin Cities quali il Walker Art Center e il Minneapolis Institute of Art, che avevano già partecipato allo sciopero locale.

La decisione è maturata rapidamente anche grazie a una catena informale di comunicazioni tra galleristi, che ha favorito un’adesione a cascata. «Guardare quegli eventi rende difficile continuare a fare affari come al solito, soprattutto in un ambito culturale che parla così spesso di cura e responsabilità», ha scritto una delle promotrici. Per altri, la scelta è stata immediata: «Non è il momento di stare zitti».

A temperature sotto lo zero, i manifestanti nel centro di Minneapolis, venerdì 23 gennaio 2026, hanno sventolato cartelli che denunciavano le operazioni di controllo dell'immigrazione in corso nell'area metropolitana di Twin Cities, Operation Metro Surge. Credits Alex Kormann/ Minnesota Star Tribune tramite Getty Images.

Le motivazioni vanno oltre i singoli episodi di violenza. Alle uccisioni si sono infatti aggiunte segnalazioni di detenzioni di cittadini statunitensi e nativi americani, dell’esclusione di legislatori e avvocati dalle strutture dell’ICE e di un acceso dibattito sulla ridefinizione del terrorismo interno, alimentando timori per la tenuta di diritti costituzionali fondamentali come la libertà di espressione e il giusto processo.

Secondo Scott Ogden della Shrine Gallery, la rapidità e l’ampiezza dell’adesione riflettono la gravità del momento. Alexander Gray, di Alexander Gray Associates, ha richiamato il precedente storico del Day With(out) Art del 1989, sottolineando come l’attuale coordinamento nazionale avvenga con una velocità allora impensabile. Presente a Minneapolis nei giorni delle proteste, Gray ha descritto un clima di forte tensione ma anche di solidarietà, in particolare nelle comunità tribali colpite dall’intensificazione delle operazioni federali.

Accanto alla chiusura fisica degli spazi, la mobilitazione assume anche una dimensione simbolica e visiva. Gli organizzatori hanno lanciato un appello agli artisti, invitandoli a contribuire con poster e grafiche utilizzabili durante le manifestazioni. Tra le immagini più diffuse sui social figura il manifesto dell’artista Trilemma, dedicato ad Alex Pretti e Renée Good, con una seconda versione che include un omaggio a Keith Porter, ucciso da un agente dell’ICE a Los Angeles la notte di Capodanno.

La protesta ha inoltre superato i confini statunitensi. A Parigi, la gallerista Brigitte Mulholland ha annunciato la chiusura della propria galleria in segno di solidarietà, accompagnando la decisione con un messaggio pubblico che richiama la propria esperienza di immigrata e una storia familiare segnata da migrazioni forzate.

Con l’adesione di decine di spazi espositivi, musei, organizzazioni no-profit e aziende oltre 700 solo nelle Twin Cities durante la fase iniziale la giornata del 30 gennaio si configura come una sospensione diffusa delle attività nel mondo dell’arte contemporanea, inserita in una mobilitazione nazionale più ampia e trasversale contro le politiche migratorie federali e l’uso della forza da parte dello Stato.

David Landau, 30 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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