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Chiara Camoni, La Cenere di Montelupo #6, 2017, Terracotta bianca, smalto di cenere, vegetazione secca, Photo credit: Camilla Maria Santini

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Chiara Camoni, La Cenere di Montelupo #6, 2017, Terracotta bianca, smalto di cenere, vegetazione secca, Photo credit: Camilla Maria Santini

Chiara Camoni a Roma: I fiori del male e il lato oscuro della natura

La Società delle Api presenta a Roma I fiori del male, mostra personale di Chiara Camoni curata da Alice Motard. Attraverso opere della collezione di Silvia Fiorucci e nuove produzioni site-specific, il progetto propone una rilettura della ricerca dell'artista, mettendo al centro il fiore come figura ambigua e sovversiva, oltre le interpretazioni prevalentemente ecofemministe che ne hanno accompagnato il lavoro.

Riccardo Deni

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La Società delle Api prosegue il programma espositivo della nuova sede romana di via Gregoriana 40 con I fiori del male, mostra personale di Chiara Camoni (Piacenza, 1974), curata da Alice Motard e visitabile dal 9 ottobre 2026 al 26 gennaio 2027. Dopo l'apertura dello spazio nel febbraio scorso, il progetto rappresenta il secondo appuntamento espositivo e prende forma a partire da un importante nucleo di opere provenienti dalla collezione di Silvia Fiorucci, affiancate da nuove produzioni concepite appositamente per il contesto romano.

Negli ultimi anni Chiara Camoni si è affermata come una delle figure più riconoscibili dell'arte italiana contemporanea, grazie a una pratica che intreccia scultura, ceramica, disegno, performance e processi collettivi, costruendo un linguaggio profondamente radicato nella relazione tra natura, comunità e trasmissione dei saperi. La mostra romana sceglie tuttavia di spostare il punto di osservazione, concentrandosi su uno dei motivi più ricorrenti della sua ricerca -il fiore- per proporne una lettura meno rassicurante e più complessa. Il titolo, dichiaratamente ispirato a Les Fleurs du mal di Charles Baudelaire, introduce infatti una riflessione sulla compresenza di bellezza e perturbazione. Lungi dall'essere soltanto emblema di rinascita, fertilità o armonia con il mondo naturale, il fiore diventa qui una figura ambigua, capace di evocare desiderio, vulnerabilità, trasformazione e perdita. È proprio questa oscillazione tra attrazione e inquietudine a guidare l'intero percorso espositivo.

La mostra si propone così di rileggere la produzione di Camoni oltre quelle interpretazioni che negli ultimi anni hanno privilegiato soprattutto la dimensione ecofemminista della sua ricerca. Senza negarne la centralità, il progetto curatoriale suggerisce come il lavoro dell'artista sia attraversato anche da tensioni più oscure, intime e contraddittorie, nelle quali la natura non appare come spazio di riconciliazione ma come luogo di continua metamorfosi, attraversato da pulsioni vitali e distruttive. Questa prospettiva emerge sia nella selezione delle opere sia nelle nuove produzioni site-specific, concepite in dialogo con gli ambienti storici del palazzo di via Gregoriana. L'architettura diventa parte integrante del progetto, amplificando quella relazione tra memoria, materia e presenza che costituisce uno dei tratti distintivi del lavoro di Camoni. Il percorso è inoltre arricchito dal confronto con una selezione di opere di altri artisti, costruendo un tessuto di rimandi che amplia ulteriormente il campo interpretativo.

Più che utilizzare il fiore come semplice elemento iconografico, Camoni lo assume come dispositivo simbolico attraverso cui interrogare il rapporto tra corpo e natura, fragilità e permanenza, individuale e collettivo. Le sue forme organiche, modellate attraverso materiali naturali e processi spesso condivisi, sfuggono a ogni idealizzazione della natura, restituendone invece la dimensione instabile, imprevedibile e profondamente ambivalente. In questo senso I fiori del male rappresenta anche un'occasione per osservare la ricerca dell'artista da una prospettiva meno consueta. Se gran parte della critica ha sottolineato gli aspetti relazionali, comunitari e rituali della sua pratica, la mostra mette in evidenza come tali dimensioni convivano con una riflessione sul desiderio, sull'alterità e sulle zone d'ombra che abitano tanto l'esperienza umana quanto il mondo naturale. L'esposizione sarà accompagnata da un Public Program di incontri e approfondimenti, confermando la volontà della Società delle Api di affiancare alla programmazione espositiva momenti di confronto e riflessione. Con questo progetto, lo spazio romano consolida inoltre la propria identità come luogo dedicato a riletture critiche di artisti già affermati, privilegiando percorsi curatoriali capaci di aprire nuove interpretazioni piuttosto che limitarsi a presentare una sintesi della loro produzione.

Riccardo Deni, 18 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Riccardo Deni

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