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Rica Cerbarano
Leggi i suoi articoliDal 12 al 18 luglio, per il terzo anno consecutivo, la Fondazione Pistoletto accoglie in residenza The Glorious Mothers, un collettivo di artiste italiane che riflette sui temi della maternità e della genitorialità nel sistema dell’arte. La loro, però, non è una residenza qualsiasi: queste artiste, che sono anche madri, porteranno con sé i propri figli e le proprie figlie, coinvolgendoli in alcune attività, ma garantendo sempre a se stesse uno spazio dedicato alla ricerca e al confronto reciproco. Può sembrare scontato, ma non lo è affatto. A differenza della maggior parte delle residenze artistiche, in cui le famiglie sono sì accettate ma mai realmente integrate nel percorso, quello di The Glorious Mothers è un modello nato dall’esperienza diretta di chi si confronta quotidianamente con la difficoltà di conciliare pratica artistica e lavoro di cura. Proprio per questo riesce a mettere in luce – e a risolvere, in alcuni casi – le falle del sistema patriarcale su cui si regge il mondo dell’arte. Il collettivo è oggi composto da Sara Basta, Cristina Cusani, Mariana Ferratto, Francesca Grossi, Giulia Iacolutti, Vera Maglioni, Caterina Pecchioli, Lorena Peris, Dafne Salis e Miriam Secco. Abbiamo incontrato alcune di loro per farci raccontare la loro esperienza e le questioni che portano al centro del dibattito.
The Glorious Mothers si incontra ogni anno, a luglio, in una residenza di una settimana, dove sono coinvolti anche i vostri figli e le vostre figlie, che così vivono appieno l’esperienza artistica e relazionale. Ci raccontate come si è sviluppato questo “format”?
La prima residenza risale al 2022, quindi circa un anno dopo la formazione del collettivo. All’inizio non la pensavamo ancora come una vera e propria "residenza": era soprattutto il desiderio di incontrarci e trascorrere del tempo insieme. Fino a quel momento ci vedevamo quasi esclusivamente online e sentivamo il bisogno di condividere uno spazio fisico. La prima edizione è stata interamente autogestita e auto-organizzata. Si è svolta nella casa di una di noi, che disponeva di un grande giardino. Avevamo previsto la presenza di babysitter che, per alcune ore al giorno, si occupavano della cura dei figli e delle figlie permettendoci di lavorare. È stata la prima vera occasione per condividere pratiche e sperimentare concretamente cosa significasse creare in presenza dei nostri bambini e delle nostre bambine. È stata anche molto faticosa: tutte le incombenze quotidiane – cucinare, organizzare, prendersi cura degli altri – ricadevano comunque su di noi. Ci siamo rese conto che gran parte del tempo veniva assorbita dal lavoro di cura e dalla logistica, lasciando poco spazio alla pratica artistica. Proprio da quella esperienza abbiamo iniziato a capire di cosa avessimo realmente bisogno perché una residenza di questo tipo potesse funzionare. L’anno successivo abbiamo deciso che non bastava prevedere un supporto per l’accudimento delle bambine e dei bambini: servivano anche persone che si occupassero dei pasti e dell’organizzazione quotidiana. Abbiamo ottenuto il patrocinio del Comune di Castello Cabiaglio, un piccolo paese vicino a Varese dove vive una di noi e così la residenza si è trasformata in un'esperienza diffusa, ospitata nelle case degli abitanti del paese. Le famiglie che ci accoglievano, insieme a figli e figlie, potevano partecipare ad alcune delle attività che proponevamo, rendendo il progetto più aperto e condiviso con la comunità locale. Avevamo inoltre a disposizione gli spazi di un asilo nel bosco, dove svolgere laboratori e momenti di lavoro. È stata un’esperienza molto diversa dalla prima e ci ha insegnato ancora molto: ogni residenza, in fondo, è diventata un laboratorio attraverso cui comprendere meglio quali condizioni siano necessarie per rendere realmente compatibili il lavoro artistico, la cura e la genitorialità.
Poi, nel 2024, è arrivata la Fondazione Pistoletto, dove siete ospitate ancora oggi.
Sì, ed è stata davvero una svolta. Per la prima volta abbiamo avuto a disposizione tempo e spazio adeguati per lavorare insieme. Questo soprattutto perché la Fondazione collabora con Ambienti di Apprendimento, un centro educativo legato a una scuola primaria del territorio, che d’inverno porta avanti un progetto di scuola parentale e durante l’estate organizza un centro estivo a forte vocazione artistica. Le nostre figlie e i nostri figli hanno così potuto partecipare ad attività progettate appositamente per loro, spesso guidate da artisti, artiste e professioniste/i dell’educazione, e questo ha reso per noi l’esperienza molto più sostenibile. Fino al tardo pomeriggio avevamo del tempo dedicato al lavoro, mentre dalle quattro in poi tornavamo a stare insieme a figli e figlie. Nelle residenze precedenti avevamo condiviso letture, sviluppato ricerche comuni e proposto workshop a turno, restando soprattutto nell’ambito della sperimentazione e del confronto. In quel contesto, invece, abbiamo iniziato a realizzare, o almeno immaginar,e delle opere.
Entrando nel vivo della progettualità delle residenze: cosa succede durante questo tempo condiviso?
La produttività non è il fine ultimo di queste esperienze; per noi è fondamentale riconoscere il valore del tempo improduttivo. La residenza è prima di tutto uno spazio di confronto e sperimentazione in cui essere madre e artista non viene vissuto come una contraddizione, ma come una coesistenza possibile. Durante il tempo condiviso abbiamo la possibilità di lavorare in condizioni adeguate sia alle esigenze delle bambine e dei bambini sia alle nostre di artiste, sospendendo, almeno temporaneamente, il conflitto tra cura e pratica professionale. In questo contesto abbiamo compreso che il vero oggetto della nostra ricerca è il processo stesso: come si costruisce un lavoro collettivo, quali dinamiche si attivano e cosa significhi elaborare un pensiero condiviso. Questo ci porta anche a interrogarci su cosa venga riconosciuto come lavoro e cosa invece resti invisibile: se sto leggendo un libro, sto facendo ricerca o mi sto riposando? Se leggo una storia a miei figli e alle mie figlie, si tratta di cura, di formazione o di lavoro invisibile? Da queste domande nasce la nostra riflessione sull’immaginario della maternità e sulla necessità di superare una distinzione rigida tra tempi produttivi e improduttivi.
Esistono occasioni di dibattito pubblico, non riservato solo alle componenti del collettivo?
Cerchiamo costantemente il confronto con l’esterno perché siamo consapevoli che alcune esperienze ci mancano e che il nostro sguardo non può essere esaustivo. Una delle iniziative che abbiamo attivato recentemente è “Cambio di stagione”, una serie di incontri aperti in cui invitiamo chi lo desidera a partecipare alle nostre riunioni attorno a temi specifici. È un modo per ampliare il dialogo, mettere in discussione il nostro punto di vista e accogliere aspetti della maternità che magari non viviamo direttamente, ma che riteniamo importante ascoltare. Una scelta per certi versi radicale è stata quella di programmare questi incontri durante la pausa pranzo. Gli eventi del sistema dell’arte si svolgono quasi sempre negli orari meno accessibili per chi si prende cura di bambini/e piccoli/e. Certo, ogni esperienza è diversa e non esiste un orario ideale per tutti; tuttavia, la pausa pranzo rappresenta spesso un momento più praticabile: figlie e figli sono a scuola e, sia che si abbia un lavoro fisso sia che si lavori come artiste, è più facile ritagliarsi un’ora di tempo.
Come madre, vorrei chiedervi: ci sono piccoli accorgimenti che potrei adottare per manifestare la mia condizione e farla valere? Quali sono i “piccoli” gesti di attivismo che possiamo mettere in campo?
Nel pratico noi cerchiamo di rendere visibile ciò che troppo spesso viene taciuto. Per esempio, quando scriviamo lettere motivazionali o richieste di sostegno, concludiamo spesso spiegando di essere parte di questo collettivo e che, nel richiedere un finanziamento, dobbiamo anche provvedere al mantenimento dei nostri figli e delle nostre figlie. È un aspetto che tendiamo a verbalizzare con chiarezza, perché nel mondo dell’arte è sempre esistita una forte tendenza a nascondere la maternità. Per noi, invece, l’essere madri rappresenta una risorsa: sviluppiamo competenze che poi trasferiamo nel lavoro, dal valore attribuito al tempo alla capacità di trovare soluzioni, fino alla rapidità decisionale.
Da quando avete iniziato il vostro percorso a oggi, avete riscontrato cambiamenti nel mondo dell’arte? Ci sono stati miglioramenti o trasformazioni significative?
La nostra impressione, rispetto al 2019, è che il tema della maternità sia finalmente entrato nel dibattito generale, ma il percorso è ancora molto lungo. Viviamo in un momento storico in cui molti diritti fondamentali vengono messi in discussione; per questo è difficile valutare questi cambiamenti esclusivamente all’interno del sistema dell’arte, senza considerare il contesto sociale e politico più ampio. Nel cosiddetto “mondo reale” spesso non esistono ancora strumenti di sostegno adeguati e, anzi, si assiste a un arretramento su conquiste che sembravano acquisite. Pensiamo al diritto all’aborto: è significativo il fatto che sia percepito come un diritto potenzialmente vulnerabile, proprio quando invece dovremmo impegnarci a difenderlo con la massima determinazione. Allo stesso tempo, a volte abbiamo l’impressione che il tema della maternità venga anche strumentalizzato: ci si riempie la bocca di dichiarazioni sull’inclusione delle madri. Va benissimo organizzare mostre, convegni e occasioni di confronto. Tuttavia, ciò che serve sono strumenti concreti: sostegni economici, servizi educativi adeguati, continuità nell’accesso ai nidi e alle strutture di cura. La sensazione è che, nonostante la maggiore visibilità del tema, molte delle condizioni materiali necessarie per renderlo davvero sostenibile siano ancora lontane dall’essere garantite. Vogliamo concludere però con una una nota di ottimismo. Se guardiamo alla storia, l’arte ha spesso anticipato trasformazioni culturali e sociali, intercettando temi e istanze prima che trovassero un riconoscimento più ampio nella società. Ci piace pensare che il fatto stesso che oggi si cominci a parlare di maternità, che emergano progetti e pratiche dedicate a questi temi, che il dibattito si faccia più visibile e condiviso, possa rappresentare un segnale positivo. Forse ci vorrà tempo prima che questa attenzione si traduca in cambiamenti strutturali, ma il fatto che il tema sia finalmente riconosciuto e discusso è già, di per sé, un passaggio importante.
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