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Una foto dall'allestimento di «Werner Jeker. Photo Typo»

Foto Andrea Guermani

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Una foto dall'allestimento di «Werner Jeker. Photo Typo»

Foto Andrea Guermani

Werner Jeker in mostra: «Realizzare un manifesto è un modo per scendere in piazza»

Nella Project Room di Camera a Torino il grafico svizzero ha progettato anche l’allestimento: «un’installazione pensata come un’immersione nella lettura di un libro o la visione di un film»

Rica Cerbarano

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Il 18 giugno Camera-Centro Italiano per la Fotografia di Torino ha inaugurato le prime due mostre curate da François Hébel, nuovo direttore dell’istituzione. L’esposizione principale è dedicata al fotografo belga Harry Gruyaert, protagonista della fotografia a colori e tra i pionieri di un approccio contemporaneo al fotogiornalismo. A lui sono dedicate le sale principali, in un percorso denso di immagini. Nella Project Room, raggiungibile attraverso la biglietteria e il bookshop, trova spazio «Werner Jeker. Photo Typo», una mostra di dimensioni più contenute, ma decisamente significativa per comprendere la direzione artistica di Hébel. Per un motivo molto semplice: esporre il lavoro del grafico svizzero Werner Jeker è una scelta di campo, perché ci invita a guardare il linguaggio fotografico in dialogo con altre discipline. Ci dimostra come la fotografia non viva mai da sola, sottolineandone la presenza silenziosa nel mondo quotidiano, il suo essere spesso a servizio di un messaggio, di un’idea, di una storia.

L’allestimento, progettato dallo stesso Jeker, è «un’installazione pensata come un’immersione nella lettura di un libro o la visione di un film che si svolge davanti agli occhi del pubblico», come spiega l’autore a «Il Giornale dell’Arte». Un’esplosione a parete che presenta, senza un ordine cronologico, alcune chicche della sua sterminata produzione. Nato in Svizzera nel 1944, Werner Jeker ha realizzato oltre 800 manifesti nel corso della sua carriera, affiancando a questa attività la progettazione di libri, identità visive e percorsi espositivi per istituzioni culturali, enti pubblici e committenze internazionali. Nel 1972 fonda il proprio studio e da quel momento non smetterà mai di progettare manifesti. Tra i suoi clienti maggiori, il Théâtre Vidy-Lausanne, il Musée des Arts Décoratifs (oggi MUDAC), il Musée de l’Élysée, la Fondazione svizzera per la fotografia e la Cinémathèque suisse di Losanna. Istituzioni con cui ha stabilito sodalizi durati decenni, acquisendo grande esperienza nell’ambito della progettazione grafica per la cultura.

Poster per una rassegna cinematografica di Jean-Luc Godard, ©Werner Jeker

Manifesto per la retrospettiva dedicata a Man Ray, ©Werner Jeker

È soprattutto in questi lavori di stampo culturale che Jeker dà sfogo al suo interesse nell’esplorare la relazione tra immagine e testo, le quali nello spazio rettangolare del manifesto, secondo l’autore, «si arricchiscono a vicenda. Hanno la stessa importanza, insieme formano una nuova immagine. Un’immagine potenzialmente più forte». Nei suoi manifesti, fotografia e tipografia convivono costruendo un significato inedito, capace di sintetizzare l’identità di una mostra, di uno spettacolo, di un evento. Questo è evidente in alcuni dei lavori esposti. Troviamo, per esempio, il manifesto della retrospettiva del fotografo di guerra britannico Don McCullin, tenutasi al Musée de l’Élysée di Losanna nel 1999 e intitolata «Images des ténèbres». Vista anche la recente scomparsa, è di particolare interesse per i visitatori il manifesto che annuncia la mostra «Photo-works Retrospective» di David Hockney, tenutasi presso il Musée de l’Élysée nel 1999. L’opera riprodotta è uno dei celebri collage fotografici dell’artista, intitolato «David Graves, Pembroke Studios, London, Tuesday, 27th April 1982». L’immagine scomposta ritrae David Graves, amico, assistente e frequente modello di Hockney, seduto all’interno di uno studio circondato da librerie.

Particolarmente incisivo è il manifesto disegnato per la mostra di Man Ray presso il Museo d’Arte di Zurigo e la Fondazione Svizzera per la Fotografia nel 1988, che gli è valso lo Swiss Poster Award. Un poster in cui la tipografia dialoga con la figura capovolta di una donna addormentata, creando un’immagine che richiama l’estetica dadaista. Sulle pareti della galleria i manifesti si susseguono senza soluzione di continuità, sullo sfondo di forme grafiche che rendono il tutto ancora più dinamico, un esito allestitivo che non poteva che essere frutto di un graphic designer.


In una passata intervista, Jeker ha affermato: «Cerco di realizzare dei buoni manifesti, perché il manifesto è talmente diffuso nelle strade da diventare inevitabile da guardare. (...) Per me, realizzare un manifesto è un modo per scendere in piazza». In un mondo iperconnesso, dove gli ambienti virtuali sembrano occupare il posto più importante delle nostre vite, il lavoro di Werner Jeker ci ricorda che ciò che guardiamo nel quotidiano, anche al di là degli schermi, ha un’influenza su come e cosa pensiamo.


 

Rica Cerbarano, 07 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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Werner Jeker in mostra: «Realizzare un manifesto è un modo per scendere in piazza» | Rica Cerbarano

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