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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliQuando nel dicembre 2024 la commissione incaricata della ricostruzione di Notre-Dame ha annunciato il nome di Claire Tabouret, molti al di fuori della Francia hanno iniziato a chiedersi chi fosse l'artista chiamata a intervenire sul monumento simbolo del Paese. In realtà, nel panorama internazionale, Tabouret è da tempo una delle figure più riconosciute della nuova pittura europea. La commissione per le sei nuove vetrate della navata sud della cattedrale rappresenta tuttavia un passaggio diverso: non soltanto un riconoscimento artistico, ma l'ingresso in una storia che attraversa architettura, religione, politica e identità nazionale.
Nata a Pertuis, in Provenza, nel 1981, Tabouret si forma in Francia prima di trasferirsi giovanissima a Parigi e, nel 2015, a Los Angeles, città nella quale vive e lavora tuttora. È un percorso biografico che riflette una costante della sua ricerca: l'idea dello spostamento come occasione di reinvenzione. Lei stessa ha raccontato più volte di aver lasciato la Francia per cercare uno spazio di maggiore libertà, dopo anni difficili vissuti in studi improvvisati e persino in edifici occupati abusivamente. La sua affermazione internazionale arriva nei primi anni Dieci, quando François Pinault acquista quasi integralmente una sua mostra parigina, contribuendo a renderla una delle giovani artiste francesi più osservate dal sistema dell'arte. Da allora il suo lavoro entra nelle collezioni di importanti istituzioni internazionali e viene esposto in Europa e negli Stati Uniti.
La pittura di Claire Tabouret è immediatamente riconoscibile. I suoi protagonisti sono spesso bambini, adolescenti, gruppi familiari, figure sospese tra realtà e memoria, dipinte con cromie intense e attraversate da un'atmosfera insieme malinconica e inquieta. Il ritratto non diventa mai semplice rappresentazione psicologica, ma uno strumento per interrogare identità, appartenenza e costruzione del ricordo. È una figurazione che dialoga con la storia della pittura europea, ma che mantiene una forte sensibilità contemporanea. Negli ultimi anni la sua ricerca si è progressivamente confrontata anche con temi collettivi. Alla Biennale di Venezia del 2024, nel Padiglione della Santa Sede ospitato nel carcere femminile della Giudecca, aveva già affrontato il rapporto tra immagine, spiritualità e comunità. L'incarico per Notre-Dame rappresenta una naturale estensione di questo percorso.
L'artista, che si definisce non credente, ha più volte spiegato di aver accettato la commissione non per ragioni religiose, ma perché attratta dal tema scelto dall'Arcidiocesi di Parigi: la Pentecoste, interpretata come racconto universale della possibilità di comprendersi nonostante la diversità delle lingue e delle culture. «È una speranza folle e bellissima», ha dichiarato, sottolineando come il progetto rappresenti soprattutto un messaggio di armonia. La sua nomina, tuttavia, ha assunto rapidamente un valore che va oltre la vicenda artistica. La decisione del presidente Emmanuel Macron di sostituire alcune vetrate ottocentesche progettate da Eugène Viollet-le-Duc, rimaste indenni dopo l'incendio del 2019, ha infatti provocato un acceso dibattito tra storici dell'arte, restauratori e associazioni per la tutela del patrimonio. Così, prima ancora che le nuove opere fossero realizzate, Claire Tabouret si è trovata al centro di una controversia nazionale sulla legittimità dell'intervento contemporaneo in un monumento simbolo della storia francese. L'artista ha scelto di affrontare il confronto senza rinunciare al dialogo con il passato. Piuttosto che rompere con Viollet-le-Duc, ha dichiarato di voler costruire una continuità, riprendendo nelle decorazioni geometriche motivi presenti nelle vetrate ottocentesche e inserendoli all'interno di un linguaggio figurativo profondamente contemporaneo.
Amélie Bernard
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Figure umane, paesaggi attraversati dal vento, colori intensi e una luce studiata per dialogare con l'architettura gotica. Le sei nuove vetrate di Notre-Dame, progettate da Claire Tabouret e realizzate dall'Atelier Simon-Marq, racconteranno la Pentecoste reinterpretando una delle grandi tradizioni della cattedrale. Un intervento che guarda al presente senza rinunciare al dialogo con Viollet-le-Duc.
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