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Michelangelo Tonelli
Leggi i suoi articoliC’è un momento, ogni mattina, in cui Piazza Castello si riempie di un insieme di suoni che normalmente non le appartengono: mixer che frullano, fruste che sbattono, microfoni che si accendono, tazzine che tintinnano. A Casa Buonissima, dal 23 al 26 ottobre, tutto questo accade con naturalezza, come se il cuore monumentale di Torino fosse abituato da sempre a ospitare lezioni sul cacao, presentazioni di libri gastronomici, discussioni sulla frollatura del pesce o sull’impasto perfetto della pasta. Il progetto è cresciuto negli anni, diventando molto più di un contenitore di eventi. È un luogo di incontro fra esperienze globali e radici locali, un laboratorio dove grandi chef e artigiani piemontesi siedono allo stesso tavolo. L’idea di fondo è che la cucina debba essere un sapere condiviso, e che proprio per questo debba essere raccontata in uno spazio accessibile a tutti.
La presenza di personalità come Ferran Adrià ha dato al palinsesto un respiro quasi museale. Adrià non è solo un cuoco: «è un sistema di pensiero». Ascoltarlo ragionare a Torino sulla creatività come metodo, e non come ispirazione, ha dato alla manifestazione la dimensione di un masterclass diffuso. Allo stesso modo, le parole di Eugeni de Diego – per anni sous-chef di ElBulli, ora tra i protagonisti della ristorazione catalana contemporanea – hanno riportato l’attenzione su cosa significhi innovare senza perdere contatto con la tradizione. Accanto a loro, l’intelligente delicatezza di Fabrizio Fiorani, che ragiona sul dessert come fosse architettura; la lucidità tecnica di Alessandro Negrini, che a Milano guida una delle cucine più simboliche del Novecento italiano; la visione marina di Jacopo Ticchi, che con la frollatura del pesce ha ridisegnato i confini della cucina adriatica. A Casa Buonissima ogni intervento è un modo diverso di guardare il mondo.
E poi c’è Torino. Con i suoi Maestri del Gusto, con la merenda sinoira riscoperta e valorizzata, con quel senso di appartenenza che qui emerge ogni volta che si parla di territorio. È forse questo l’aspetto più sorprendente: mentre ascolti un pastry chef giapponese spiegare una tecnica di cioccolato, accanto a te un produttore piemontese racconta come ha curato una toma d’alpeggio. Due mondi lontani che a Casa Buonissima sembrano improvvisamente fatti per dialogare. Piazza Castello, per quattro giorni, si trasforma in una città nella città: un campus gastronomico a cielo aperto dove chi entra non sa esattamente cosa imparerà, ma sa che uscirà con qualcosa in più. È il segreto di questo luogo: non insegnare ricette, ma aprire prospettive.
Michelangelo Tonelli
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