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Emily Jacir, «Aswat il Dar» (2025)

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Emily Jacir, «Aswat il Dar» (2025)

«Cantiere Levante» a Ostuni: Puglia e Palestina, tra memoria e identità

All’incrocio tra arte, architettura e territorio, la quarta edizione del progetto culturale e artistico degli architetti Aldo Flore, Rosanna Venezia e Alice Flore è dedicata al dialogo tra Puglia e Palestina

Anna Saba Didonato

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Una villa di fine Ottocento in fase di ristrutturazione (con i suoi spazi sospesi tra passato e futuro, quali luoghi di memoria e di possibilità, di identità stratificate e fragili) diventa spazio espositivo per «Cantiere Levante», il progetto culturale e artistico degli architetti Aldo Flore, Rosanna Venezia e Alice Flore (fino al 9 agosto, dalle 19:00 alle 23:00).

«Il tema centrale è quello del riconoscimento e dell’appartenenza come condizioni dinamiche modellate dal rapporto con i luoghi, la memoria e le trasformazioni nel tempo». All’incrocio tra arte, architettura e territorio, questa quarta edizione è dedicata al dialogo tra Puglia e Palestina, indagando i temi della memoria, dell’identità e della rigenerazione.

Una scelta non casuale, riconducibile alla volontà di Rula Al Amad, proprietaria della villa insieme a James Woods. Di origine palestinese, in essa ha ritrovato gli spazi, lo stile, gli elementi decorativi e la suggestione affettiva della casa paterna, ubicata in Gerusalemme, sottrattale dagli occupanti israeliani.

Tra gli artisti coinvolti figurano Adam Broomberg e Rafael Gonzalez con «Anchor in the Landscape», progetto fotografico dedicato al sistematico abbattimento di ulivi secolari nei territori palestinesi della Cisgiordania; Mauro Bubbico,  Roberto Lenza e Luca Capuano con «Palestine Home Coming», una serie fotografica presentata come un grande libro alla scoperta di Dheisheh, uno dei tanti villaggi occupati, ignorati dal mondo a causa del silenzio mediatico e della disinformazione; e Cesare dell’Anna, che con «Zina» animerà l’ultima serata dell’iniziativa. Infine Emily Jacir (vincitrice del Leone d’Oro alla 52ma Biennale d’Arte di Venezia) con installazioni site specific quali «Star of Bethlehem» (2026) e «The hidden altar» (2026), e non solo, affiancate da una selezione di video del Dar Yusuf Nasri Jacir for Art and Research, centro culturale multidisciplinare da lei fondato a Betlemme nel 2014.

Emily, tu che lavori in Puglia da circa vent'anni, e conosci bene il Salento, quale dialogo ritieni possibile tra la nostra regione e la Palestina?
Per me non è una questione di ciò che è possibile, quanto piuttosto di osservare ciò che è già presente lì e lo è da secoli. Condividiamo questo mare e facciamo la spola da una sponda all'altra, da generazioni: lo si nota nell'architettura, nelle maioliche e nella cultura visiva che abbiamo in comune, ma anche negli aspetti musicali e ritmici. Inoltre, il Salento è sempre stato luogo di passaggio per i pellegrini diretti in Palestina. Condividiamo anche una storia fatta di stenti, separazioni familiari e migrazioni.

Da un punto di vista materiale - dall’architettura alla decorazione, all’artigianato - quali connessioni e affinità hai riscontrato tra le due culture?
Ho sempre camminato e ballato a piedi nudi, sia nel Salento che a Betlemme, sulle stesse identiche mattonelle. Per la mostra «Cantiere Levante», io, Aldo e Rula abbiamo ricreato delle piastrelle basandoci sull'esatta riproduzione di un motivo pavimentale presente a Dar Jacir. Si tratta di colori e motivi già ampiamente diffusi nel Salento. Questi disegni geometrici rappresentano un elemento cardine dell'architettura palestinese e salentina. Il motivo a stella della mattonella è elemento ricorrente in entrambi luoghi, operando sul crinale tra architettura, decorazione e spazio domestico, come forma di continuità e resilienza sia culturale che geografica.

La musica, il ballo e il folklore pugliese, in che modo ti riconducono a Betlemme?
Da quindici anni seguo le processioni e le danze popolari del Sud Italia e ho creato una vasta rete di ballerini e musicisti, collegati tra loro dal mare, dando vita a collaborazioni e continui scambi. Come palestinesi, abbiamo visto i nostri rituali, collettivi e popolari, distrutti dall'occupazione. Malgrado questo, alcuni sopravvivono ancora e li ho inclusi nell'opera «We Ate the Wind», in cui il Salento e la Campania sono accostati come un unico spazio geografico. Gran parte di questo lavoro nasce da una pratica artistica che, fin dalle sue origini, è sempre stata incentrata sullo spazio pubblico, sulla comunità e sulla condivisione.

Anna Saba Didonato, 07 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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