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© Bottega Veneta, Juergen Teller

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© Bottega Veneta, Juergen Teller

Bottega Veneta, Juergen Teller e Venezia alla vigilia della Biennale

La campagna Summer 2026, firmata dal fotografo tedesco, si inserisce nel clima culturale che precede la Biennale: Venezia diventa infrastruttura simbolica e la fotografia uno strumento di dialogo con il sistema dell’arte contemporanea

Carlino Corezzi

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La campagna Summer 2026 di Bottega Veneta, firmata da Juergen Teller, è un’operazione consapevolmente collocata nel calendario e nel sistema culturale veneziano, realizzata e diffusa nel periodo che precede l’apertura della Biennale di Venezia, quando la città torna a funzionare come piattaforma internazionale per l’arte contemporanea: uno spazio attraversato da artisti, curatori, istituzioni e pubblico globale. Lontana dall’essere inglobata come fondale scenografico o citazione ornamentale, Venezia è qui un’infrastruttura simbolica attiva, carica di aspettative, sguardi e pratiche culturali. Uno stato di sospensione e di preparazione, lo stesso che accompagna ogni edizione della Biennale di Venezia, che la campagna intercetta, adottandone implicitamente il linguaggio: uso non illustrativo dello spazio urbano, centralità dell’autore, rifiuto della monumentalizzazione.
Nato a Erlangen, in Germania, nel 1964, formatosi a Londra al London College of Printing, Teller è una delle figure chiave della fotografia contemporanea dagli anni Novanta in poi. La sua pratica si colloca tra arte, editoria e moda, con un linguaggio immediatamente riconoscibile: diretto, anti-spettacolare. Ha lavorato a lungo per riviste come i-D, The Face, Purple, W Magazine, e ridefinito il modo in cui la fotografia di moda può sottrarsi al glamour senza perdere forza iconica.

 

 

 

© Bottega Veneta, Juergen Teller

 Parallelamente, Teller ha costruito un percorso autonomo nel sistema dell’arte: mostre in istituzioni come l’ICA di Londra, la Fondation Cartier a Parigi, la Galerie Suzanne Tarasieve, la Triennale di Milano, che leggono il suo lavoro come una riflessione continua sul corpo, sull’identità, sull’autoritratto e sullo statuto dell’immagine. Una doppia appartenenza che rende il fotografo artista capace di lavorare dentro l’industria senza adattarsi ai suoi codici. La sua fotografia, storicamente distante dall’estetica pubblicitaria levigata, opera per attrito: corpi, abiti e architetture vengono messi sullo stesso piano, senza gerarchie. I luoghi scelti — spazi pubblici, istituzioni culturali, interni quotidiani — rimandano a una Venezia vissuta e produttiva, la stessa che la Biennale attiva ciclicamente come piattaforma internazionale di visibilità e confronto. La campagna intercetta il clima di una città che, alla vigilia della grande macchina espositiva, torna a essere laboratorio e non icona. Bottega Veneta affida la propria immagine a un linguaggio che appartiene già al sistema dell’arte contemporanea, accettandone le asprezze, le ambiguità, l’assenza di seduzione immediata. La campagna funziona come farebbe un progetto espositivo: sceglie un autore riconoscibile, un contesto carico di stratificazioni culturali, e costruisce senso attraverso la relazione tra questi elementi. Un passaggio da un racconto rassicurante a un dialogo più complesso con lo stesso pubblico internazionale che ogni due anni converge a Venezia per la Biennale. La fotografia diventa un mezzo di interlocuzione con il mondo dell’arte, un modo di stare nel presente, in un sistema di istituzioni, pratiche e linguaggi condivisi.

Carlino Corezzi, 15 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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