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BMW Art Car, 50 anni tra arte contemporanea e industria

Dalla BMW 3.0 CSL dipinta da Calder nel 1975 al Rétromobile Parigi, oltre venti artisti, da Warhol a Mehretu, hanno trasformano l’auto in un archivio mobile che oggi sfida la velocità dell’immagine

Jenny Dogliani

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Nel 1975 la 3.0 CSL dipinta da Alexander Calder corre a Le Mans. Da quel momento l’automobile non è più solo un veicolo, ma un supporto di sperimentazione artistica. Da allora oltre venti artisti internazionali — da Frank Stella a Roy Lichtenstein, da Andy Warhol a David Hockney, fino a Jenny Holzer, Olafur Eliasson e Jeff Koons — hanno lavorato sulle BMW Art Car, trasformando il progetto in una delle collaborazioni più longeve tra industria automobilistica e arte contemporanea. E oggi, cinquant’anni dopo, la BMW Art Car Collection è un archivio materiale di cultura visiva. Una collezione in movimento che continua a viaggiare, a essere esposta, riallestita, messa in circolo. Tra le mostre più recenti quella all’ADI Design Museum, Milano (4 dicembre 2025 – 8 gennaio 2026) con otto BMW Art Cars, tra cui quelle di Alexander Calder, Frank Stella, Roy Lichtenstein, Esther Mahlangu, Sandro Chia, Jenny Holzer, Jeff Koons e Julie Mehretu, la tappa con il maggior numero di vetture esposte nel tour mondiale del 2025; e Rétromobile, Parigi (28 gennaio – 1 febbraio 2026), con sette BMW Art Cars che hanno partecipato alla 24 Ore di Le Mans, tra cui quelle di Calder, Stella, Lichtenstein, Warhol, Holzer, Koons e Mehretu.

Da una parte la produzione industriale di precisione, dall’altra la ricerca artistica che lavora su gesto, segno, immaginario, linguaggio. Il risultato non è mai un compromesso tra arte e design industriale, ma un campo di attrito. Le superfici aerodinamiche, nate per ridurre resistenza e attrito fisico, diventano superfici narrative che assorbono cultura visiva, politica del corpo, tecnologia del tempo. Se la prima fase storica — Calder, Stella, Lichtenstein, Warhol — lavora sulla traduzione della pittura nella superficie mobile, le fasi successive aprono il campo a una riflessione più ampia sullo statuto stesso della macchina. Jenny Holzer trasforma la carrozzeria in spazio linguistico. Olafur Eliasson lavora sulla percezione ambientale e sull’idea di energia. Jeff Koons usa la vettura come condensatore di cultura pop, velocità, sessualità simbolica, spettacolo. John Baldessari inserisce il linguaggio concettuale dentro un oggetto progettato per l’efficienza. Cao Fei sposta l’auto nel campo dell’estensione virtuale e dei mondi digitali. Julie Mehretu lavora sulla stratificazione visiva come metafora di flussi globali, geografie, migrazioni di segni. Negli ultimi anni la collezione è stata ripensata sempre di più come narrazione mobile. Le mostre inseriscono le vetture dentro costellazioni culturali più ampie: arte contemporanea, fotografia, archivi industriali, documentazione dei processi produttivi, film, materiali tecnici. In alcune tappe espositive la macchina viene letta come oggetto scultoreo, in altre come dispositivo politico, in altre ancora come archivio di tecnologie del tempo — aerodinamica, materiali compositi, simulazione digitale, ingegneria computazionale. Le esposizioni, che hanno circolato tra Europa, Stati Uniti e Asia, negli ultimi anni hanno raccontato la collezione per temi: velocità, corpo, energia, immagine, simulazione, infrastruttura, ambiente.  La forza della collezione sta anche nella sua natura non tradizionalmente museale. 

Le Art Cars nascono per muoversi. Anche quando vengono esposte statiche, mantengono la memoria di una funzione dinamica. Sono sculture che portano dentro l’idea del tempo, del rischio, della performance, del fallimento possibile. Le mostre più recenti hanno insistito sulla macchina come archivio di immaginari del Novecento e del XXI secolo. Dalla modernità ottimista della fine degli anni Settanta, alla spettacolarizzazione pop degli anni Ottanta, alla globalizzazione simbolica degli anni Duemila, fino alla riflessione contemporanea su sostenibilità, virtualità e data culture. Oggi la collezione dialoga sempre più con temi come energia, mobilità sostenibile, intelligenza artificiale, ambienti simulati. Non perché le vetture diventino oggetti tecnologici «futuristici», ma perché la macchina resta uno dei pochi oggetti industriali capaci di condensare estetica, ingegneria, politica del territorio, economia globale e cultura visuale. Se nel Novecento la macchina era il simbolo della modernità industriale, nelle Art Cars diventa il simbolo di un’altra fase storica: quella in cui produzione materiale e produzione immaginaria non sono più separabili. Qui la velocità non è solo fisica. È velocità di circolazione delle immagini, delle idee, dei segni.

Jenny Dogliani, 14 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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