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Christian Caliandro

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Artisti senza sistema. L'Italia contemporanea esiste ancora? Il ritratto collettivo di un sistema in cerca di sé

Esistono artisti italiani riconosciuti sulla scena internazionale, ma non esiste più una vera percezione di una "scena italiana". È una delle conclusioni più significative di Noi nel mondo. Indagine sulla percezione estera dell'arte contemporanea italiana, la ricerca di Christian Caliandro promossa dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura e dalla Fondazione La Quadriennale di Roma. Attraverso quarantadue interviste a direttori di museo, curatori, artisti, galleristi e studiosi, il volume propone una riflessione sul ruolo dell'Italia nel sistema dell'arte globale, tra globalizzazione, crisi della critica, nuove geografie culturali e difficoltà nel costruire una narrazione condivisa.

Ginevra Borromeo

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L'arte contemporanea italiana continua a essere riconosciuta attraverso alcuni grandi nomi, oppure esiste ancora una scena nazionale capace di essere percepita come tale nel panorama internazionale? È la domanda al centro di Noi nel mondo. Indagine sulla percezione estera dell'arte contemporanea italiana, il volume di Christian Caliandro pubblicato da Marsilio Arte e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura insieme alla Fondazione La Quadriennale di Roma. Il libro è stato presentato lo scorso 25 giugno alle Gallerie d'Italia di Milano, nel corso di un incontro dedicato ai risultati della ricerca, concepita come un ampio racconto corale costruito attraverso quarantadue interviste a direttori di musei, curatori, artisti, galleristi e professionisti del settore. Più che un'indagine statistica, il volume si propone come un "ritratto collettivo" del sistema artistico italiano: una fotografia volutamente mobile, attraversata da punti di vista differenti, che restituisce la complessità dell'immagine che l'arte contemporanea italiana proietta oggi all'estero, mettendone in luce criticità, trasformazioni e possibilità future.

L'interrogativo posto da Caliandro è però ancora più radicale di quanto il titolo lasci intuire. Il libro non si limita infatti a chiedersi come l'arte italiana venga percepita fuori dai confini nazionali. La domanda di fondo è un'altra: esiste ancora oggi qualcosa che possa essere definito "arte contemporanea italiana", oppure sopravvivono soltanto singoli artisti capaci di costruire autonomamente la propria traiettoria internazionale? È questa la questione che attraversa l'intero volume, nato da quarantadue conversazioni con direttori di musei, curatori, artisti, galleristi e professionisti del settore. Caliandro sceglie volutamente una metodologia narrativa più che statistica: un "ritratto collettivo", come lui stesso lo definisce, capace di restituire convergenze, divergenze e contraddizioni senza pretendere di ridurre la complessità del sistema a una semplice serie di dati. Il riferimento dichiarato è Autoritratto di Carla Lonzi: non una teoria costruita dall'alto, ma un montaggio di voci attraverso cui prende forma un'interpretazione condivisa della realtà.

La tesi che emerge con maggiore forza è che la percezione internazionale non coincide necessariamente con la qualità della produzione artistica italiana. Essa è il risultato di una costruzione culturale, istituzionale e narrativa, e proprio questa costruzione oggi appare fragile. Il libro sostiene infatti che il problema principale non sia la mancanza di artisti competitivi, quanto l'assenza di una rappresentazione collettiva della contemporaneità italiana.

Uno dei passaggi più convincenti riguarda la trasformazione avvenuta dagli anni Novanta a oggi. La globalizzazione ha progressivamente dissolto le grandi identità nazionali dell'arte contemporanea. L'epoca dei movimenti, dall'Arte Povera alla Transavanguardia, ha lasciato spazio a un sistema fondato sulle traiettorie individuali. Oggi non vengono percepiti all'estero "gli artisti italiani" come gruppo, ma singole personalità. Rosa Barba, Monica Bonvicini, Maurizio Cattelan, Arcangelo Sassolino, Giulia Cenci, Yuri Ancarani o Diego Marcon costruiscono percorsi autonomi, spesso indipendenti dalle istituzioni italiane. Il loro successo non produce automaticamente una maggiore riconoscibilità dell'arte italiana nel suo complesso; al contrario, la nazionalità diventa spesso un elemento secondario rispetto alla loro collocazione internazionale. È probabilmente questa una delle osservazioni più significative dell'indagine. L'Italia continua a produrre artisti riconosciuti e competitivi, ma fatica a produrre un'immagine condivisa della propria contemporaneità.

Il libro invita anche a evitare confronti nostalgici con gli anni Ottanta o Novanta. Nel frattempo è cambiata completamente la geografia dell'arte mondiale. Le biennali si sono moltiplicate, i musei dedicati al contemporaneo sono aumentati in ogni continente e nuove aree culturali – dall'Africa al Medio Oriente, dall'Asia sud-orientale all'America Latina – sono entrate stabilmente nel dibattito internazionale, reclamando uno spazio che per decenni era rimasto marginale. L'Italia non compete più contro poche grandi nazioni occidentali, ma all'interno di un sistema globale infinitamente più articolato, nel quale i criteri curatorali sono profondamente mutati. Questioni identitarie, postcoloniali, ambientali, migratorie e geopolitiche occupano oggi una posizione centrale, mentre l'artista europeo occidentale non rappresenta più il riferimento naturale della scena internazionale.

A sostegno di questa lettura Caliandro introduce anche una serie di dati che confermano la percezione espressa dagli intervistati. La presenza italiana nelle ultime edizioni di Manifesta, Documenta e di numerose biennali internazionali rimane quantitativamente limitata. Nelle più recenti edizioni di Manifesta gli artisti italiani rappresentano spesso appena il 2-5% dei partecipanti; nelle principali biennali internazionali le presenze risultano episodiche; anche Documenta registra una partecipazione decisamente inferiore rispetto al peso storico esercitato dall'Italia nella cultura occidentale. I numeri confermano la sensazione di una presenza intermittente e poco strutturata.

L'aspetto forse più originale del volume riguarda però il tema della narrazione. Secondo Caliandro il problema non consiste soltanto nella promozione internazionale, bensì nella progressiva perdita della capacità di costruire un racconto condiviso. Negli ultimi trent'anni si è progressivamente dissolta quella rete di relazioni critiche, curatoriali e istituzionali che aveva reso riconoscibili le grandi stagioni dell'arte italiana del secondo Novecento. L'individualizzazione ha investito anche il lavoro della critica e della curatela: le mostre si concentrano sempre più sulle singole personalità, mentre si indeboliscono le letture generazionali, le genealogie culturali e la costruzione di una scena nazionale. L'effetto è un ecosistema composto da numerose eccellenze individuali, ma incapace di presentarsi come una presenza culturale coerente.

Tra i temi più stimolanti emerge anche quello dell'esterofilia. Diversi intervistati osservano come il sistema italiano continui a privilegiare ciò che proviene dall'estero, identificando spesso l'internazionalità con la qualità. Stefano Chiodi definisce questa attitudine una forma di provincialismo: internazionalizzare non significa importare continuamente artisti stranieri, ma creare le condizioni affinché gli artisti italiani possano circolare stabilmente nelle reti internazionali. È una distinzione fondamentale, perché implica un cambio di paradigma: la vera apertura internazionale passa attraverso la fiducia nella propria produzione culturale e non attraverso la sua sistematica subordinazione.

Il mercato rappresenta un altro nodo decisivo. Art Basel, le grandi fiere, le biennali e le principali gallerie internazionali sono ormai i luoghi nei quali si costruisce la reputazione degli artisti. Anche qui emerge un paradosso: le grandi gallerie italiane mantengono un ruolo importante sulla scena internazionale, ma la loro presenza continua a poggiare prevalentemente su artisti storicizzati (come i soliti noti, Fontana, Burri, Boetti, Merz, Penone) mentre le nuove generazioni faticano ancora a conquistare una presenza strutturale nei cataloghi e nelle principali manifestazioni internazionali. Particolarmente interessante è anche la riflessione sul patrimonio storico. Per molto tempo si è sostenuto che il peso dell'immenso patrimonio italiano costituisse un ostacolo allo sviluppo della contemporaneità. Caliandro suggerisce invece una lettura diversa. Molti degli artisti italiani oggi più riconosciuti continuano a dialogare profondamente con la tradizione figurativa, con l'architettura, con il paesaggio culturale e con la storia materiale del Paese. Il problema non è quindi il patrimonio in sé, ma la difficoltà nel trasformarlo in una piattaforma narrativa capace di parlare al presente.

Il libro evita infine qualsiasi conclusione pessimistica. Al contrario, propone un cambio di prospettiva. Prima ancora di chiedersi come il mondo percepisca gli artisti italiani, occorre interrogarsi sulla loro capacità di interpretare il mondo contemporaneo. Riprendendo una riflessione di Francesco Jodice, Caliandro individua nella forza immaginativa la vera posta in gioco: la capacità di produrre nuovi immaginari, nuove narrazioni e nuove forme di interpretazione della complessità globale. È qui che si misura oggi la vitalità di una scena artistica, molto più che nelle classifiche o nelle statistiche delle biennali. Noi nel mondo finisce così per essere molto più di un'indagine sulla visibilità internazionale dell'arte contemporanea italiana. È una riflessione sul funzionamento del sistema dell'arte, sulla costruzione del prestigio culturale e sul rapporto tra identità nazionale e globalizzazione. Il suo merito principale consiste nel mostrare come il problema dell'Italia non sia l'assenza di talento, ma la difficoltà di trasformare una costellazione di eccellenze individuali in una presenza culturale riconoscibile, autorevole e durevole all'interno del dibattito artistico internazionale.

Ginevra Borromeo, 12 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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