Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliBarbati Gallery presenta Table Manners, una mostra collettiva internazionale che riunisce 50 artisti provenienti da 18 paesi, tutti partecipanti a The Artist Roundtable – una piattaforma globale fondata nel 2020 da Pia Sophie Ottes per promuovere dialogo, mentorship e un senso di empowerment collettivo tra gli artisti. Gli artisti coinvolti rappresentano un contesto geografico ampio e diversificato: dall’Argentina alla Cina, dalla Slovenia agli Stati Uniti, da Beirut al Regno Unito, dalle Filippine all’Italia. Abbiamo incontrato gli artisti del progetto. Parola a Giuseppe Di Liberto.
L’Artist Roundtable ha sempre valorizzato apertura, cura e apprendimento reciproco. In che modo partecipare a questa comunità ha influenzato il tuo modo di affrontare la pratica artistica — nel tuo studio, nelle collaborazioni o nel modo in cui pensi al coinvolgimento del pubblico?
Gli incontri della prima edizione dell’Artist Roundtable sono stati particolarmente significativi, essendo avvenuti durante il primo anno della pandemia di Covid-19. Il formato delle sessioni era stimolante e coinvolgente, e ciò che mi ha colpito di più è stata l’orizzontalità con cui si svolgevano le conversazioni. Imparare da professionisti attivi da anni nel campo dell’arte ha alimentato il mio desiderio di approfondire e professionalizzare tutti quegli aspetti – non sempre chiari agli artisti – legati alla produzione e all’implementazione pratica della ricerca. Da quegli incontri, il mio approccio alla produzione artistica ha guadagnato nuovo slancio, insieme all’opportunità di condividere tali conoscenze con gli artisti nel mio studio.
“Table Manners” trasforma l’idea di una tavola condivisa in una metafora del dialogo e della connessione. In che modo il tuo lavoro in mostra risponde o incarna questa idea del ritrovarsi — dell’essere in conversazione con gli altri attraverso l’arte?
Il lavoro che presenterò in mostra si concentra sul momento storico vissuto durante la prima Artist Roundtable: un periodo in cui tutti i partecipanti – e, in molti modi, la società intera – erano uniti da una sorta di apocalisse temporanea, una fine del mondo già immaginata e interiorizzata attraverso la letteratura e il cinema di fantascienza. Il pezzo riflette sull’idea di rifugio – in questo caso uno spazio ancestrale, essenziale e simbolico, architettonicamente vulnerabile ma emotivamente sicuro. È uno spazio in cui ritirarsi in attesa di qualcosa che riguarda e lega tutta l’umanità.
Ripensando al tuo percorso con The Artist Roundtable, c’è uno scambio, un consiglio o un momento di vulnerabilità che ha cambiato il tuo modo di vedere cosa significa essere un artista oggi?
Ricordo il mio incontro con Stefano Amoretti di Saatchi Yates. Quel momento ha trasmesso un’energia straordinaria e mi ha fatto capire come una galleria possa fungere da piattaforma per generare ricerca e favorire connessioni significative tra artisti, trasformando la pratica individuale in un processo collettivo e dialogico. Per me, essere un artista oggi significa lavorare in modo collaborativo e consapevole, coltivare reti orizzontali di scambio e supportare pratiche che vadano oltre la competizione e il predominio dell’ego.
@giuseppediliber
Giuseppe Di Liberto
1. The Artist Roundtable has always emphasised openness, care and mutual learning. How has participating in this community influenced the way you approach your own artistic practice — whether in your studio, collaborations or the way you think about audience engagement?
The meetings of the first edition of the Artist Roundtable were particularly meaningful, as they took place during the first year of the Covid-19 pandemic. The format of the sessions was highly stimulating and engaging, and what struck me most was the horizontality with which the conversations unfolded. Learning from professionals who have been working at a high level in the art field for many years nurtured, meeting after meeting, my desire to deepen and professionalize all those aspects – not always clear to artists – related to production and the practical implementation of research. From those encounters, my approach to artistic production gained new momentum, along with the opportunity to share that knowledge with the artists in my studio.
2. “Table Manners” transforms the idea of a shared table into a metaphor for dialogue and connection. How does your work in the exhibition respond to or embody, this idea of gathering — of being in conversation with others through art?
The work I will present in the exhibition focuses on the historical moment experienced during the first Artist Roundtable: a period in which all participants – and, in many ways, society as a whole — were united by a kind of temporary apocalypse, an end of the world already imagined and internalized through science-fiction literature and film. The piece reflects on the idea of refuge – in this case, an ancestral, essential, and symbolic shelter, a place that is architecturally vulnerable yet emotionally safe (I’m thinking, for instance, of the one in the final scene of Melancholia by Lars von Trier). It is, therefore, a space in which one can retreat while awaiting something that concerns – and binds together – all of humanity.
3. Looking back on your journey with The Artist Roundtable, is there a particular exchange, piece of advice, or moment of vulnerability that shifted your perspective on what it means to be an artist today?
Reflecting on my journey with the Artist Roundtable, I recall my encounter with Stefano Amoretti of Saatchi Yates. That moment conveyed an extraordinary energy and made me realize how a gallery can serve as a platform that generates research and fosters meaningful connections among artists, transforming individual practice into a collective and dialogic process. For me, being an artist today means working collaboratively and consciously, cultivating horizontal networks of exchange, and supporting practices that move beyond competitive dynamics and the dominance of ego.
@giuseppediliber
Altri articoli dell'autore
Nel panorama dell’architettura europea del XIX secolo, Pierre Cuypers occupa una posizione singolare: fu il massimo interprete del neogotico nei Paesi Bassi e riuscì anche a trasformare un linguaggio storicista in uno strumento di costruzione dell’identità nazionale moderna.
Il trittico Monroe–Taylor–Bardot non è soltanto una galleria di dive, ma una teoria visiva della celebrità moderna. Tre volti, tre tempi, tre modi di diventare immagine. E forse, tra tutte, è proprio Bardot a essere, come suggeriva Warhol, la vera protagonista.
Atlante europeo (e globale) dell’arte tra storia, riletture e nuovi immaginari: dalle consacrazioni museali ai recuperi critici, ecco una mappa delle mostre più rilevanti.
Cinque punti chiavi dell'anno che sta finendo



