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Detail Andreas Zampella, Amor che vola, 35x40cm, olio su stoffa, 2026, Courtesy the artist and Galleria Poggiali Milano

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Detail Andreas Zampella, Amor che vola, 35x40cm, olio su stoffa, 2026, Courtesy the artist and Galleria Poggiali Milano

Andreas Zampella «restituisce le stelle allo sguardo, portandole dentro una stanza», sotto il cielo di Milano

Se Dante Alighieri usciva a “riveder le stelle” nei versi finali della prima cantica della Divina Commedia, la mostra personale di Andreas Zampella, Il cielo sopra Milano, curata da Nicolas Ballario presso la Galleria Poggiali di Milano, ci invita a entrare nello spazio della galleria per ammirare un cielo stellato.

Diletta Dogliani

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Se Dante Alighieri usciva a “riveder le stelle” nei versi finali della prima cantica della Divina Commedia, la mostra personale di Andreas Zampella, Il cielo sopra Milano, curata da Nicolas Ballario presso la Galleria Poggiali di Milano, ci invita a entrare nello spazio della galleria per ammirare un cielo stellato.

Andreas Zampella, nato a Salerno nel 1989, artista la cui pratica fonde pittura, scultura, installazione e spazi site specific, creando opere e ambienti in cui realtà e immaginazione si intrecciano, propone la sua personale interpretazione di cielo stellato. L’installazione si introduce da sé, poiché la vetrina della galleria affacciata su Foro Buonaparte si trasforma in un luminescente cielo in cui degli oggetti di uso comune, frammenti del quotidiano, prendono il posto delle stelle. Bottiglie, accendini, bottoni, giocattoli e stoviglie compongono una galassia contemporanea. Per Ballario “Andreas Zampella compie un gesto che ha qualcosa di arcaico e insieme di profondamente contemporaneo: restituisce le stelle allo sguardo, portandole dentro una stanza”. Oggi incontriamo l’artista per approfondire la sua pratica fitta di rimandi classici e allusioni intrinseche.

Non è la prima volta che lavori con l’installazione, cosa ha ispirato questo progetto specifico? Una volta hai scritto “le mie mostre sono inviti all’ascolto, alla parola, al silenzio, a tutte le parti dello spettacolo”. Quale è il significato di questo spettacolo? 

Quando creo un lavoro ambientale è lo spazio a dirmi qualcosa, me lo suggerisce all’orecchio come se fosse un segreto, il suo segreto. Credo che il mio lavoro rispecchi sempre le caratteristiche di una natura morta, che considero la forma di spettacolo che oggi, più di tutte, può rappresentare la condizione umana. Parlare dell’uomo senza uomo. Parlare di presenza tramite l’assenza. Come scrive Goffman “Tutto è rappresentazione” e dunque tutto diventa spettacolo: anche un quadro è spettacolo, attore o spettatore.

Il cielo sopra Milano è una commedia o anche un dramma con una punta di romanticismo. Lo spettatore è invitato ad osservare un cielo finto fatto di oggetti, di frutta, di bottiglie e bicchieri, di spazzatura. Amo il buio e lo uso spesso nei miei lavori, c’è una magia nella notte alla quale il giorno non arriva, il rapporto tra visibile e l’immaginare il visibile cambia il senso della realtà. Trovo molta ispirazione al buio, ad occhi chiusi.

Sì, le stelle a Milano come in generale nelle grandi città non si vedono più, ce le dobbiamo immaginare. Questo è un cielo fatto di ricordi, di memoria, di oggetti che hanno finito la loro vita sulla terra, è un cielo che unisce il mondo terreno con quello celeste; il titolo fa riferimento al film “il cielo sopra Berlino” , di Wim Wenders, invertendone in qualche modo la trama.

Al contempo questo palcoscenico ospita una natura morta, come tu stesso l’hai definita. Mi hai spiegato che per te la natura morta è “la vita silenziosa degli oggetti”, nella definizione datagli da Giorgio de Chirico. Questi sono oggetti propriamente non vivi, ma che, posseduti dall’uomo, ne acquisiscono le capacità umane di moto e azione. Quando hai iniziato ad indagare gli oggetti nella tua pratica?

Sono sempre stato un accumulatore e un grande frequentatore di mercati, di tutti i generi, così anche quando cammino guardo a terra e sono sempre alla ricerca di qualcosa, di un ritrovamento, di una scoperta. L’oggetto più che possederlo è bello scoprirlo. Poi entra nella tua vita, diventa un feticcio, un rituale che cambia il valore della materia, la quale diventa un contenitore di sensibilità.

Spesso dimenticati, smarriti e poi ritrovati, questi oggetti tornano nelle nostre vite inaspettatamente. Pensi che l’uomo possa definirsi tramite gli oggetti che gli appartengono?

Credo che oggi l’oggetto stia letteralmente prendendo il posto dell’essere umano. L’oggetto diventa vivo e l’uomo diventa oggetto. È una delle cose che mi affascina e al contempo preoccupa di più.

Mi interessa l’idea di Supermarionetta coniata da Gordon Craig all’inizio del Novecento. Craig voleva sostituire l’attore nello spettacolo con qualcosa che andasse oltre, qualcosa che fosse sia attore che marionetta.

Visto che le sue ricerche si sono interrotte con la morte, la domanda su cosa sia la Supermarionetta, un ibrido tra l’umano e la maschera, è rimasta aperta. Sarebbe stata una super-intelligenza? Un super-oggetto? Questo è quello che indago in tutta la mia produzione, come per esempio in “Egli canovaccia”, che allude alla presenza umana tramite l’illusione di un indumento indossato.

Venendo alla tua produzione su tela, che ti accompagna sin dagli esordi, in mostra le tele sono state sostituite da canovacci, lenzuola e altri cenci. Ti senti più libero a dipingere sul “già utilizzato”? La materia prima, spesso già decorata, ti offre spunti?

Paradossalmente si, mi sento più libero perché non devo scegliere tutto. Mi rapporto con qualcosa di già vissuto, mi integro in uno spazio preesistente, che ha già una sua storia, sulla quale io posso successivamente intervenire, cambiandola e manipolandola a mio piacimento. In questo modo trasformo la materia e il ruolo dell’oggetto e il suo significato. In questo modo sento di poter parlare di tutti gli argomenti possibili e di creare tutti gli attori del mio spettacolo.  

Dipingere su canovacci e tovaglie è letteralmente dipingere su una natura morta, in cui il vero e finto diventano un’unica cosa, l’illusione diventa realtà e in questo modo inganno il concetto di “rappresentazione”.

Mi hai confidato che pubblichi i tuoi quaderni di appunti “per non perderli” (https://www.andreaszampella.it/notes/). Questi, sono annotazioni, riflessioni, e paiono un groviglio di elementi del quotidiano. È tendenza comune dell’uomo perdere le cose? In qualche modo la tua pratica di ritrovamento di questi è un’accusa alla superficialità contemporanea?

Non accuso nessuno, sono il primo a vivere con superficialità, infatti perdo molte cose e ne dimentico tantissime. I miei quaderni vengono pubblicati sul mio sito cosicché io possa averli sempre con me e anche per condividerli con tutti. Sono senza filtri e senza segreti. Quello che c’è scritto è la mia ricerca. Confusa, incerta, sempre in movimento.

Possiamo affermare che le tue installazioni dialoghino con la pittura come una trasposizione tridimensionale e spaziale di questa?

Ho sempre pensato che tra pittura e scultura, così come nelle altre arti, non ci sia troppa differenza, e in effetti lo penso ancora, tutto è sempre connesso, un quadro può partire da una scultura e viceversa, non c’è bisogno di idee nell’arte, ma di connessioni logiche nella creazione di mondi meta-reali.

È curioso che nei titoli di queste, oltre che nei tuoi quaderni, torni l’utilizzo di verbi declinati. Come nel caso di “Egli canovaccia”, un lessema inventato e declinato, come io rosso, tu rossi, egli rossa, etc,. Ce ne spieghi il significato?

La grammatica è parte integrante del mio lavoro. Molte regole sintattiche possono essere applicate alle arti visive: le mie opere sono figure retoriche nello spazio, virgole e punti che ne scandiscono il ritmo. Il verbo, cuore della grammatica, è ciò che mette tutto in movimento, ciò che custodisce il segreto della vita e del tempo. È il dono che cerco di offrire all’opera d’arte e, di conseguenza, all’oggetto.

Se una bottiglia, un bicchiere o una tazzina si stanno decomponendo, significa che stanno compiendo un’azione: l’azione del loro essere. Perché allora non donargli una vita? Attribuire loro una declinazione, un verbo come io bottiglio, tu bottigli, egli bottiglia, è un modo di operare che mi permette di vivere l’oggetto, di impersonarlo, di diventare quella bottiglia, quella notte, quella strada.

Infine, come si inserisce questa mostra nella tua produzione?

La mia ricerca gira intorno all’idea di teatro nelle sue più piccole sfaccettature, non separo niente, sono da sempre affascinato dall’opera totale e cerco di metterla sempre in atto. Ogni lavoro, ogni opera è un esperimento di spettacolo. Voglio che il quadro sia teatro, che una scultura sia teatro, indago i termini e le etimologie di ogni cosa. Il teatro dell’arte contemporanea è un genere da ricreare. Così come in questa mostra miro a trasformare la natura morta in spazio attivo, in un palcoscenico nel quale lo spettatore può entrare e agire attivamente al suo interno.

 

Il cielo sopra Milano, 700x400cm, oggetti fosforescenti, intallation view Galleria Poggiali, Milano, 2026, Courtesy the artist and Galleria Poggiali Milano

Detail Andreas Zampella, Egli Canovaccia, 49x41cm, olio su stoffa, 2025, Courtesy the artist and Galleria Poggiali Milano

Diletta Dogliani, 11 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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