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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliVolti di donne fuori dal tempo sfilano con una sensualità disarmante in una delle Palestre delle Terme di Caracalla. Sono fotografie, ma somigliano a dipinti, realizzati da Frank Horvat dopo un attento scouting di visi che dovevano sembrare provenire da un’altra epoca, per tessere un omaggio alla bellezza e alla femminilità in ogni tempo.
Claude, Sandrine, Maya sono donne qualunque, talvolta familiari del maestro, modelle che nelle vesti e negli ornamenti ricordano soggetti famosi, una Madonna di Raffaello, una Maja di Goya, una menina di Velázquez. Eppure la maestria del dettaglio, l’abilità nel ricreare una luce particolare, l’atmosfera, stemperano nel lirismo il rischio di generare immagini iperrealistiche. Più che citazioni nostalgiche di un passato pittorico questi ritratti sono creazioni liriche quasi sempre cariche dell’essenza delle donne raffigurate, tutte in perfetta sintonia con l’artista. Ed è proprio questa complicità tra le figure immortalate e il fotografo il filo conduttore che unisce idealmente le opere scelte.
Questa sezione intitolata «Vere sembianze» è forse la più seducente tra i tre momenti che scandiscono la mostra «Frank Horvat», in corso a Roma fino all’11 gennaio 2027. Il percorso dedicato all’eclettico fotografo scomparso nel 2020, promosso dalla Soprintendenza Speciale di Roma diretta da Daniela Porro, con l’organizzazione di Electa, curato dalla figlia Fiammetta Horvat, da Mathilde Oudin (Studio Frank Horvat) e Nunzio Giustozzi, ripercorre in 72 immagini gli oltre settant’anni di carriera di un maestro che ha affrontato con intensità diversi temi, dalla moda al reportage sociale, dal viaggio ai ritratti.
«Mio padre sognava di fare lo scrittore, il poeta, ricorda Fiammetta Horvat. È cresciuto con la storia, con la cultura italiana. Aveva una sorta di complesso perché pensava che fare il fotografo non fosse una vera professione. Ma amava la storia e sarebbe stato molto felice oggi di ritrovarsi qui alle Terme di Caracalla. Lui che amava l’idea di esporre in spazi insoliti e sognava di riempire dei suoi scatti parcheggi e foreste non credo abbia mai pensato a delle terme romane. Conosceva e raccontava la storia come nessun altro. Da bambino, alle prese con manuali scolastici colmi d’orgoglio patriottico, era rimasto conquistato dal retaggio glorioso dei romani».
Nella serie di ritratti femminili, iniziata a partire dagli anni Ottanta, c’è anche il ritratto di Fiammetta realizzato da bambina, nel 1983. «Ricordo quella posa come un momento estenuante, confessa. Mi annoiavo molto e il tessuto del vestitino che indossavo era fastidiosissimo. Ma d’altra parte mio padre era famoso per stancare tutti, dal make up artist alle modelle. Raccontava che se il soggetto mantiene il controllo la foto è sbagliata. Diceva che l’unico momento in cui il ritratto è bello è quando si perde il controllo e il soggetto si stanca o si arrabbia, magari in presenza di bambini o quando si trova in un rapporto di confidenza con il fotografo».
Frank Horvat, «Sandrine X, Vere sembianze Boulogne-Billancourt», 1983. Courtesy di Studio Frank Horvat
«In questa sezione attraversata da culti popolari e adorazione di reliquie, spiega Nunzio Giustozzi, il bianco e nero è pittorico. Horvat riesce a creare un afflato romantico con la tecnica ma anche con l’obiettivo che diventa quadrangolare per captare il dettaglio e abbracciare un campo più ampio restituendo una Sicilia senza uomini cotti dal sole, pescatori, figure che erano diventate fino a quel momento quadri canonici».
Il punto di vista di un grande della fotografia come Horvat è solo l’ultimo di una serie di autori che le Terme di Caracalla hanno ospitato in questi anni, come «Molti» di Antonio Biasucci allestita nei sotterranei, «Letizia Battaglia. Senza fine» e«Narciso. La fotografia allo specchio».
Tocca adesso a «una personalità cosmopolita» come Daniela Porro, soprintendente speciale di Roma, ha definito il fotografo, «un italiano nato ad Abbazia, oggi in Croazia, vissuto a Lugano, Milano, Londra, Parigi e che ha girato il mondo in lungo e in largo affinando il suo sguardo e il colpo d’occhio». «L’archeologia, l’arte del passato, ha ribadito la soprintendente, si può vivere solo attraverso lo sguardo di un artista contemporaneo. Vedere questi ritratti che si ispirano a opere d’arte antica e sembrano essi stessi opere d’arte antica commuove».
Con un approccio personale, Horvat scardina i codici della fotografia di moda, liberando le modelle, con le quali instaurava un rapporto di amicizia e complicità, dalle loro pose canoniche, cogliendole per strada con una Leica e la sola luce naturale. La «donna reale» è la protagonista del secondo momento espositivo alle Terme di Caracalla, dove la fotografia di moda diventa street photography, come testimoniano i servizi documentari realizzati con delicato disincanto in diversi paesi del mondo, dal Pakistan all’India, dal Brasile al Senegal, al Giappone, pubblicati su testate come «Epoca» o «Life».
Un focus è dedicato ai servizi fotografici che Horvat, invitato da Irene Brin e Gaspero del Corso della Galleria L’Obelisco, realizzerà proprio a Roma nei primi anni Sessanta per la rivista «Harper’s Bazaar», in cui celebri modelle di allora sono in compagnia di personaggi della cultura e del cinema come Alberto Moravia, Luigi Barzini, Marcello Mastroianni.
La serie «Goethe in Sicilia» è infine presentata per la prima volta nel suo «habitat naturale». Frank vi ripercorre lo splendore della classicità decantato dall’autore tedesco che la madre gli leggeva da bambino. Tra il 1786 e il 1787, durante il suo viaggio in Italia, J. W. Goethe è a Roma, affascinato dalle rovine di un passato edificato da «uomini che lavoravano per l’eternità». Quasi duecento anni dopo, un editore palermitano offre al fotografo Frank Horvat l’occasione di ripercorrere i passi del letterato tedesco, illustrando i giorni siciliani del suo Grand Tour, da Alcamo ad Agrigento passando per le tradizioni culinarie locali come la pasta preparata in casa dalle donne. Un’occasione per Horvat di staccarsi per un po’ dal mondo della moda che lo aveva catturato fino ad allora, e volgere l’obiettivo verso i luoghi visitati dal poeta, inseguendo le emozioni che lo avevano ispirato.