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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliChe cosa accade quando una teoria scientifica − capace di mettere in crisi le nostre certezze sullo spazio e sul tempo − entra nell’immaginario visivo? È la domanda da cui prende avvio «The Quantum Effect», la grande mostra visibile fino al 25 febbraio 2027 nel Binario 1 delle OGR Torino. Curato da Daniel Birnbaum e Jacqui Davies, il progetto, prodotto da OGR Torino e SMAC Venice, attraversa arte contemporanea, cinema e cultura pop per osservare come la teoria quantistica abbia modificato il modo in cui guardiamo la realtà.
Il percorso riunisce opere di alcuni tra i protagonisti della scena artistica internazionale, tra cui Cerith Wyn Evans, Isa Genzken, Tomás Saraceno, Mark Leckey, Rirkrit Tiravanija, Sturtevant e Man Ray. Le loro ricerche diventano punti di accesso a una serie di temi che la fisica quantistica ha reso centrali anche nella cultura visiva − come la natura dello spazio, la percezione del tempo, la sovrapposizione dei punti di vista, l’entanglement, l’instabilità di ciò che consideriamo reale. L’interesse della mostra si concentra dunque sugli effetti culturali con i quali la fisica quantistica ha contribuito a cambiare profondamente la nostra rappresentazione del mondo.
Tra le iniziative che accompagnano il progetto c’è un’opera che porta questa riflessione sul piano esperienziale. È «Infinity Mirrored Room − The Eternally Infinite Light of the Universe Illuminating the Quest for Truth» di Yayoi Kusama, una delle celebri installazioni ambientali della nota artista giapponese, recentemente scomparsa, costruite attraverso specchi, luci e ripetizioni. Entrarvi significa perdere i riferimenti consueti dello spazio, grazie alle superfici riflettenti che moltiplicano l’ambiente e grazie ai punti luminosi che sembrano prolungarsi oltre i limiti fisici dello spazio espositivo. L’infinito diventa qui una condizione percettiva, legata alla dissoluzione dei confini tra individuo e universo. La mostra guarda anche al cinema, un altro territorio nel quale la scienza ha alimentato nuovi immaginari. In collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema, una rassegna cinematografica approfondisce le relazioni tra percezione, spazio e rappresentazioni speculative. Il riferimento centrale è «2001: Odissea nello spazio», girato nel 1968 da Stanley Kubrick, con l’enigmatico monolite nero a segnare il passaggio verso una dimensione che sfugge a ogni interpretazione lineare dell’esperienza umana. Il cinema diventa così una seconda lente attraverso cui leggere il rapporto tra conoscenza scientifica e costruzione dell’immaginario.
A completare il progetto sono il volume «The Quantum Effect», pubblicato da Verlag Walther und Franz Koenig, la cui forma riprende quella del monolite kubrickiano, e un ciclo di incontri dedicato all’impatto della teoria quantistica sull’arte e sulla cultura contemporanea. Arte, cinema e immersione percettiva diventano così strumenti diversi per avvicinarsi a una stessa domanda: come rappresentare una realtà che la scienza ha reso sempre più difficile da concepire secondo categorie ordinarie? È in questo passaggio, tra conoscenza e immaginazione, che «The Quantum Effect» costruisce il proprio campo di ricerca.