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Abituato ad aprire nuovi sentieri nel territorio sempre più vasto della museologia e dei progetti curatoriali, Lorenzo Giusti ha scelto, per l’intera programmazione 2026 della GAMeC-Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, istituzione che guida dal 2018 (è da poco stato rinnovato per altri cinque anni), il tema dell’educazione, completando così il triplice percorso avviato nel biennio 2024-25 con «Pensare come una montagna» e con «Galassia», il primo incentrato sul tema della produzione culturale decentrata e condivisa, il secondo sulla valorizzazione, attraverso una nuova rilettura, del patrimonio artistico della collezione permanente. Tocca ora alla terza polarità, di cui un museo, oggi più che mai, deve farsi carico, quella dell’educazione, intesa in senso lato, scavalcando di molto il perimetro tradizionale dell’educazione all’arte per entrare nell’ambito di una formazione più ampiamente umanistica, da affiancare (anche come antidoto alle sue storture) alla cultura tecnico-scientifica. Quello proposto da Lorenzo Giusti è, infatti, un museo dell’apprendimento, di un’educazione («terzo settore strategico dell’attività culturale museale») volta a sviluppare un pensiero critico, per eludere le trappole, ben nascoste, tese da quegli (apparentemente impersonali e neutrali) algoritmi che ci spingono invece nella direzione voluta dai codici inseriti.
Per farlo, Giusti ha attinto alla Pedagogia della Speranza di Paulo Freire (1921-97; pedagogista brasiliano e autorevole teorico dell’educazione), per il quale l’educazione è concepita come «una pratica di libertà fondata sul dialogo e sulla partecipazione», e, grazie anche a Fondazione Dalmine, ha composto un Public Program interdisciplinare di incontri mensili cui prenderanno parte esponenti di musei internazionali, esperti di pedagogia, studiosi di discipline umanistiche e tecnologiche, artisti coinvolti in queste tematiche, cui si aggiungeranno workshop dedicati alla sperimentazione di nuove metodologie e al consolidamento di relazioni con il territorio e, in estate, nella Sala delle Capriate del Palazzo della Ragione, un’installazione site specific del collettivo Fosbury Architecture, una realtà che si propone di ampliare i confini dell’architettura attraverso un approccio multidisciplinare, ripensandone i processi di produzione in risposta alle sfide contemporanee
Intanto, allo Spazio Zero della GAMeC, dal 26 febbraio al 6 settembre viene presentato il progetto «Eau», in cui l’artista angolana-portoghese Ana Silva (Calulo, 1979) si confronta con il tema sempre più urgente dell’accesso all’acqua potabile. Plurale l’approccio a questa tematica dell’artista, che dapprima affida i soggetti da lei ideati a più ricamatori (uomini: gli unici cui in Angola sia concesso l’uso della macchina per cucire), riservando a se stessa l’ultima fase, in cui lei applica glitter e paillettes. Il supporto di questi ricami è la crinolina, quella garza rigida, originariamente ottenuta con il crine di cavallo, con cui in passato si confezionavano le ampie sottogonne che ne hanno tratto il nome. La pratica del ricamo rinvia alla cura, alla memoria e alla tradizione, e nello stesso tempo, con la sua delicatezza, richiama alla fragilità di un ecosistema in cui l’acqua diventa un bene sempre più raro e prezioso, un privilegio anziché un diritto quale dovrebbe essere.
Ana Silva, «Sem título [Untitled]», 2025. Courtesy Ana Silva e A Gentil Carioca, Rio de Janeiro