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Luca Zuccala
Leggi i suoi articoliClassificare i mille fiumi più lunghi del mondo. Individuarne la sorgente e la foce, stabilirne la lunghezza, confrontare misurazioni discordanti e costruire una graduatoria apparentemente definitiva. Un'impresa che sembra appartenere alla geografia e alla statistica, ma che nelle mani di Alighiero Boetti (1940-1994) diventa uno dei più complessi progetti concettuali dell'arte italiana del secondo Novecento. Un'indagine sui limiti della conoscenza, sulla relatività dei sistemi di classificazione e sulla contraddizione, centrale in tutta la sua ricerca, tra ordine e disordine.
A riportare l'attenzione su questa straordinaria vicenda, come lo è tutta la vita impresa di Boetti, è Tornabuoni, che ad Art Basel nella sua declinazione di eleganza vetro e ferro a ricciolo parigina al Grand Palais (praticamente a casa la galleria fiorentina sulla Senna, siamo a pochi passi dalla galleria in Matignon) dal 23 al 25 ottobre, presenta per la prima volta insieme due rare versioni ricamate del 1975 di I mille fiumi più lunghi del mondo. Si tratta di due opere appartenenti alla fase preparatoria di un ciclo destinato a culminare nei monumentali arazzi del 1976-82, oggi conservati al Museum of Modern Art di New York e al Museum für Moderne Kunst di Francoforte. L'importanza della presentazione risiede nella possibilità di ricostruire uno dei momenti fondamentali della ricerca di Boetti, quando l'artista porta alle estreme conseguenze il proprio interesse per i numeri, le classificazioni, il linguaggio e la delega dell'esecuzione materiale.
La storia comincia tra il 1969 e il 1970, quando Boetti decide di raccogliere e ordinare nella meravigliosa quanto folle operazione i dati relativi ai mille fiumi più lunghi del pianeta. A collaborare all'impresa è Annemarie Sauzeau, sua moglie, critica d'arte e intellettuale francese, il cui contributo risulta determinante per l'intera operazione. Per anni Sauzeau conduce una ricerca documentaria di dimensioni eccezionali, intrecciando corrispondenze con governi, istituti geografici, amministrazioni territoriali e istituzioni scientifiche di numerosi Paesi. Le risposte arrivano da ogni parte del mondo, accompagnate da informazioni spesso incomplete, contraddittorie o difficilmente confrontabili. Nel 1972, intervistato da Mirella Bandini, Boetti raccontava di aver ricevuto un quintale e mezzo di corrispondenza e di disporre ormai di una rete internazionale di comunicazioni, sostenuta anche dal lavoro di diversi traduttori. Ma, soprattutto, spiegava che la questione fondamentale non era propriamente geografica. Ovviamente. «È un lavoro linguistico nato dall'idea delle classifiche», spiegava, precisando che «la geografia non c'entra per niente». La dichiarazione chiarisce limpidamente la natura del progetto. Il vero interesse di Boetti non consisteva tanto nell'individuare quale fosse il fiume più lungo del mondo, quanto nel verificare la possibilità stessa di costruire una classificazione oggettiva. La lunghezza di un fiume, apparentemente un dato misurabile, si rivela infatti una grandezza instabile. Dipende dalla definizione della sorgente, dalla scelta degli affluenti, dal percorso preso in considerazione e dai metodi di rilevazione. Ci sono corsi d'acqua stagionali, fiumi che cambiano il proprio tracciato, sistemi fluviali che attraversano più Stati e misurazioni che divergono secondo le fonti consultate. Ogni tentativo di stabilire un ordine introduce nuove incertezze. È questa contraddizione, ordine e disordine, a interessare l'artista: il desiderio umano di classificare la realtà si scontra con una natura che non si lascia ridurre completamente ai sistemi inventati per descriverla.
Il progetto dei mille fiumi appartiene alla grande riflessione di Boetti sull'ordine e sul disordine, due principi apparentemente contrapposti che nella sua opera si rivelano continuamente complementari. Nel 1974, dopo anni di ricerca, Annemarie Sauzeau comincia a sistematizzare i dati raccolti. L'anno successivo Boetti avvia la loro trasposizione in forma visiva, progettando una serie di ricami da realizzare in Afghanistan. Il nodo, stando sulle sinossi del ricamo, è cruciale. Le informazioni scientifiche, raccolte attraverso un lavoro di consultazione e corrispondenza, vengono trasformate in una successione di nomi e cifre, organizzate secondo una struttura grafica rigorosa. La scrittura diventa immagine, il dato geografico diventa segno, la classificazione si trasforma in una superficie tessile. Secondo la documentazione presentata dalla galleria (che a breve, inciso, raddoppierà la sede di Milano espandendosi nel piano superiore della storica sede in città), nel 1975 vengono realizzati a Kabul quattro ricami preparatori, affidati all'abilità di artigiane afghane. Boetti sperimenta differenti dimensioni e combinazioni cromatiche, verificando le possibilità di trasporre le lettere e i numeri attraverso il ricamo. Due di questi esemplari, rispettivamente su fondo bianco e nero, sono quelli riuniti nello stand della galleria a Parigi. Un'altra versione, caratterizzata da lettere bianche su fondo verde, appartiene oggi alla Sammlung Ringier di Zurigo. La rarità di queste opere deriva dalla loro appartenenza a una fase circoscritta e fondamentale del progetto. Quella in cui l'idea, già definita nella sua struttura concettuale, comincia a trovare una forma materiale attraverso il lavoro di altre persone.
Nella pratica di Boetti, come ben sappiamo, la distanza tra ideazione ed esecuzione non rappresenta una perdita di controllo da parte dell'artista. È invece uno dei principi attraverso i quali l'opera si sviluppa. L'artista stabilisce una regola, un sistema, una struttura. La realizzazione materiale viene affidata ad altri, introducendo una dimensione collettiva nella produzione dell'immagine. È un procedimento che caratterizza anche le celebri Mappe, realizzate con il contributo di ricamatrici afghane, e che nel caso dei Mille fiumi assume un ulteriore significato. Una conoscenza costruita attraverso una rete internazionale di corrispondenze viene trasformata in un'opera tessile da mani che appartengono a un contesto geografico e culturale differente. Il mondo viene misurato, classificato e infine ricamato. Nel 1976 Boetti commissiona due grandi arazzi destinati a riprodurre l'intera graduatoria. La loro realizzazione richiederà diversi anni e sarà condizionata anche dagli eventi politici che attraversano l'Afghanistan. L'invasione sovietica del 1979 e le conseguenze del conflitto modificano infatti le condizioni nelle quali il lavoro può proseguire. Le opere vengono completate soltanto nel 1982 a Peshawar, in Pakistan. Anche questa vicenda introduce un ennesimo cortocircuito. Un progetto concepito per classificare la geografia mondiale viene materialmente trasformato dalle vicende geopolitiche del territorio nel quale è realizzato. Le due grandi versioni costituiscono oggi altrettanti riferimenti museali: una è conservata al MoMA di New York, l'altra al Museum für Moderne Kunst di Francoforte.
Parallelamente alla realizzazione degli arazzi, la ricerca prende forma anche in un libro d'artista. Pubblicato nel 1977, Classifying the thousand longest rivers in the world raccoglie in oltre mille pagine il risultato dell'indagine condotta da Boetti e Sauzeau. Il volume, realizzato in tiratura limitata, presenta le informazioni relative ai singoli fiumi, accompagnandole con note e precisazioni che ne mettono in discussione l'apparente certezza. La struttura stessa del libro rende evidente il paradosso del progetto. Nella parte superiore delle pagine si trovano i dati ordinati, come in un repertorio scientifico. Nella parte inferiore emergono invece le osservazioni che ne ridimensionano la validità: differenze tra le fonti, incertezze nelle misurazioni, problemi nell'identificazione dei corsi d'acqua. Il sistema di classificazione viene continuamente costruito e contemporaneamente messo in dubbio. A Parigi, accanto ai due ricami, Tornabuoni presenta anche tre volumi provenienti dall'archivio dell'artista, che permettono di ripercorrere il lavoro documentario e la genesi dell'impresa. L'accostamento tra documentazione, libro e opere ricamate costituisce uno degli aspetti più interessanti dell'iniziativa. Consente infatti di leggere i Mille fiumi come un progetto unitario, nel quale ricerca scientifica, produzione editoriale e realizzazione artistica appartengono a un medesimo processo. La classificazione produce inoltre un inatteso repertorio linguistico. I nomi dei fiumi rimandano a città, popoli, animali, colori, personaggi e luoghi, componendo una sorta di enciclopedia del mondo.
In un testo del 1983, Giovan Battista Salerno osservava come proprio i nomi dei corsi d'acqua fossero capaci di generare associazioni imprevedibili, attraversando geografia, storia e immaginazione. Dal Senegal all'Uruguay, dal Kabul allo Snake River, i nomi diventano frammenti di un linguaggio globale che si sottrae alla logica strettamente numerica della graduatoria. L'opera assume così una dimensione poetica che convive con il rigore apparente della classificazione. È una delle caratteristiche fondamentali della ricerca di Boetti: partire da regole precise e lasciare che dalla loro applicazione emergano complessità, differenze e possibilità inattese. Il progetto dei Mille fiumi dialoga in questo senso con molte altre ricerche dell'artista, dalle opere basate sulle progressioni numeriche alle composizioni realizzate attraverso permutazioni linguistiche, fino ai ricami nei quali la ripetizione delle parole produce strutture visive autonome. Ma rispetto ad altri lavori, questo ciclo introduce anche una dimensione temporale particolarmente estesa. Anni di corrispondenza, raccolta dei dati, progettazione, ricamo e attesa diventano parte integrante dell'opera. Il tempo necessario alla sua realizzazione è una delle condizioni attraverso le quali il progetto acquisisce significato.
A oltre cinquant'anni dall'avvio della ricerca, la presentazione di Tornabuoni ad Art Basel permette di tornare su un capitolo decisivo della produzione di Boetti e di osservare una fase raramente visibile della sua elaborazione. Nel contesto di una fiera internazionale, dove il mercato tende inevitabilmente a privilegiare la riconoscibilità delle opere e la loro rarità, i due ricami del 1975 ricordano anche quanto la comprensione di un lavoro dipenda dalla ricostruzione del processo che lo ha generato. La loro importanza risiede nel documentare il momento in cui una ricerca durata anni trova una prima traduzione materiale. Dai dati raccolti da Annemarie Sauzeau alle mani delle ricamatrici afghane, dalle pagine del libro alle superfici dei due arazzi, I mille fiumi più lunghi del mondo costituisce una delle dimostrazioni più compiute della capacità di Boetti di trasformare un sistema astratto in un'opera collettiva. L'impresa era classificare il mondo, ma il suo risultato più importante fu dimostrare che nessuna classificazione può contenerlo definitivamente. È in questa tensione tra il desiderio di ordine e l'impossibilità di raggiungerlo che risiede, ancora oggi, la straordinaria attualità dei Mille fiumi di Alighiero Boetti. Che, tempi e attimi che furono e saranno, sono ora volati da una mano a un'altra nell'istante di apertura della fiera. Venduti entrambi prima ancora che un passo di Attan facesse il suo giro al Grand Palais. Come dicono da queste parti, ça va sans dire.
Tornabuoni Art, Art Basel Paris 2026, Grand Palais, Parigi, 23-25 ottobre, stand E26. Focus su «I mille fiumi più lunghi del mondo» di Alighiero Boetti, con due ricami del 1975 e documentazione d'archivio.
Luca Zuccala
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