Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Andrea Branzi, «Bamboo Interior Wood», 2023. «Arduna», 2026. Centre Pompidou, MNAM-CCI, Audrey Laurans, Dist. GrandPalaisRmn

© Adagp, Paris

Image

Andrea Branzi, «Bamboo Interior Wood», 2023. «Arduna», 2026. Centre Pompidou, MNAM-CCI, Audrey Laurans, Dist. GrandPalaisRmn

© Adagp, Paris

AlUla: «Arduna» è il primo risultato del futuro progetto museale

Nata dalla collaborazione fra la Royal Commission for AlUla e il Centre Pompidou, la mostra riunisce 80 opere inerenti ai temi del giardino, dell’oasi e del deserto

Micaela Deiana

Leggi i suoi articoli

Negli ultimi anni AlUla, in Arabia Saudita, è stata al centro dell’attenzione della comunità artistica soprattutto per le sue edizioni di Desert X, il festival di Land art che ogni due anni celebra i canyon del suo deserto con installazioni in grande scala. Se è vero che questo è sicuramente l’aspetto che più attira l’attenzione, complice l’assoluta instagrammabilità dell’iniziativa, uno sguardo più attento può restituire interessanti sorprese.

I motivi per visitare AlUla al di là dei grandi festival sono numerosi, dal patrimonio archeologico su cui indubbiamente spunta la nabatea Hegra, sito Patrimonio Mondiale Unesco, all’architettura vernacolare in fango, dalle riserve naturali di Sharaan al deserto riconosciuto da Darksky International come parte di quel 5% al mondo con le condizioni migliori per l’astroturismo. Quella che ancora non è pienamente manifesta è l’energia costante che la Royal Commission for AlUla (Rcu), l’entità che governa questa provincia, sta impiegando per la costruzione di un piccolo ecosistema museale che aiuti a raccontare questi luoghi.

La mostra «Arduna», visitabile fino al 15 aprile, è forse il primo evento che ci racconta in maggiore dettaglio questo grande progetto istituzionale. La mostra nasce dalla collaborazione fra la Royal Commission for AlUla e il Centre Pompidou, in seno a un accordo bilaterale firmato nel 2018 dai rispettivi governi per offrirsi vicendevole supporto: da una parte per il piano di rinnovo della storica sede parigina del Pompidou, dall’altra per la programmazione culturale della nascente istituzione saudita. Questa mostra rappresenta il primo grande risultato pubblico della prima fase della partnership, con una restituzione alla comunità del dialogo portato avanti finora dalle due istituzioni con una mostra e un ciclo di attività educative. 

Il titolo della mostra è la traduzione in arabo de «la nostra terra» e l’intero percorso si articola intorno al tema del giardino, dell’oasi e del deserto.

Se la centralità del giardino nella cultura araba come luogo di riposo e contemplazione del divino, metafora del Paradiso stesso, è nota, la tematica assume un significato più profondo se si guarda alla storia di AlUla, il suo essere storicamente un luogo di rifugio per i commercianti lungo la via dell’Incenso che, risalendo dal Golfo arabo si snodava poi verso Mediterraneo ed Europa in una direzione e India nell’altra. Al di là della poesia di questo paesaggio, va riconosciuta all’oasi un ruolo sociale nella geografia storica della Penisola araba, che oggi viene rafforzato attraverso la creazione di un luogo di cultura stabile e integrato nella vita locale. 

Le curatrici Anna Hiddleton, per il Pompidou, e Candida Pestana, per Rcu, hanno selezionato 80 opere per creare un percorso che abbraccia un’ampia riflessione sulla relazione fra uomo e natura, da quella individuale dal carattere esistenziale a quella sociale della crisi climatica e dello sfruttamento delle risorse. Dall’Arcadia all’antropocene, tanti dei lavori presentati sono delle gemme delle avanguardie storiche e delle arte del secondo Novecento, gioco facile, bisogna ammettere, con una collezione come quella del Centre Pompidou. Kandinskij, Kupka, Ernst, Klee, ma anche Mitchell, Penone e Hockney, per citare gli artisti storici. Fra tutta l’esplosione di lussureggiante natura, un bellissimo «Sérénité profuse (élément de Sol)» di Dubuffet, un olio su tela con una pittura a bassa viscosità che ci restituisce la matericità del deserto. In dialogo, opere della giovane collezione del Contemporary Art Museum di AlUla: il geometrismo degli alberi di Ibrahim El-Salahi, le rose del deserto di Manal Aldowayan, i paesaggi di Imran Qureshi e Samia Halaby.

Alla selezione si aggiungono cinque nuove commissioni pensate per questo evento espositivo. Due di queste arrivano da un percorso pluriennale di residenza iniziato lo scorso anno e che continuerà fino all’apertura del museo, quelle con gli artisti Tarek Atoui e Ayman Zedani. Tarek Atoui sta sviluppando qui un nuovo capitolo della sua ricerca incentrata sui patrimoni sonori della regione, in dialogo con i musicisti locali e i bambini delle scuole, in un lungo calendario di attività che include workshop, prove aperte e improvvisazioni performative, e che presto coinvolgerà anche gli artigiani del territorio. La ricerca di Zedani, invece, si focalizza sul patrimonio archeologico, naturale e archivistico di AlUla, che diventa materiale per una narrazione del paesaggio della penisola arabica in chiave science fiction. Anche Zedani abita da oltre un anno la comunità di AlUla, con lecture performance e presentazioni delle sue produzioni filmiche.

Gli artisti delle altre commissioni sono Dana Alwartani, artista saudita che rappresenterà la nazione alla prossima Biennale di Venezia, il bahamense Tavares Strachan e il francese Renaud Auguste-Dormeuil. L’approccio alle commissioni vuole essere una dichiarazione di intenti rispetto alle modalità con cui l’istituzione museale sta prendendo forma, con una cura specifica per il site specific, lo sviluppo di opere sul lungo periodo e, per quanto possibile, il coinvolgimento della comunità di AlUla.

Proprio questo, come si può facilmente immaginare, rappresenta un tema centrale per un museo che sorge in un luogo periferico, di fatto il primo attore dell’ecosistema delle arti visive della cittadina (se si esclude The N.e.s.t., piccolo artist-led space aperto da Abdulmohsen Albinali nel 2025).

Se la percentuale delle opere in mostra propende pesantemente per la collezione del museo francese, va detto che «Arduna» rappresenta l’occasione per intravedere le prime acquisizione del museo saudita. La volontà istituzionale è quella di creare una collezione che sia focalizzata per il 60-70% sulla produzione regionale. La strategia di acquisizione è chiara: la Royal Commission sta disegnando per la sua istituzione un’identità di valorizzi la verticalità della collezione più che la copertura di un ampio numero di artisti. Mira a costituire corpus completi dei singoli artisti operanti nella regione, con un affondo sulla loro ricerca, includendo quindi disegni preparatori e archivi, e proponendo il museo stesso come un luogo di riferimento per le ricerche più complesse, in cui trovare il giusto supporto per lavorare sul contesto della produzione e a cui, magari, delegare la conservazione dei lasciti. 

Il padiglione in cui la mostra ha luogo è una sede temporanea non distante del luogo in cui sorgerà il museo, firmato dall’architetta libanese Lina Gothmeth. Ci troviamo nel cuore dell’oasi e il museo, che intuiamo dai primi disegni con cui Gothmeth ha vinto il concorso di idee, si articolerà in un’architettura integrata nel paesaggio, rispettosa tanto nei volumi quanto nei materiali della natura e degli usi tradizionali del palmeto.

Questa mostra oggi, il futuro domani rappresentano una preziosa occasione per capire l’oasi come luogo reale, fuori dagli esotismi a cui ci ha abituato molta letteratura europea che guarda a Oriente.

Nadia Kaabi-Linke, «Kula. Common Fuel», 2017, a «Arduna» 2026

Micaela Deiana, 10 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

AlUla: «Arduna» è il primo risultato del futuro progetto museale | Micaela Deiana

AlUla: «Arduna» è il primo risultato del futuro progetto museale | Micaela Deiana