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Silvia Conta
Leggi i suoi articoliA St. Moritz sono le settimane del White Turf, la competizione ippica che, con i cavalli al galoppo sul lago ghiacciato coronato dalle Alpi innevate, è tra le istantanee più glamour dell’immaginario collettivo legato alla località dell’Engadina, assieme a quelle della Snow Polo World Cup, conclusa a fine gennaio. È uno dei periodi clou della stagione invernale nella cittadina, luogo d’incontro del turismo d’élite mondiale, e in questa cornice, dal 12 al 15 febbraio 2026, si svolge la nuova edizione di NOMAD. Definita in breve fiera boutique, è più propriamente una “piattaforma itinerante dedicata al design da collezione, all’arte contemporanea e al dialogo culturale”, che per ogni località crea un appuntamento di fattura “sartoriale”. Venticinque gallerie partecipanti, provenienti da Europa, America, Africa, e otto progetti speciali, in cui si intersecano visioni, materiali, stili, epoche, provenienze geografiche, opere storiche e ricerca innovativa. Nell’intervista qui sotto Nicolas Bellavance-Levance-Lecompte, co-fondatore e direttore di NOMAD, ci racconta le peculiarità dell’edizione svizzera e del collezionismo elvetico. Ci accompagna, inoltre, in una panoramica sulle diverse edizioni della fiera presente in tre continenti (tra cui quella negli Hamptons, che in estate segnerà la prima edizione di NOMAD negli Stati Uniti).
NOMAD è oggi una fiera boutique presente in tre continenti, grazie alle sue edizioni in Europa, ad Abu Dhabi e negli Hamptons. Come è nato questo progetto e, in generale, come si è evoluto nel tempo? Come definirebbe NOMAD oggi?
NOMAD nasce da una domanda più che da un format: che senso ha oggi riunire arte e design in un contesto fieristico? Fin dall’inizio non mi interessava creare un evento commerciale in senso tradizionale, ma piuttosto un dispositivo curatoriale capace di mettere in relazione opere, architettura e persone in modo non neutro. L’idea era uscire dalla logica del padiglione e riportare al centro l’esperienza, intesa come tempo, attenzione e qualità dello sguardo. Nel tempo NOMAD si è trasformato in una piattaforma itinerante con un’identità molto chiara: pochi espositori, luoghi fortemente caratterizzati e una curatela che privilegia il dialogo tra materiali, narrazioni e contesto. Oggi NOMAD non è solo una boutique fair, ma un ecosistema culturale e relazionale, in cui il mercato avviene attraverso fiducia, prossimità e conversazione, più che attraverso volume o spettacolo.
Nicolas Bellavance-Lecompte. Ph Credits Tinko Czetwertynski. Courtesy of NOMAD Circle
Qual è il rapporto tra le diverse edizioni? Al di là delle differenze legate alle singole edizioni annuali, secondo Lei, ci sono delle particolarità legate a ciascuna area geografica?
Le edizioni di NOMAD non sono repliche, ma variazioni su uno stesso linguaggio curatoriale. Ogni città diventa un capitolo autonomo, informato dal proprio contesto culturale, storico e materiale. La coerenza del progetto non risiede nella ripetizione del format, ma nella capacità di ascolto e di adattamento ai luoghi che lo ospitano. A St. Moritz, il collezionismo è estremamente sofisticato e orientato alla durata. È un mercato che privilegia la qualità, la permanenza e la coerenza delle collezioni nel tempo. Questo si riflette anche nelle scelte curatoriali: materiali spesso legati al contesto alpino, una forte attenzione alla fisicità dell’opera, alla scala e al dialogo con l’architettura e il paesaggio. Inoltre, molte delle proposte presentate dialogano direttamente con importanti collezioni private già presenti in Svizzera, creando una continuità culturale piuttosto che una rottura. Negli Hamptons, il progetto è concepito attorno al Watermill Center, fondato da Robert Wilson. Si tratta di un luogo straordinario, nato come centro di ricerca della Western Union e successivamente trasformato in una delle residenze per artisti e dei centri di sperimentazione interdisciplinare più rilevanti a livello internazionale. Questo contesto informa profondamente la curatela e orienta le gallerie verso progetti che dialogano con la ricerca, la performance, l’architettura e il pensiero di Wilson. Dopo la sua scomparsa, questa edizione assume anche una dimensione memoriale, come omaggio alla sua visione e alla sua idea di arte come spazio di attraversamento. Ad Abu Dhabi, l’esperienza è stata altrettanto unica grazie alla possibilità di lavorare all’interno del Terminal 1 del Zayed International Airport, un monumento dell’architettura moderna disegnato da Paul Andreu. Attivare questo spazio ha permesso di mettere in dialogo memoria, architettura e mobilità con arte e design contemporanei, dando vita a un’esperienza concettualmente molto forte, in cui luogo, storia e progetto curatoriale si sono fusi in modo naturale. In questo senso, NOMAD mantiene una visione internazionale, ma lavora sempre in relazione stretta con i contesti locali, lasciando che siano i luoghi stessi a informare la curatela e l’identità di ciascuna edizione.
NOMAD è una fiera boutique, come si colloca questo tipo di proposta nel mercato dell'arte internazionale?
La fiera boutique non è una risposta nostalgica, ma una risposta critica. In un mercato sempre più polarizzato e accelerato, esiste un bisogno reale di contesti più lenti, più leggibili e più affidabili. I collezionisti non cercano necessariamente più opere, ma migliori condizioni per comprenderle. NOMAD lavora sulla densità piuttosto che sulla scala: poche proposte, ma fortemente curate; un contesto architettonico che orienta lo sguardo; e una selezione che mette in dialogo arte e design senza forzature disciplinari. Questo approccio non riduce il potenziale commerciale, lo rende più sostenibile. Quando l’esperienza è chiara e significativa, anche le decisioni lo diventano.
Gianluca Di Pasquale, Ice Lake, 2025, da Monica De Cardenas a Nomad St Moritz
Sta per aprire la nona edizione a St. Moritz. Quali saranno le sue caratteristiche principali?
La nona edizione di NOMAD a St. Moritz prosegue un lavoro di precisione più che di espansione. La selezione è volutamente concentrata, con una forte attenzione alla qualità museografica degli allestimenti e alla coerenza complessiva del percorso. St. Moritz è un luogo particolare: concentra in pochi giorni una comunità internazionale estremamente informata, capace di muoversi con naturalezza tra arte, design, architettura e collezionismo. L’edizione 2026 sarà pensata come una sequenza di ambienti, più che come una fiera tradizionale: stanze che favoriscono letture diverse, dalla ricerca sui materiali all’artigianato contemporaneo, fino a pratiche più sperimentali. L’obiettivo è costruire un’esperienza continua, non una somma di presenze.
Quali sono, secondo Lei, le principali caratteristiche del mercato dell'arte svizzero? Che tipo di collezionismo lo contraddistingue e come si muovono i collezionisti?
Il mercato svizzero è tra i più maturi e strutturati a livello internazionale. Il collezionismo è informato, discreto e orientato alla qualità e alla coerenza nel tempo. Non si tratta di inseguire la novità come evento, ma di costruire collezioni solide, con una forte attenzione alla provenienza, ai materiali e alla tenuta culturale delle opere. St. Moritz amplifica questa dimensione, diventando un punto di incontro tra collezionisti provenienti da Svizzera, Italia, Germania, Francia, Medio Oriente e Stati Uniti. Questo crea un ambiente di grande densità intellettuale, in cui le conversazioni si muovono naturalmente tra discipline diverse e in cui NOMAD trova un terreno particolarmente fertile.
Qui la fiera si svolgerà negli spazi di Villa Beaulieune, appena rinnovata. Una delle peculairità di NOMAD è il legame con gli spazi architettonici in cui si svolge. Può parlarci di questo aspetto?
Per NOMAD, l’architettura non è mai uno sfondo neutro, ma un elemento attivo della curatela. Lo spazio condiziona il modo in cui le opere vengono percepite, il tempo che vi si dedica e il tipo di relazione che si instaura. In questo senso, il sito diventa un co-autore. Villa Beaulieu, appena rinnovata, offre condizioni ideali per questo approccio: luce, proporzioni e ritmo permettono presentazioni più intime, spesso più vicine a una mostra che a uno stand fieristico. Credo che il futuro delle fiere passi anche da qui: dalla capacità di costruire contesti significativi, in cui l’architettura aiuta a leggere e non a distrarre.
Qual è la Sua visione per il futuro di NOMAD?
Il futuro di NOMAD non è una questione di scala, ma di profondità. Mi interessa consolidare le destinazioni chiave e rafforzare ciò che rende il progetto riconoscibile: una curatela esigente, luoghi forti e una comunità internazionale costruita nel tempo. Voglio anche sviluppare ulteriormente progetti speciali e collaborazioni con istituzioni e partner disposti a lavorare a un livello culturale, non solo di visibilità. NOMAD deve rimanere uno spazio di integrità, in cui il valore nasce dal contenuto e dalla relazione. Più che una fiera, mi piace pensarlo come una piattaforma culturale globale, capace di creare esperienze situate, memorabili e necessarie.
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