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Il Museo di Villa dei Cedri a Bellinzona apre fino al 2 agosto i suoi ambienti e il suo parco, creati a metà Ottocento e poi riletti negli scorsi anni Trenta per accogliere la villeggiatura di famiglie altoborghesi, a due mostre di artisti svizzeri contemporanei che guardano una al paesaggio domestico del secondo ’900, l’altro alla natura, riletta attraverso immagini in bianco e nero fortemente segnate dai vissuti dell’autore e dalla storia collettiva.
«Casa mia» è il titolo, eloquente, della personale di Zilla Leutenegger (Zurigo, 1968), che si «impossessa» delle stanze antiquate della villa, specchio di una società rigidamente normata, e attraverso disegni murali, proiezioni video e l’introduzione di arredi di design degli anni Cinquanta (come le lampade di Arteluce di Gino Sarfatti (1912-85) o il divano «Naeko», omaggio alla moglie del designer giapponese Kazuhide Takahama (1930-2010), ideato nel 1957 in un soggiorno italiano), questi posti dall’artista nel salone della villa insieme a una sua installazione conviviale, veste queste stanze delle sue emozioni, rimescolandone anche le funzioni originarie. Quello che era lo studio severo del padrone di casa diventa ora, capovolgendo i ruoli, il salottino della moglie, mentre un antico salotto vezzoso si trasforma in un fumoir (per i germanofoni «Herrenzimmer», come s’intitola l’installazione, 2024), l’ambiente allora destinato ai soli uomini, in cui però qui si vede la padrona di casa affacciarsi con indosso un cappello maschile e per di più intenta a inscenare un «moonwalk» alla Michael Jackson: pieni anni Ottanta.
Nella stanza che ha trasformato nella camera da letto della padrona di casa, Zilla Leutenegger ha posto alcuni suoi nuovi lavori, fra i quali uno suggerito proprio da questa villa e intitolato «Telecomondo» (2026): un video silenzioso e un monotipo su carta di cotone di cui è protagonista la luna, astro «femminile» per eccellenza molto caro all’artista, che qui si affaccia da una finestra in parte coperta da un tendaggio violaceo, entrando in dialogo con gli arredi circostanti. Alla cucina, poi, sono destinati i ricordi più personali, come il grande monotipo «Prima cucina» (2017), in cui l’artista rievoca l’ambiente prediletto della sua infanzia. La proiezione su quest’opera di «As time goes by» (2018) segna lo scorrere del tempo: tempo e memoria sono infatti le muse cui l’artista guarda costantemente.
Al tepore domestico e affettivo di «Casa mia» si oppongono le immagini di Alex Hanimann (Mörschwil, San Gallo, 1955), che nella mostra «Human Nature» si avvale delle sue fotografie di luoghi desolati (sterpaglie, prati incolti, rovi) e, servendosi delle tecnologie digitali, le riconfigura assegnando loro una piacevolezza del tutto estranea al loro stato originario. Ne fa dei paesaggi incontaminati su cui ciascuno può proiettare le proprie emozioni e le proprie memorie, con tutto il portato simbolico che le accompagna. Colti dall’auto, dal treno, dalla bicicletta, questi paesaggi poi ritagliati, decostruiti e ricostruiti dall’artista, sono fotografati indifferentemente con il cellulare oppure con macchine fotografiche di alta precisione, come accade nel dittico della serie «Wilderness», che chiude la mostra. Nel parco della villa, oltre che nel gatto-ombra in bronzo «Katze, sitzend hoch» (2020) di Leutenegger, ci s’imbatte negli «Alberi arrabbiati» (2025) del duo Hemauer/Keller, un’opera immersiva e multidisciplinare che unisce arte, scienza e scrittura per denunciare i danni del cambiamento climatico.
Alex Hanimann, «Senza titolo [Residential Building 1, China]» dalla serie «Driving as far as I can see», s.d. © Courtesy of the artist & Skopia Art Contemporain / 2026, ProLitteris Zurigo