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Stefano Miliani
Leggi i suoi articoliCelleno (Viterbo). Artista di una precisione e rigore formale che corrispondeva a un rigore etico, conosciuto principalmente per le sue «estroflessioni» della tela monocromatica, bianca, Enrico Castellani è morto all’età di 87 anni a Viterbo. Ha concepito un’arte lontana da ogni spettacolarizzazione. E resterà nella storia dell’arte del secondo Novecento tanto per le sue opere quanto per l’influsso esercitato su generazioni di artisti e teorici. Non per niente nel 1959 fondò una rivista che ha lasciato il segno anche se ebbe vita breve con appena due pubblicazioni (la seconda nel 1960): «Azimuth». La fondò a Milano insieme a Piero Manzoni, comprendeva pittura e poesia e propugnava un’arte che doveva andare oltre l’esperienza puramente estetica senza cadere nei facili proclami e, soprattutto, lontana dalle spinte figurative e di un certo realismo.
Nato nel paese di Castelmassa in provincia di Rovigo il 4 agosto 1930, Castellani ha sempre mantenuto, anche nel vestire, una eleganza sobria unita alla precisione. Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, in compagnia di personalità come appunto Manzoni o Agostino Bonalumi, elaborò superfici dove la tela era messa in tensione da chiodi o altri materiali creando punte, ombre, forme di luce. Riusciva «a ottenere una significativa vibrazione spaziale della tela», sintetizzava Gillo Dorfles, che ha sempre seguito il suo lavoro e lo identificò come un prosecutore della lezione di Lucio Fontana. Sarebbe però riduttivo considerare la sua opera come monotematica: per quanto le «estroflessioni» gli abbiano consentito una gamma vastissima di variazioni sul tema e sulla tela, ha operato sulla luce e sui riflessi anche in altro modo. Come attesta, tanto per citare un esempio, un’opera nella Fattoria di Celle presso Pistoia del collezionista Giuliano Gori: in una piccola casa nel parco con due specchi triangolari agli angoli di una stanza nel 1987 Castellani ha saputo creare effetti che disorientano, alterano il senso della prospettiva e per chi guarda variano con il variare della luce. E pertanto ha continuato a considerarsi sempre, invariabilmente, un pittore.
Donald Judd scrisse di considerarlo una sorta di padre del Minimalismo. Castellani espose alla Biennale di Venezia nel 1964, nel 1966 dove ebbe una sala per il suo lavoro ed ebbe il Gollin Prize, nel 1984 e nel 2003. Achille Bonito Oliva, Arturo Carlo Quintavalle sono tra i critici che hanno affrontato la sua opera con costanza. La Fondazione Enrico Castellani, in sintonia con la personalità schiva dell’artista, sul sito web nella biografia pubblica solo pochissime date tra cui il riconoscimento del Praemium Imperiale per la pittura nel 2010. E sempre la scarnissima biografia non riporta come opere di Castellani abbiano raggiunto quotazioni fino al milione di dollari in aste statunitensi. Un dettaglio, questo silenzio, che è coerente con una personalità aliena alle dichiarazioni roboanti, quanto estremamente attenta ai valori formali perché nella ricerca formale, e nell’esercizio sulla luce, vedeva un’etica d’artista mantenuta viva per l’intera carriera.
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Fondazione Enrico Castellani
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