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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliSulle orme della pittura, nell’Ottocento ha camminato la neonata fotografia: come la regina delle tecniche artistiche è passata da medium istituzionale e fedele al vero, a uno strumento attraverso cui sperimentare la libertà creativa, anche l’ottava arte è riuscita a scrollarsi di dosso la veste di testimone inalterabile della realtà. La possibilità di manipolare il risultato di uno scatto in camera oscura (oggi il digitale la definisce «post produzione») si è trasformata nel tempo in chiave perfetta per fare propria l’impressione che la luce provoca sulla pellicola.
Nel secondo dopoguerra, lo spiega bene il Neorealismo cinematografico, prese piede la necessità di ritrarre l’Italia segnata dalla miseria, dalla ricostruzione e dal boom economico, al contrario di ciò che raccontava la propaganda fascista del regime. Il bianco e nero si rivelò un degno alleato per restituire la quotidianità, dalla quale, però, ogni tanto si sentiva il bisogno di evadere.
In questo frangente si inserisce Mario Giacomelli (Senigallia, 1925-2000), «poeta» a parole e per immagini, che cercò nel mezzo fotografico un modo per raccontare ciò che non salta immediatamente agli occhi: a partire da situazioni concrete (un ospizio, un seminario, la vita contadina) egli riesce a cogliere un racconto interiore, rendendo ogni scatto testimone di una visione personale del mondo.
Mario Giacomelli, «Io non ho mani che mi accarezzino il volto», 1961-63. © Archivio Mario Giacomelli
Attorno a questo aspetto della sua pratica artistica si sviluppa la mostra al Centro Saint-Bénin di Aosta, a cura di Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli, direttrice artistica dell’Archivio Mario Giacomelli, al quale la casa editrice Electa (che pubblicherà anche il catalogo) si è rivolta per realizzarla. «Mario Giacomelli. Oltre il visibile», dal 21 marzo al 13 settembre, propone in un percorso non cronologico circa 180 fotografie di diverse serie (stampe vintage e provini di stampa, ma anche materiali documentari), accostate seguendo dei criteri poetici, tematici e formali: una scelta congeniale al suo lavoro, che si è sempre posto come linguaggio vivo e in perenne trasformazione.
Questa esposizione, promossa dall’Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aosta, segue i tre appuntamenti del 2025 (a Milano, Roma e Parma) per le celebrazioni del centenario dalla nascita del fotografo marchigiano e propone una lettura chiara della complessità e della stratificazione della sua opera. Nel pieno dei tentativi di elevare l’ottava arte alla pari delle altre tecniche artistiche, Giacomelli fonde documentazione e trasfigurazione, testimonianza e invenzione, vestendo l’oggettività del reale con una nuova soggettività, fatta di sentimenti ed emozioni. È così che la doppia esposizione in «Caroline Branson da Spoon River» (1958-73) diventa un metodo per provare anche da seduti ciò che si prova girando in aria su una giostra. È così che la sovraesposizione di «Io non ho mani che mi accarezzino il volto» (1961-63) elimina qualsiasi sfondo di un gruppo di uomini di chiesa in abito scuro intenti a divertirsi e riesce ad astrarne le risate, che risuonano nelle orecchie anche di chi non era lì con loro. Ed è così che un semplice paesaggio di campagna, i cui campi sono segnati dai solchi dell’aratro («Presa di coscienza sulla natura», 1976-80), diventa il terreno astratto su cui poter far scorrere la fantasia. Anche la grana che traspare dalle stampe di Giacomelli, ruvida e consistente, gioca un ruolo decisivo: ricordarci che si può sempre orientare lo sguardo oltre il visibile.
Mario Giacomelli, «Presa di coscienza sulla natura», 1976-80. © Archivio Mario Giacomelli