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Asad Syrkett

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Asad Syrkett

AD Italia compie 45 anni. Asad Syrkett racconta il futuro del design e dell’abitare

Dalle nuove sensibilità estetiche al ritorno dell’artigianato, fino alla crescente centralità degli spazi dedicati all’ospitalità: il direttore editoriale del magazine riflette sui cambiamenti della società e sulle sfide che attendono progettisti e creativi

Jacopo Bedussi

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Nel maggio del 1981, quando Ettore Mocchetti porta nelle edicole italiane la prima edizione internazionale di «Architectural Digest», nata negli Stati Uniti nel 1920, a Milano il design sta cambiando pelle. Due anni prima Jean-François Lyotard aveva pubblicato La condizione postmoderna, e Memphis stava per rovesciare l’idea, rimasta in piedi per mezzo secolo, che la forma dovesse obbedire alla funzione. Mocchetti si inventa una sigla di due lettere, AD, che da allora è rimasta inalterata, e comincia a raccontare il mondo attraverso le case: quelle degli italiani, quelle delle celebrità e quelle di chi stava progettando ciò che sarebbe venuto dopo.

Quarantacinque anni dopo «AD Italia» ha festeggiato il 28 ottobre con «AD45: Continuum», una mostra al Pac-Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, ideata dall’architetto e museografo Luca Cipelletti insieme alla redazione, che ha attraversato le stagioni del magazine tra copertine storiche, fotografie d’autore, materiali d’archivio e pezzi di design, e si è chiusa sul restyling grafico della testata.

Da ottobre 2025 a guidare il magazine, come Head of Editorial Content, vi è Asad Syrkett, che all’inizio dello stesso anno aveva già passato tre mesi in redazione come guest editor. Siamo quasi coetanei, entrambi nati negli anni Ottanta, quindi entrambi arrivati troppo tardi per goderci la nascita di Memphis dal vivo. Siamo partiti da lì.

Il 1981 è un anno cruciale per la storia del design, soprattutto a Milano. Nel 1979 era uscito «La condizione postmoderna» di Lyotard, tra il 1980 e il 1981 nasce Memphis, in Francia c’è Philippe Starck. Quella che sembrava la base di tutto, la forma che segue la funzione, salta. Moda, design, grafica, pubblicità si mescolano e diventano un modo per descrivere un’identità. A me quella rivoluzione sembra di una gioia incredibile, e mi dispiace non averla vissuta.
Lo capisco benissimo, siamo nati più o meno negli stessi anni e anche per me c’è un po’ di tristezza nel non averla vista. Mi fa piacere che tu abbia citato Memphis, perché Ettore Mocchetti, il nostro fondatore, aveva un rapporto molto stretto con Michele De Lucchi, e quel legame tra un direttore e un designer è uno degli elementi fondativi della storia di «AD Italia». In quarantacinque anni il giornale ha avuto sensibilità stilistiche molto diverse, ha raccontato persone molto diverse, ha pubblicato le case delle celebrità italiane e di quelle internazionali. Però riguardando l’archivio cartaceo, su cui abbiamo lavorato molto negli scorsi mesi, e quello digitale che conserviamo in Condé Nast, la cosa che abbiamo ritrovato è un’ossessione: capire chi viene dopo, quali voci stanno spingendo avanti la conversazione. È esattamente quello che ha fatto Memphis, e se ne sentono ancora gli echi. Memphis è stato un giro di boa rispetto al modernismo, all’ottimismo e all’energia degli anni Sessanta, e prima ancora agli anni Cinquanta, quando con l’arredo prodotto industrialmente nel dopoguerra il design è diventato accessibile a molte più persone. Ha smontato tutto questo con una vitalità visiva davvero seducente. Non è una parola che si usa spesso per Memphis, ma il colore, i contrasti, le composizioni, il gioco tra bidimensionale e tridimensionale hanno messo in crisi il nostro modo di pensare il rapporto tra oggetto e campo, tra oggetto e spazio. Per questo l’ho sempre amato.

E oggi, dopo quarantacinque anni, a che punto è «AD»?
«AD» è dove sono oggi le industrie del design e della casa, in un momento di grande entusiasmo e di grandi possibilità. In questi quarantacinque anni «AD Italia» ha avuto un rapporto molto stretto con le aziende che hanno guidato il settore, e quello che ci interessa è raccontare come questa industria cambia, perché riflette e influenza il modo in cui viviamo le nostre case. Sono qui ufficialmente da poco più di un anno, ma penso spesso a quello che è successo nel mondo nell’ultimo anno e mezzo, che ha effetti sul mercato e anche su come ci sentiamo a casa. Il desiderio di investire nel comfort, nel piacere e nella sicurezza della casa è cresciuto dal Covid in poi, e ancora di più negli ultimi due anni, che sono stati di cambiamenti enormi. Per tutti noi la casa è forse più importante che mai. «AD» è qui per seguire e documentare questo cambiamento, e spero anche per contribuire a spostare il modo in cui le persone pensano i loro spazi. È un momento abbastanza intenso, e proprio per questa intensità ci sono molte opportunità e molta energia.

Hai parlato dell’ossessione per chi viene dopo. Chi sono oggi le voci che spingono la conversazione in avanti?
Continuiamo a voler scoprire, dare spazio e mettere in luce chi fa un lavoro che riflette il tempo in cui viviamo e prova a spingersi oltre. E oggi molto di quel lavoro riguarda le cose fatte a mano, in tutte le categorie e con tutti i materiali, il vetro, la ceramica, il legno, la pelle. Credo sia una risposta diretta all’era digitale e dell’Intelligenza Artificiale in cui viviamo. Vediamo che va oltre la tendenza, è qualcosa che resterà con noi almeno per il prossimo decennio, perché tutti capiamo che cosa rischiamo di perdere se non sosteniamo gli artigiani che hanno dedicato la vita a queste competenze. Siamo in un momento post-postmoderno, in cui torniamo a cose che sono sempre state centrali nel modo in cui la nostra specie si relaziona con gli altri e con l’ambiente, come usare i materiali naturali in modi interessanti. Se mi chiedi che cosa è cambiato in quarantacinque anni, in parte è questo: tornare alle ricette originali, per così dire, pensare alla materia, a come, dove e perché le cose vengono fatte, al perché le persone progettano e producono in un certo modo. E per me, che vengo da fuori, questo è uno sguardo molto italiano. C’è una passione per la competenza, per le abilità affinate in molti anni e attraverso generazioni, e la volontà di coltivare queste tradizioni in modo che il loro valore sia chiaro al nostro pubblico, e anche a chi magari non aveva mai avuto alcun legame con queste cose prima di incontrarle su «AD».

Mi piace che tu abbia parlato di post-postmoderno. Per decenni, anche prima che nascesse «AD», il gusto è andato per ondate: qualcosa cresceva, arrivava al suo picco e poi veniva travolto dalla novità successiva. Dagli anni Ottanta segni e linguaggi diversissimi hanno cominciato a convivere, le mode ci sono ancora, ma accanto c’è un pluralismo di tensioni che convivono. A volte mi chiedo se oggi questa apertura non sia diventata eccessiva, se non ci manchi un’estetica che parli del nostro tempo, cosa interessante e un po’ spaventosa insieme, perché senza ci sentiamo un po’ persi. E per chi fa un giornale il lavoro resta sempre scegliere che cosa sta dentro e che cosa resta fuori, che cosa mettere sotto i riflettori e che cosa togliere perché troppo banale o troppo raccontato. Tu come la vedi?
Il nostro pubblico è esposto continuamente a moltissime immagini, sui social, nella vita di tutti i giorni, nella pubblicità. Questo lo rende per certi versi molto più alfabetizzato dal punto di vista visivo, e allo stesso tempo più sopraffatto. Il gusto, lo sappiamo, è profondamente soggettivo. Forse da editor lo do per scontato, ma ci sono oggetti o spazi che magari non definirei di buon gusto e di cui posso comunque dirti che sono interessanti. Hai ragione, non c’è una sola sensibilità estetica che definisce quest’epoca. Credo che le sensibilità, o forse i modi di lavorare, oggi si definiscano più in opposizione al proprio tempo che come suo riflesso: è la tensione di cui parlavo tra il digitale e il fisico, il tattile, tra il fare qualcosa e il renderizzarlo. Definire l’estetica del momento non è il progetto di «AD». Per me è molto più utile che il nostro pubblico, su tutte le nostre piattaforme, incontri cose che non troverebbe negli altri posti dove si vedono immagini di architettura e di interni, e che quelle immagini abbiano un contesto, quello che non ottieni se la tua unica fonte su quello che succede nell’architettura, negli interni, nella moda o nel lusso sono Instagram o Pinterest. Forse con un po’ di distanza capiremo meglio questo momento. Intanto, parlando con architetti e designer e con gli altri editor della redazione, capisco che cosa la gente trova interessante e dove chi lavora nel design sente che dobbiamo guardare per essere pronti a tutti i cambiamenti che sono arrivati e che arriveranno nei prossimi anni.

C’è una cosa che mi sembra l’elefante nella stanza. Ho 39 anni, penso alla mia generazione e a quella dopo: possedere una casa è sempre più raro. Non parliamo delle ragioni, che con il design c’entrano poco. Negli anni Cinquanta c’era chi comprava il terreno e si costruiva la casa, oggi sembra una cosa da un altro mondo. E le case, che negli anni Cinquanta e anche negli Ottanta erano pensate per le famiglie, oggi sono abitate da singoli o da altri tipi di famiglie, da altri modi di stare insieme. Questo cambio di paradigma non cambia anche il modo in cui pensiamo il design, l’arredo, la costruzione di uno spazio personale?
È vero, le nostre case riflettono le nostre società e il modo in cui sono strutturate. La famiglia nucleare, e la nascita stessa dell’idea di famiglia nucleare, è stata rafforzata dalle immagini delle riviste di casa, sia pubblicitarie sia editoriali, che nel secondo dopoguerra sono state molto influenti. Oggi abbiamo un rapporto diverso con la proprietà della casa, ma anche con la proprietà in generale. Ci penso con la musica: ho vinili e cd che hanno un grande significato per me perché erano di mio padre o di mio nonno, ma ascoltiamo tutti in streaming. Con Internet il nostro rapporto con il possesso è cambiato, e il modo in cui comunichiamo il nostro gusto, per usare la tua parola, prende un’altra forma. Credo che proprio per questo le persone investano molto negli oggetti. Memphis era tutto un ridefinire l’oggetto, l’arredo, le forme delle cose, il rapporto tra il corpo e un letto. Il design è sempre stato un linguaggio di ridefinizione. La nostra società sta cambiando, il nostro mondo ha cambiato struttura e forma, e il design dovrà cambiare forma a sua volta e ridefinirsi in base a quello di cui le persone hanno bisogno nella loro vita di tutti i giorni.

Abbiamo parlato molto di case, ma le persone vivono il design anche in posti dove non dormono e che non possiedono: hotel, yacht, ristoranti, lounge degli aeroporti. C’è un ambito in cui il design sta crescendo, diventando più rilevante di prima?
L’hospitality è quello più grande e più evidente. Siamo a quasi sette anni dal Covid, e abbiamo capito quanto sia un privilegio viaggiare, poter andare facilmente da un posto all’altro, entrare in un ambiente nuovo da turista, da ospite. Per questo le persone vogliono che i luoghi in cui vanno riflettano in modo autentico la cultura di quel posto, e le aspettative sono più alte. Se sei in una struttura nel Giappone rurale, i materiali, il progetto dello spazio, perfino il profumo che senti entrando nella lobby dell’hotel o del ryokan devono appartenere davvero a quel luogo. Le persone parlano molto meglio la lingua del design, e quindi pretendono di più. Il nostro claim è «le case più belle del mondo», ma sono residenze private, e il nostro pubblico per la maggior parte non le vedrà mai dal vivo, anche se facciamo di tutto per mostrarle con i video e le interviste agli architetti o ai proprietari. Il posto in cui è più probabile incontrare il lavoro di un designer della «AD100» è un ristorante, un hotel, il caffè di un museo. Vogliamo indicare alle persone i luoghi dove possono fare esperienza di questo design, e mettere in luce un design che appartenga al posto in cui si trova. Più le cose si digitalizzano, più diventeranno importanti gli spazi che richiedono di pensare al cibo, al bere, a un’esperienza umana e tattile.

Sono d’accordo. Più le nostre case diventano lineari, meno personali, meno progettate, più ci aspettiamo che ristoranti, caffè, hotel siano iper-progettati, e i social hanno un ruolo enorme in questo. Il design lo si vive in uno spazio, in un’esperienza, durante una cena, più che possederlo in casa e poterlo mostrare.
Lo vediamo anche nei consumi, che vanno verso l’esperienza proprio per questo motivo: la proprietà, a qualsiasi livello e in qualsiasi categoria, sembra sempre più lontana dalla realtà delle persone nel clima in cui viviamo. Se invece sposti risorse e attenzione verso le esperienze, e senti di essere davvero in un posto, di vivere un’esperienza tattile curata per te o costruita pensando all’esperienza umana, questo ha un significato profondo.

Ultima domanda. Tra cinque o dieci anni, in un futuro non troppo lontano, dove vedi andare questa cosa enorme che chiamiamo design?
Non so se posso dire dove lo vedo andare, ma ho delle speranze, perché lo amo moltissimo e ci ho passato tutta la mia vita accademica e professionale. Spero che diventi ancora più umano con l’aiuto degli strumenti digitali, vedremo come si svilupperanno. E spero che ci ricordiamo che il design è un linguaggio potentissimo di espressione personale e culturale, e uno strumento potentissimo di connessione con noi stessi, con le nostre comunità, con le nostre case. La casa è lo spazio più intimo che avremo mai. Gli hotel e i ristoranti, quando sono al loro meglio, ricreano i ricordi di cucine che abbiamo amato, di case in cui siamo stati, di camere da letto che ci hanno dato un senso di rifugio, e il design è uno degli strumenti più forti per quel tipo di umanità. Vedo le cose muoversi in quella direzione e spero che continuino a farlo, con un’attenzione alla nostra realtà ecologica. Nei prossimi cinque o dieci anni la consapevolezza della crisi climatica crescerà, e i designer sono stati in prima linea nell’affrontare queste domande, nel ripensare il proprio lavoro per rispondere a questa realtà e anche nel farlo meglio proprio grazie ai limiti che questo momento impone. Questi sono i miei sogni. Spero che andremo in quella direzione, poi vedremo.

Jacopo Bedussi, 04 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

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