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Daria Berro
Leggi i suoi articoliJohn Singer Sargent (1856-1925) è stato il ritrattista più celebre dell’età vittoriana. E uno dei più enigmatici. A cento anni dalla morte, e in concomitanza, con le grandi mostre già allestite alla Tate Britain di Londra, al Metropolitan Museum of Art di New York e al Musée d’Orsay di Parigi (in corso fino a gennaio 2026) il documentario «John Singer Sargent-Portraitist of Paradox», visibile da oggi alle 21.15 su Museum Tv (canale in 4K visibile gratuitamente sul canale 220 di tivùsat) ripercorre la vita cosmopolita del pittore, nato a Firenze da genitori americani, divisa tra Europa e Stati Uniti.
Il documentario (52’), diretto da Stanislas Valroff & Christian Dumais-Lvowski e prodotto da Bel Air Media François Duplat, esplora la complessità di un artista prolificissimo. Durante la Belle Époque i suoi ritratti ritratti dell’alta società francese, inglese e americana erano un must, e per posare davanti a lui non si esitava a spendere una fortuna. Dotato di una tecnica impeccabile, s’ispirava ai grandi maestri che venerava, Velázquez, Van Eyck e Gainsborough. In un’epoca in cui nel mondo dell’arte si affacciavano l’Impressionismo, il Fauvismo e il Cubismo, Sargent restava fedele al suo realismo personale, capace di unire rigore accademico e libertà espressiva. Il documentario ripercorre i rapporti di Sargent con figure come gli scrittori Henry James e Oscar Wilde, e con la mecenate bostoniana Isabella Stewart Gardner, analizza l’eleganza dei ritratti mondani e la tensione più intima dei suoi studi privati,
A un secolo dalla scomparsa Sargent rimane un enigma. Sotto un’apparenza di rispettabilità accuratamente coltivata, Sargent scandalizzò comunque la società del suo tempo con la sensualità e la franchezza dei suoi dipinti. Adorato da facoltosi appassionati, un altro aspetto del suo lavoro ci mostra la sua attrazione per i beduini, le ballerine spagnole, i gondolieri veneziani o per modelli come l’afroamericano Thomas McKeller, che verso la fine della vita, lo avrebbe ispirato a realizzare alcune delle sue opere più audaci e potenti.
Il documentario, avvalendosi di foto d’epoca, documenti d’archivio, testimonianze e immagini delle sue opere, segue l’artista dalla sua infanzia vagabonda attraverso l’Europa, ai salotti parigini e londinesi che hanno decretato fama e fortuna. Dopo il notevole successo in vita, Sargent fu screditato dall’avanguardia. Negli anni ’30 Lewis Mumford scrisse della «fondamentale vacuità della mente di Sargent» e della «superficialità sprezzante e cinica di gran parte della sua opera». Il paradosso del titolo è quello di di un artista che, pur rappresentando l’élite dell’epoca, ne ha messo in luce contraddizioni e fragilità. E quello della sua stessa esistenza.
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