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Daria Berro
Leggi i suoi articoliIl 12 dicembre, a quattordici anni dalla chiusura, ha riaperto a Tripoli il Museo Nazionale della Libia, ospitato nella fortezza dell’As-Saraya Al-Hamra (denominata Castello Rosso durante il periodo coloniale italiano) nel cuore della città. Il museo fu inaugurato nel 1919 dopo l’invasione italiana della Libia, prima di essere riallestito nel 1930 dall’archeologo Giacomo Guidi, nel dopoguerra sotto l’amministrazione alleata quando diversi musei furono trasferiti nel castello; e dopo l’indipendenza libica del 1953, in collaborazione con l’Unesco, per esporre la storia libica a partire dalla preistoria. Il Museo del Castello Rosso, custode di una delle collezioni più ricche del Nord Africa, era stato chiuso nel 2011 durante la rivolta sostenuta dalla Nato che ha rovesciato il colonnello Muammar Gheddafi. La cerimonia di riapertura del museo è stata seguita su maxischermo anche a Roma, con un collegamento in diretta da Tripoli organizzato dall’Ambasciata libica presso il Tempio di Vibia Sabinia e Adriano. Iniziative analoghe si sono svolte in capitali arabe e a Londra e Parigi.
La riapertura segna un momento simbolico per un Paese che sta ricostruendo la propria identità, governance e presenza culturale globale. Nel suo discorso di apertura, il primo ministro libico Abdul-Hamid Dbeibah ha sottolineato il ruolo del museo come «la memoria completa della Nazione», fondamentale per preservare la storia della Libia, le sue civiltà successive, dalle colonie greche e romane al suo patrimonio islamico, e riflettere l'identità fondamentale del popolo libico attraverso i secoli.
I lavori di ristrutturazione, iniziati nel marzo 2023 dal Governo di unità nazionale (Gun) insediatosi a Tripoli nel 2021 e affidati a professionisti turchi, hanno ora trasformato il museo in un moderno centro culturale che in oltre 10mila metri quadrati, suddivisi in quattro piani e una quarantina di sale, racconta cinquemila anni di storia del Paese dalla preistoria al periodo ottomano, con reperti provenienti da Leptis Magna, Sabratha e Cirene, siti in cui operano missioni archeologiche italiane. Statue, mosaici, rilievi funerari, capitelli, ceramiche, vetri, manoscritti e opere ottomane documentano le stratificazioni storiche del Paese. Schermi interattivi, mappe multimediali e ricostruzioni virtuali permetteranno ai visitatori di esplorare il deserto libico e di rivivere momenti chiave della storia nazionale. Le autorità hanno sottolineato che la riapertura mira a rafforzare l'attività culturale e turistica nel Paese e a riportare il museo a essere uno dei luoghi più importanti della memoria storica della Libia. La direttrice Fatima Abdullah Ahmed ha dichiarato all’agenzia Reuters che il museo al momento sarà accessibile alle visite scolastiche, in vista dell’apertura definitiva a inizio 2026.
Tra i pezzi archeologici di spicco della collezione figurano statue romane e greche restaurate, come la Venere di Leptis Magna, la testa di Medusa e la statua dell’imperatore libico Settimio Severo, primo imperatore romano originario del Nord Africa (era nato a Leptis Magna nel 145 d.C.), mosaici celebri, tra cui quello delle «Quattro stagioni» da Leptis Magna, la mummia di Uan Muhuggiag (la più antica dell’Africa, rinvenuta dall’archeologo italiano Fabrizio Mori) e quella di Al-Jaghbub, oltre a rarissimi reperti preistorici.
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