Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Samantha De Martin
Leggi i suoi articoli«Chiudi gli occhi e guarda». Lasciandosi accompagnare da una musica liturgica, da chiesa, il visitatore abbandona ogni filtro e accoglie l’invito ad attraversare la serie monumentale di corpi e di ritratti che lo accolgono alla Gnamc-Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. In silenzio si unisce alla schiera di umanità immortalata nella sua vulnerabilità fragile dal duo fotografico Luigi & Iango. A guidarlo in questo cammino fatto di ferite, ma anche di ali che lasciano presagire una possibilità per tutti di essere liberi, sono le rughe di una donna, la prima immagine del percorso «Corpi speciali». Ha gli occhi chiusi, il viso solcato da un sentimento a metà tra il dolore e la speranza. Questa «mamma di tutti», come Luigi la definisce, trova il suo interlocutore nell’ultima immagine della mostra: una fotografia di Madonna, in una veste insolita, a sottolineare come in questo spazio espositivo, che intreccia volti notissimi (da Richard Gere e Kim Kardashian a Jeff Koons) alle vite di persone qualunque, non è la celebrità del personaggio noto a catturare l’attenzione dello sguardo, ma la persona: una donna senza fissa dimora, un monaco buddista, una madre che racchiude il dolore di una perdita.
A fare da filo conduttore alla mostra curata da Francesca Alfano Miglietti e prodotta e organizzata da Tenderstories, con il patrocinio di Regione Lazio, Roma Capitale e Archivio Storico Istituto Luce, visitabile fino al 29 novembre, sono le emozioni racchiuse in corpi che parlano. Questo «atlante umano», capace di riflettere le tensioni e le metamorfosi del nostro tempo, oltrepassa i codici della fashion photography per aprirsi a una dimensione più ampia, nella quale il ritratto assume una valenza poetica e politica. Corpi frammentati, vulnerabili e monumentali, attraversano lo spazio espositivo in una puntuale drammaturgia di luci e ombre che interroga il rapporto tra visione, desiderio e autenticità, attraverso seni, occhi, mani, braccia, per agganciare lo sguardo al capo di un pugile che si sgretola per un dolore nascosto. «Noi vogliamo conoscere la storia di tutti i soggetti che fotografiamo, spiegano Luigi & Iango. I corpi sono come note di uno spartito musicale, reagiscono diversamente e danno emozioni diverse. Gli sguardi di questi soggetti sono stati appositamente scelti per mostrare sensazioni diverse. Molti ritratti assomigiano a pitture, racchiudono uno studio della fotografia classica, senza filtri. Più che fotografie si tratta di storie, da quella del neurochirurgo alla coppia di albini fino alla madre che perde suo figlio e porta in mano l’ultimo mazzo di fiori. La fotografia per noi è uno strumento per ricercare la bellezza dell’inconscio, il momento in cui un velo cade e la persona si lascia andare. Deriva dall’ascolto, dall’empatia, dalla fiducia che i soggetti ci hanno concesso nel farsi ritrarre. Ognuno di noi ha una storia da raccontare, nascosta dietro ferite visibili e invisibili. Ognuno ha qualcosa da dire. Entrare nella pelle della gente è qualcosa di molto bello». Abbandonando ogni forma di pregiudizio, il visitatore si unisce alla schiera di questi 200 soggetti in mostra (accomunati dal coraggio di raccontarsi senza paura e di mostrare le proprie ferite) diventando il duecentunesimo «corpo speciale».
Come sottolinea la curatrice, «questa non è una mostra di fotografia, ma un dialogo con lo spettatore, il ritratto di un’umanità. Non sono pezzi scelti, dentro questa mostra ci siamo tutti. Al centro del lavoro emerge una riflessione sul corpo come spazio politico, poetico e simbolico. Nelle fotografie di Luigi & Iango non esiste un’identità stabile o definitiva: la figura umana appare piuttosto come materia in trasformazione, organismo attraversato da tensioni culturali, desideri, vulnerabilità e processi di ridefinizione del sé». Un’intera sezione è dedicata alla metamorfosi dei corpi, da quella della modella Gisele Caroline Bündchen in farfalla, alla transizione di genere attraversata da una donna. Un lungo corridoio di 130 piccoli ritratti accoglie personaggi celebri e non mentre indossano una medesima giacca di pelle, una sorta di seconda pelle. La sala del Giappone valorizza l’idea del libro aperto, di corpi simili a tele, fluidi, nonostante il loro assetto mastodontico. Non si tratta di corpi a taglia unica, come nella moda e nello spettacolo, ma di corpi diversi, alcuni esili, altri che con le loro rotondità raggiungono l’osservatore, quasi assorbendolo nella loro stessa pelle. «In questi anni, spiega la direttrice della Gnamc Cristina Mazzantini, abbiamo cercato di essere multidisciplinari e di portare i tanti linguaggi diversi dell’arte. Questa mostra riporta l’attenzione sul corpo. Si parla tanto di artificialità, di Intelligenza Artificiale, e spesso non ci si rende conto che noi siamo profondamente umani. Questa mostra rivela l’umanità di tanti esseri, tanto diversi, e tutti meravigliosi, la loro libertà, la diversità, la voglia di essere se stessi e non aver paura di esserlo. Fa riflettere molto sulla condizione umana dei nostri tempi». Il duo affida allo stilista Pierpaolo Piccioli il compito di concludere il percorso e accompagnare verso l’uscita. La frase tatuata sul braccio è di Pier Paolo Pasolini: «Non vogliamo essere subito già così senza sogni».