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Luana De Micco
Leggi i suoi articoli«E se tutto ciò che vale anche solo un po’ lasciasse la Francia, che cosa ne resterebbe? Il futuro? Io lo attendo. Qualunque cosa accada, non me ne andrò», scriveva Henri Matisse in una lettera al figlio Pierre, l’11 ottobre 1940. L’artista, che aveva rifiutato l’esilio, era tornato a vivere nel suo appartamento dell’Hotel Régina di Nizza, in «zona libera». Era al culmine della sua carriera quando, nel gennaio 1941, gli fu diagnosticato un cancro all’intestino e fu sottoposto a un delicato intervento chirurgico. I medici gli avevano dato alcuni mesi di vita. È qui che prende il via la grande monografica «Matisse. 1941-1954», oltre 300 opere, organizzata dal Centre Pompidou (attualmente chiuso per restauri) per il Grand Palais, dal 24 marzo al 26 luglio.
All’epoca l’artista aveva superato i settant’anni, era indebolito fisicamente, afflitto da costanti dolori, costretto alla sedia a rotelle, eppure per lui iniziava «un grande momento di invenzione formale», scrive il museo in una nota. Non potendo più dipingere come prima, Matisse inventò una nuova forma di espressione, «con la quale rinnovò integralmente il suo linguaggio plastico e donò una dimensione monumentale alla sua arte»: la gouache découpée. Come strumenti di lavoro adottava le forbici e la colla. La sua tecnica consisteva nel dipingere con tempera diluita su fogli di carta, che in seguito ritagliava e incollava su supporti di grandi dimensioni in modo da creare composizioni originali. «La mia operazione è stata qualcosa di straordinario per me dal punto di vista mentale. Mi ha riequilibrato lo spirito, chiarito le idee. È come una seconda vita», disse.
La mostra, curata da Claudine Grammont, responsabile del Cabinet d’art graphique del Musée national d’art moderne del Centre Pompidou, si sofferma sugli ultimi anni di vita e di carriera del massimo esponente dei Fauves, morto nella sua casa di Cimiez nel 1954, a 85 anni, a dispetto delle previsioni dei medici. Sono riunite alcune delle serie fondamentali di questo periodo, tra cui «Intérieurs de Vence» (1946-48), con la quale Matisse disse di fatto addio alla pittura. Della serie sono riuniti eccezionalmente undici dipinti, due dei quali appartengono alla collezione del Pompidou, mentre altri non sono mai stati presentati in Francia, tra cui «Branche de prunier, fond vert» (1948) della Collezione Agnelli di Torino. Il Grand Palais allestisce eccezionalmente anche la serie dei «Nus bleus» (1952) e i pannelli monumentali in gouache découpée, che non vengono esposti in Europa dalla mostra della Tate di Londra del 2014, tra cui «La Tristesse du roi» (1952), «Zulma» (1950), «Danseuse créole» (1950), «L’Escargot» (1953, in arrivo appunto dalla Tate), «La Gerbe» (1953) e «Les Acanthes» (1953). Opere arrivano anche dall’Hammer Museum di Los Angeles, dalla Fondation Beyeler di Basilea, dalla National Gallery of Art di Washington e da collezioni francesi.
Una sezione è dedicata alla Cappella di Santa Maria del Rosario di Vence realizzata per le suore domenicane tra il 1949 e il 1951. Un’«opera d’arte totale» di cui Matisse disegnò vetrate, mobilio liturgico, abiti cerimoniali e tutti i decori interni, lavorando nel suo studio dell’Hotel Régina. Di questo periodo fa un bel racconto Claudine Grammont nel catalogo della mostra: «Come per la realizzazione de “La Danse” tra il 1930 e il 1933, Matisse lavora in scala reale, su grandi formati, sfruttando al massimo gli ampi volumi dell’appartamento (...). Dispone così di tre spazi di lavoro: la sala da pranzo a nord e due ambienti a sud, l’“atelier au carrelage” e il “grand atelier”, nei quali fa posizionare il letto, munito di rotelle, che può essere spostato da un ambiente all’altro. Con il procedere del cantiere della cappella, le pareti si ricoprono di cartoni, dal pavimento al soffitto (...). Tra le pareti dell’atelier e l’opera la simbiosi è sempre più forte, al punto che l’artista finisce talvolta per confondere i due spazi, coltivando volontariamente la percezione incerta che lo trasporta mentalmente nell’edificio: “Vado di nuovo a dormire in chiesa”, diceva a frate Rayssiguier». Di questo lavoro, il Grand Palais espone alcuni cartoni e modelli preparatori. Un altro momento importante della mostra è quello dedicato al libro d’artista Jazz, composto da venti tavole e circa 150 pagine, realizzate con la tecnica dei papiers découpés, e pubblicato in 250 esemplari nel 1947 dalle Editions Tériade. Il volume è ritmato dall’alternanza di pagine di colore e pagine di testi, «il cui ruolo, spiegò Matisse, è puramente spettacolare».
Henri Matisse, «Icare», giugno 1943. © Centre Pompidou, Mnam-Cci, Philippe Migeat