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Rischa Paterlini
Leggi i suoi articoliÈ negli spazi di Dimora delle Balze, una tenuta ottocentesca immersa nelle campagne di Noto, in provincia di Siracusa, che prende forma ogni estate 8 albe, festival dedicato all’arte contemporanea nato nel 2023 e giunto quest’anno alla sua quarta edizione. Le prime due edizioni, entrambe curate da Carolina Ciuti, hanno posto al centro gli elementi naturali come strumenti di riflessione sulle trasformazioni dell’ecosistema. Con la curatela di Lucia Pietroiusti, 8 albe ha inaugurato un nuovo ciclo, aperto nel 2025 con «Tramonti. Cosmogonie e Fine dei Mondi», e proseguito quest’anno con «The Time of the Moon», che sposta lo sguardo verso una rinnovata ricerca di intensità, di sublime e di nuove forme di connessione. Oggi Head of Research & Emergence del futuro Hartwig Museum di Amsterdam, Pietroiusti, con l’assistenza curatoriale di Danai Giannoglou, ha riunito 16 tra artiste, artisti e collettivi internazionali in un programma articolato in cinque appuntamenti tra proiezioni e performance. Dopo l’apertura del 30 luglio e il secondo appuntamento del 6 agosto, il festival proseguirà il 13 e il 20 agosto, per concludersi il 27 agosto.
Con Lucia Pietroiusti abbiamo approfondito il progetto curatoriale di «The Time of the Moon» e il dialogo costruito tra le opere in mostra.
Partiamo dal titolo, «The Time of the Moon». Che cosa significa oggi scegliere il tempo della luna in opposizione al tempo accelerato e lineare in cui viviamo?
Scegliere il tempo della Luna potrebbe, per esempio, suggerire il rifiuto dell’idea che l’unica articolazione del tempo, o l’unica modalità possibile di affrontare il tempo, sia quello dell’accelerazione e del soluzionism. Oggi facciamo fronte a un concetto del tempo che promette sempre un «dopo» migliore, un progresso lineare che tende a risolvere. Il tempo della Luna è un suggerimento metaforico: immaginare un tempo che procede in cicli, che non promette risoluzione: un tempo di ritorni, come le maree, in sintonia con le dinamiche del pianeta. Rivolgersi alla Luna, quindi, ci aiuta a immaginare un modo di restare attenti al presente pur accettandone l’instabilità. Ad ogni modo, ribadisco che non suggerisco certo la Luna come soluzione essa stessa: il concetto per il festival ha uno sfumo più antropologico. Emerge da una constatazione; che in momenti di crisi profonda riemergono movimenti spirituali ed esoterici.
Lei scrive che il mondo si trasforma più rapidamente di quanto il linguaggio riesca a descrivere. È da questa insufficienza del linguaggio che nasce oggi il bisogno di rivolgersi al mito, al rito, alla spiritualità e persino all’estasi?
Quando il linguaggio della scienza o della politica, per esempio, ma anche della letteratura stessa, non riesce più a tenere il passo con la velocità del cambiamento, altre forme di conoscenza tornano a farsi spazio. Il mito, il rito, le tecniche estatiche, sono tecnologie antiche per sentire (se non proprio pensare o capire) ciò che eccede l’individuo e le nostre capacità cognitive. Si parla di registri complementari: metodi simbolici e metodi di fare esperienza diretta, e poi anche le parole...
Il programma riunisce 16 artisti e collettivi provenienti da contesti geografici e culturali molto diversi e con pratiche differenti: dalla ricerca sul tempo profondo di Monica Ursina Jäger alla dimensione rituale del Colectivo Los Ingrávidos, fino agli stati alterati di coscienza indagati da Jeremy Shaw. Qual è il criterio che li ha messi in relazione e come ha costruito il dialogo tra queste opere?
I video condividono un’intenzione e un modo di relazionarsi al presente. Ogni pratica tenta di rappresentare ciò che sfugge alla linearità. Jäger lavora sulla scala geologica, sul tempo profondo della terra, dei sedimenti, del ghiaccio: un tempo che rende minuscola la nostra urgenza quotidiana. Il Colectivo Los Ingrávidos lavora sul rito come struttura politica: la trance, per loro, è anche resistenza, mentre Jeremy Shaw indaga gli stati alterati di coscienza come esperienza soggettiva, portandogli un occhio sia antropologico sia immaginario: la fantascienza e il documentario si confondono. Il lavoro performativo di Nicole L’Huillier offre una prospettiva intensamente fisiologica: un modo di rifarsi alle potenzialità trasformative della vibrazione. In altri lavori, come nel lungometraggio di Ique Langa, osserviamo un incontro sincretico, ma anche un contrasto, fra saperi e riti tradizionali e cristiani nel contesto del Mozambique. La dimensione tecnologica emerge nel lavoro di Tabita Rezaire, in cui incontriamo l’estetica high-tech nello stesso momento in cui il film ci narra di tecnologie astronomiche antiche dal continente africano; e nel lavoro di Metahaven, il cui «Chaos Theory» confonde i confini fra linguaggio, tecnologia, sentimento e sogno.
Se dovesse indicare non l’opera che meglio «spiega» il progetto, ma quella che più destabilizza o sposta la nostra percezione, quale sceglierebbe e perché?
Potrei suggerire solo il programma nel suo insieme, e anch’esso non fa altro che abbozzare, o suggerire, una percezione effimera del vivere nel tempo presente.
Lei dichiara sul finire del comunicato stampa che «anche noi possiamo essere soggetti in trasformazione». Siamo ancora capaci di accettare di trasformarci senza sapere in anticipo che cosa diventeremo?
Siamo abituati a pensare la trasformazione come un progetto con un risultato prevedibile. La metamorfosi a cui si riferisce il testo è invece un accettare di essere cambiati da forze alle volte più grandi di noi, e delle quali non possiamo sempre controllare l’esito. Ciò rinunciando a una certa idea di padronanza di sé. Potrebbe però essere una considerazione onesta da fare di fronte a una serie di crisi che nessuno di noi sta davvero controllando. Il programma di 8 albe, per quest’anno, non fa altro che osservare e riflettere sulle possibilità culturali che si presentano in momenti di rottura.